Niscemi sotto il fango: il ruolo del MUOS nel disastro annunciato
Un’inchiesta sul crollo di Niscemi: tra urbanizzazione fragile, scelte istituzionali e il ruolo del MUOS in un territorio già classificato a rischio estremo.
di Bruno Marfé
In Italia, quando una collina crolla, la prima reazione è quasi sempre la stessa: colpevolizzare i cittadini. Gli abusi edilizi, le case costruite male, le regole aggirate. Ed è una lettura che contiene una parte di verità, perché gli abusi esistono e hanno inciso.
Ma fermarsi lì è comodo. E soprattutto è incompleto.
Perché un territorio non diventa instabile solo per ciò che accade dal basso. Diventa fragile anche… e spesso soprattutto… per decisioni prese dall’alto, per grandi opere autorizzate, per interventi invasivi, per priorità politiche che ignorano i limiti fisici del suolo. Criminalizzare i singoli senza interrogarsi sulle responsabilità strutturali significa raccontare solo metà della storia.
Niscemi, oggi, è il punto in cui queste due narrazioni si scontrano. Da un lato l’urbanizzazione disordinata e mai governata; dall’altro scelte strategiche, militari e istituzionali che hanno inciso profondamente sull’equilibrio di una collina già fragile. È dentro questa tensione – e non nella comoda favola della “fatalità” – che va cercata la verità di ciò che sta accadendo.
Niscemi sta scivolando via e questo è un dato di fatto.
Mentre i cittadini del versante Sud sono costretti ad abbandonare le proprie abitazioni – oltre 1.500 persone evacuate secondo le ordinanze comunali e le prime stime ufficiali – lo scenario che si presenta agli occhi dei tecnici è drammatico: un fronte di frana che si estende per chilometri, con sprofondamenti localizzati che in alcuni punti raggiungono decine di metri.
Ancora una volta, il racconto pubblico tende a semplificare tutto sotto l’etichetta rassicurante della “fatalità meteorologica” e dell’incuria della popolazione. Ma la geologia, come l’ingegneria, non funziona per fatalità. Funziona per cause concorrenti, per alterazioni progressive degli equilibri, per scelte – o non scelte – stratificate nel tempo.
Ed è qui che, accanto alle responsabilità storiche dell’urbanizzazione e della mancata manutenzione, emerge un interrogativo che non può più essere eluso: se e in che misura la presenza della base militare MUOS abbia contribuito ad aggravare un dissesto già noto e classificato come ad altissimo rischio.
La profezia laica di Giulietto Chiesa

Il 31 gennaio 2014, dodici anni fa, il giornalista Giulietto Chiesa si trovava davanti alle recinzioni della base MUOS, nel cuore della Sughereta di Niscemi. Le immagini di quella giornata lo ritraggono in un luogo che non considerava solo un avamposto militare, ma un punto di rottura simbolico e fisico.
«Stanno occupando una riserva naturale e spezzando l’equilibrio di una collina fragile per una macchina da guerra», denunciava allora. Non parlava di complotti, ma di incompatibilità strutturale: la militarizzazione intensiva di un territorio geologicamente fragile.
Oggi, alla luce di quanto sta accadendo, quelle parole assumono il peso di un avvertimento ignorato. Non perché Chiesa “avesse previsto tutto”, ma perché aveva posto una domanda che nessuna istituzione ha mai affrontato fino in fondo: quanto può reggere una collina già instabile, sottoposta a carichi, sbancamenti e impermeabilizzazioni di grande scala?
Il nesso tecnico: perché il MUOS entra nell’inchiesta
Per evitare scorciatoie ideologiche, l’analisi deve restare ancorata ai fatti tecnici documentabili. Ed è su questo piano che la presenza del MUOS diventa un elemento rilevante, non un capro espiatorio.
1. Impermeabilizzazione e drenaggio forzato
La realizzazione delle piattaforme per le parabole, delle strade interne e delle infrastrutture di servizio ha trasformato ampie porzioni della Riserva della Sughereta da suolo assorbente a superfici impermeabili.
L’acqua piovana, che prima veniva trattenuta dal bosco e rilasciata lentamente, oggi viene canalizzata e scaricata a valle, aumentando la velocità e l’energia dei flussi superficiali. Un fattore noto di instabilità dei versanti argillosi.
2. Le segnalazioni della US Navy
Non si tratta di accuse esterne. In documenti e comunicazioni ufficiali, la stessa Marina statunitense ha segnalato la presenza di fenomeni erosivi significativi all’interno del perimetro della base, richiedendo interventi di mitigazione e messa in sicurezza.
Se il terreno mostra segni di cedimento sotto le infrastrutture militari, è tecnicamente legittimo interrogarsi su come sbancamenti, carichi concentrati e alterazioni del deflusso abbiano inciso sull’equilibrio complessivo del versante.
3. Una zona classificata P4/R4
Niscemi ricade in un’area classificata a rischio idrogeologico molto elevato. Questa classificazione era nota ben prima dell’avvio del MUOS. Eppure, mentre i lavori della base procedevano con tempi e garanzie straordinarie, i piani strutturali di consolidamento urbano — attesi almeno dalla fine degli anni ’90 — sono rimasti in gran parte inattuati.
Il punto non è stabilire una colpa unica, ma riconoscere una asimmetria di priorità.
Il paradosso del PNRR
L’inchiesta solleva un nodo politico difficile da ignorare. Nonostante la classificazione di massimo rischio, Niscemi risulterebbe esclusa dai principali finanziamenti PNRR destinati alla messa in sicurezza del territorio.
Una scelta che oggi appare quantomeno incomprensibile, se confrontata con la rapidità e la determinazione con cui lo Stato ha garantito supporto logistico, normativo e di sicurezza alla base militare statunitense.
È una contraddizione che merita chiarimenti istituzionali: perché un sito strategico è stato protetto in ogni modo, mentre il tessuto urbano circostante è rimasto esposto?
Verso l’ipotesi di “disastro colposo”
La magistratura sta valutando l’apertura di un fascicolo per disastro colposo. Il cuore dell’indagine non sarà la quantità di pioggia caduta, ma quanto l’intervento umano abbia ridotto il margine di sicurezza della collina, rendendola incapace di assorbire eventi meteorologici peraltro compatibili con la storia climatica dell’area.
In altre parole: non se ha piovuto troppo, ma perché il terreno non ha retto.
Una domanda che non può più essere rimandata
Nel 2014 Giulietto Chiesa chiedeva trasparenza, responsabilità e sovranità territoriale.
Nel 2026, i cittadini di Niscemi chiedono qualcosa di ancora più elementare: non essere sepolti dal fango e dal silenzio.
Se la base è sicura mentre il paese crolla, qualcuno dovrà spiegare perché.
Non in un talk show, ma nelle sedi in cui si accertano i fatti. E le responsabilità.
