16/07/2026
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Dalla «Cultura come Dovere» alla TV del Mercato

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Come la fine del monopolio ha riscritto le regole della televisione italiana

di Bruno Marfé

Rileggere oggi le cronache televisive del 1979, raccolte nell’Annuario Rizzoli 1980, non provoca solo nostalgia. Produce qualcosa di più scomodo: la sensazione di trovarsi davanti a un sistema culturale che non esiste più. Non perché siano scomparsi i talenti, ma perché sono cambiate le regole del gioco. Per capirlo, bisogna partire da una figura che di quel sistema fu, insieme, il simbolo e il punto di rottura: Paolo Grassi.

 Il tempo in cui la TV doveva «elevare»

Presidente della Rai alla fine degli anni Settanta, fondatore del Piccolo Teatro di Milano, Grassi incarnava un’idea oggi quasi inconcepibile: la televisione come missione pedagogica. Non era un tecnocrate né un mediatore di equilibri. Era un uomo di cultura che considerava il servizio pubblico uno strumento per formare cittadini.
Le cronache dell’epoca lo raccontano in conflitto permanente con partiti, dirigenti e artisti, in un clima già segnato dalla lottizzazione. Ma la natura di quel conflitto era radicalmente diversa da quella odierna. Quando Grassi attaccava programmi «scadenti» o «cretini», non difendeva una posizione di potere: difendeva un’idea di cultura. Anche lo scontro con Herbert von Karajan – fino all’ostracismo radiofonico – non fu un capriccio aristocratico, ma un gesto che rivendicava la centralità dell’istituzione rispetto al prestigio individuale.
Era una visione discutibile, a tratti autoritaria. Ma aveva una coerenza interna: il pubblico andava educato, non assecondato. La qualità era una responsabilità civile, non una variabile di mercato.

Il punto di rottura: quando lo spettatore diventa target

Quella visione non è stata sconfitta da uomini più deboli. È stata travolta da un cambiamento strutturale. Tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo, il monopolio Rai si incrina e poi crolla. In quel vuoto si inserisce un nuovo modello televisivo, incarnato da Silvio Berlusconi attraverso Fininvest: non una semplice rivoluzione industriale, ma un cambio di paradigma culturale.
Con la televisione commerciale, il cittadino diventa spettatore, lo spettatore diventa target, il target diventa valore economico. La qualità non scompare, ma cambia funzione: non serve più a elevare, bensì a trattenere. Il programma non è più un’offerta culturale ma un contenitore di attenzione da rivendere agli inserzionisti. È una logica coerente, efficiente, e radicalmente incompatibile con quella di Grassi.

La Rai che rincorre

Di fronte a questo scenario, la Rai non resiste: si adatta. La logica del servizio pubblico — già fragile sotto il peso della lottizzazione — viene progressivamente sostituita da quella della competizione. Non si tratta più di offrire un’alternativa culturale, ma di non perdere terreno negli ascolti. È qui che il sistema cambia davvero: la cultura smette di essere un dovere, l’intrattenimento diventa il linguaggio dominante, il conflitto politico lascia spazio alla gestione degli equilibri.
La lottizzazione, che Grassi combatteva come una degenerazione del servizio pubblico, diventa progressivamente un meccanismo normalizzato. Non perché gli uomini siano peggiorati, ma perché il sistema non chiede più loro di essere altro.

Il presente: il potere senza missione

In questo contesto vanno lette certe derive contemporanee del linguaggio televisivo: quelle in cui il confronto lascia spazio alla gestione del potere relazionale, in cui il ruolo sostituisce l’argomento, in cui la minaccia – anche velata – è usata come strumento di posizionamento. Non siamo davanti a semplici cadute di stile. Siamo davanti a un sistema che ha perso la propria funzione originaria e che, nell’assenza di una missione culturale riconosciuta, si organizza intorno alla sola conservazione del ruolo.
La differenza rispetto all’epoca di Grassi non è morale: è strutturale. Allora il conflitto era funzionale a un’idea — discutibile quanto si vuole — di cosa dovesse essere la televisione pubblica. Oggi, nella maggior parte dei casi, il conflitto è funzionale alla propria sopravvivenza all’interno di un sistema che non ha più una direzione riconoscibile.

Il vero paradosso

Già nel 1979 si denunciava l’ingerenza dei partiti e si rivendicava l’autonomia della Rai. Ma allora quella battaglia aveva ancora un orizzonte: rendere il servizio pubblico migliore, più libero, più capace di incidere sulla formazione civile del Paese. Oggi quel conflitto sembra svuotato non perché sia scomparso, ma perché è stato assorbito in un sistema dove la qualità non è più la posta in gioco principale. Si combatte per quote di potere in un’arena in cui nessuno si chiede più, davvero, a cosa serva vincere.

L’Annuario Rizzoli del 1980 non racconta un’età dell’oro. Racconta un momento in cui la televisione aveva ancora un’ambizione precisa: incidere sulla società, formare lo sguardo del cittadino, anche a costo di rendersi scomoda. Quella ambizione è stata progressivamente sostituita da un’altra logica, più efficiente e più redditizia, ma anche più povera: quella del mercato.

Il risultato non è semplicemente una televisione peggiore. È una televisione che ha dimenticato di avere una funzione pubblica. E forse questo è il punto più difficile da accettare: non è che siano scomparsi i grandi programmatori, i direttori con una visione, le figure capaci di tenere insieme autorevolezza e coraggio. È che il sistema in cui operavano – con tutti i suoi limiti, le sue degenerazioni, le sue contraddizioni – non esiste più. E nessuno, fino ad oggi, ne ha costruito uno migliore.

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