29/04/2026
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Teatro dell’assurdo e cartellini scomparsi

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Dialoghi immaginari tra calcio e coscienza civile

Di Bruno Marfé

Due minuti, mi dicevo, due minuti per capire come andrà a finire. Ma no, bastava già lo sguardo al campo. E poi quel colpo di Pierotti sulla caviglia di Olivera: roba da far tremare le tribune. E il cartellino? Rimasto in tasca. A quel punto ho capito: la recita era già scritta.

“È sempre lo stesso copione,” mi sussurra la mia voce interiore, quella che da tempo commenta con disincanto. “La sceneggiatura è di Marotta, la regia di Rocchi. Il calcio come teatro dell’assurdo, solo che il biglietto lo paghiamo noi.” E ha ragione: quello non era un fallo, era un’aggressione. E il silenzio arbitrale non è distrazione… è una scelta.

Poi c’è Collu, il giovane arbitro mandato allo sbaraglio. Tre giorni di isteria mediatica contro il Napoli e poi lui, buttato lì, in campo, a compiere il “dovere”: vedere un rigore fantasma che le immagini non chiariscono e non chiariranno mai. Una farsa, anzi una farsa codificata.

“Una farsa? Una vera aberrazione del Regolamento!”… continua la mia voce, ora infervorata. “Dovevano compensare, ristabilire il disequilibrio creato dalle loro stesse polemiche. Ma il Dio del calcio, ogni tanto, si diverte: ci ha pensato il Gigante Serbo.” E sì, in ogni casa con un cuore azzurro si saranno spalancate le finestre per liberare nell’aria infiniti chitemmuorti come palloncini. Una liberazione collettiva.

Giustizia ristabilita, almeno per una sera.

Eppure, anche nella vittoria, il Napoli ti fa tribolare. Primo in classifica di nuovo, certo, ma ogni domenica è un travaglio. Mai una partita chiusa, mai una vittoria tranquilla.

“La solita storia,” borbotta la voce. “Una squadra che può dominare ma non archivia mai.” Vero. E il problema è che, anche a Lecce, abbiamo giocato con un finto centravanti. Politano tiene palla, smista bene, ma l’area la guarda da lontano, come se non la riguardasse. Lang si sbatte, ma non incide. E Matteo sembrava esausto già nel riscaldamento.

“E la difesa?”… chiede quella voce che non molla mai. “Non benissimo,” ammetto. Juan Jesus un po’distratto, Buongiorno ancora indietro, Di Lorenzo stanco, Olivera nervoso. L’unica boccata d’aria è arrivata da Gutierrez: ingresso deciso, sguardo pulito, presenza da veterano.

In mezzo, però, si salva Gilmour: ordinato, lucido. E Frank Anguissa? Un diesel. Parte piano, ma quando entra in partita, la cambia. La sente sua.

“E poi?” E poi la svolta, ovviamente. Quel mani che non sarà mai rigore, e subito dopo la punizione battuta “come Cristo comanda” da Neres: palla tesa, perfetta, la testa di Frank che la spinge dentro. Fine della storia.

La mia voce interiore sorride. “Vedi? Anche nel teatro dell’assurdo, la giustizia — quella vera — ogni tanto riesce a trovare il palcoscenico.” Già. Nonostante le buffonate arbitrali, le regie occulte e i cartellini scomparsi, il Napoli si sveglia domani primo in classifica. Ha scacciato i fantasmi, ritrovato facce amiche come Neres, ritrovato soprattutto se stesso.

“E la battaglia per le regole?” – mi chiede per l’ultima volta quella voce. “Continua,” rispondo. “Perché nel calcio, come nella vita, anche quando ti vogliono scrivere il copione, puoi sempre scegliere di riscrivere la scena.”

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