30/04/2026
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Niscemi e l’Italia d’Argilla: anatomia di un crollo annunciato

Niscemi crollo

Niscemi - fonte social

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di Bruno Marfé

In Italia chiamiamo spesso “miracolo” ciò che è semplicemente ‘andata bene, per ora’. Se una collina si spacca, una strada si apre, un quartiere viene evacuato ma non ci sono morti, tiriamo un sospiro di sollievo e archiviamo tutto così: è andata bene.

Il giorno dopo si ricomincia.

La geologia, però, non archivia nulla. Non conosce miracoli, né destino. Conosce solo equilibri che tengono finché qualcuno non li forza troppo. Niscemi non è una sorpresa: è il riflesso di un Paese che ha imparato a convivere con il rischio, a normalizzarlo, a chiamarlo emergenza invece che responsabilità.

È quella che potremmo definire resilienza passiva: non preveniamo, resistiamo. Non correggiamo, rattoppiamo. Viviamo su colline che scivolano lentamente e ci diciamo che è sempre stato così.

L’illusione del cemento: quando il costume ignora la geologia

Per decenni abbiamo creduto che il cemento fosse una garanzia. Costruire significava “mettere in sicurezza”, dare stabilità, fissare il paesaggio. In realtà, spesso abbiamo fatto l’opposto: abbiamo caricato di peso versanti fragili, impermeabilizzato terreni che avevano bisogno di respirare, chiuso sotto l’asfalto canali d’acqua che per secoli avevano fatto il loro lavoro in silenzio.

Niscemi rientra pienamente in questo schema. Come molte zone della Sicilia, poggia su argille marnose e sabbie, terreni che reagiscono male all’acqua se l’acqua non viene accompagnata, guidata, drenata. Qui la pioggia non è il colpevole: è solo il momento in cui il problema diventa visibile.

La scienza del disastro: perché la terra si muove

Per capire cosa accade bisogna abbassare lo sguardo, andare sotto le case, sotto le strade. Quando l’acqua si infiltra in un terreno argilloso e non trova vie di sfogo, aumenta la pressione interstiziale: le particelle di suolo smettono di “tenersi” tra loro. È come camminare su un pavimento che diventa sapone.

In ingegneria questo equilibrio si misura con un numero, il coefficiente di sicurezza (F). È il rapporto tra ciò che tiene fermo un versante e ciò che lo spinge a muoversi.

Quando F scende sotto 1, il terreno non potrebbe cedere: cede.

A Niscemi abbiamo fatto esattamente questo… abbiamo aggiunto peso, edifici, strade, infrastrutture, e tolto resistenza… manutenzione, drenaggi, cura del suolo. Il risultato non è una fatalità, ma una conseguenza. Quel numero, F, non è astratto: è la distanza che separa una collina stabile da una famiglia costretta a lasciare casa.

Ischia, 2022: quando il disastro ci passa accanto

Se Niscemi può sembrare lontana, basta tornare con la memoria a Ischia. Casamicciola, novembre 2022. Fango che scende all’alba, case travolte, vite spezzate. Per giorni abbiamo parlato di pioggia eccezionale, di evento imprevedibile.

Eppure, a Ischia, tutto era già scritto da tempo: versanti fragili, canali tombati, edificazioni in aree a rischio, abusivismo stratificato e poi normalizzato. La scienza lo sapeva, le mappe lo dicevano. Ma si è preferito convivere con il rischio, rimandare, sperare che andasse ancora bene.

Ischia ci riguarda perché mostra il passaggio sottile – e crudele – tra la Niscemi di oggi e la tragedia di domani. La differenza non la fa la pioggia. La fa il tempo che passa senza intervenire.

Dal “maltempo” alla responsabilità

Continuare a parlare di “maltempo” è rassicurante: sposta la colpa altrove. Ma se una casa viene costruita su un terreno instabile, la responsabilità non è del cielo. È di chi ha firmato, di chi ha chiuso un occhio, di chi ha scelto il consenso immediato al posto della sicurezza futura.

La collina che scivola è l’immagine di uno Stato che ha smesso di prendersi cura del proprio territorio. La manutenzione ordinaria – pulire, drenare, consolidare – è diventata invisibile, poco redditizia, politicamente noiosa. Eppure è l’unica vera grande opera pubblica di cui avremmo bisogno.

Conclusione: restare in piedi

Essere un Paese civile significa smettere di assistere al proprio sgretolamento come fosse uno spettacolo inevitabile. Gli strumenti scientifici per prevenire ci sono, e sono affidabili. Quello che manca è il coraggio di usarli fino in fondo, anche quando significa dire: qui non si costruisce, oppure qui bisogna fare un passo indietro.

Finché continueremo a chiamare miracolo ciò che è solo uno scampato disastro, continueremo a scivolare lentamente a valle. Insieme al fango, porteremo via anche l’idea che il futuro si possa governare.

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