30/04/2026
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32 Dicembre: cronaca di un naufragio nel salotto digitale

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Dalle chat di gruppo alla crisi del confronto pubblico: quando il dissenso smette di essere dialogo e diventa rumore o silenzio.

di Bruno Marfé

A chi non è capitato di ritrovarsi in una chat di gruppo, magari aggiunto quasi per caso, e di provare una sottile nostalgia per i vecchi salotti tra amici? Luoghi in cui il confronto era governato dal dubbio, dal rispetto e da una certa eleganza del pensiero. Oggi quei salotti sembrano scomparsi, sostituiti da piazze virtuali dove il prestigio culturale dei partecipanti evapora sotto i colpi di un pollice troppo veloce.

Immaginiamo allora una chat simbolica, chiamiamola “32 Dicembre”, citando Luciano De Crescenzo e il suo tempo sospeso, surreale, capace di accogliere una filosofia popolare. Nata per riflettere su tempo, memoria e valore civile, sulla carta raccoglie decine e decine di menti illuminate. Nei fatti, diventa il palcoscenico di un’antropologia del declino.

I gladiatori del dibattito

La scena è spesso occupata da una minoranza rumorosa. Sono i gladiatori del confronto digitale: trasformano ogni discussione in un ring, dove l’argomentazione lascia spazio all’insulto rapido e al dileggio. Le idee altrui diventano “vomitevoli” o “ridicole”. Vedere persone adulte, cariche di titoli e responsabilità, scivolare in dinamiche infantili è uno dei segnali più evidenti di una società che ha smarrito la capacità di abitare il dissenso.

L’aventiniano digitale

Accanto ai gladiatori compare una figura meno appariscente ma altrettanto significativa: l’aventiniano digitale. Osserva tutto con distacco ostentato, definisce la chat inutile e noiosa, ma non se ne va mai. Si rifugia in un narcisismo etico che scambia il disimpegno per superiorità morale, arrivando talvolta a cancellare relazioni reali quando non coincidono con i propri schemi. È la paura del fango elevata a virtù.

Il silenzio come complicità

Il dato più inquietante, però, non è il rumore di pochi, ma il silenzio dei molti. Se alcuni urlano, il vero rumore di fondo è l’immobilità di centinaia di iscritti. Una maggioranza silenziosa che accetta passivamente lo scempio del confronto. A questo si aggiunge una diffusa pavidità digitale: identità dimezzate, nomi incompleti, come se firmare un messaggio di pensiero fosse un atto rischioso. Se una potenziale classe dirigente teme di “metterci la faccia” in una chat, che coraggio potrà mai avere nel guidare un cambiamento reale?

Don Chisciotte nel non-luogo

Raramente emerge una figura donchisciottesca. Qualcuno che sente il dovere civile di presentarsi, di dichiarare nome, cognome e storia, tentando di riportare la discussione su binari di senso. È il tentativo di trasformare un non-luogo anonimo in uno spazio di partecipazione. Ma senza una scelta collettiva, quel gesto resta spesso un monologo nel deserto.

Oltre le chat

Il problema non sono le chat, ma ciò che esse rivelano di noi. Se anche chi possiede strumenti culturali sceglie l’insulto o il silenzio, il naufragio non è solo politico, ma umano. Nel “32 Dicembre” della nostra società il tempo passa senza insegnare nulla, e sullo schermo resta un eterno presente fatto di rabbia, noia e ombre pavide che hanno dimenticato l’eleganza del dialogo.

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