L’Inflazione degli Eroi e il Caso McTominay: quando l’atleta è più forte del personaggio
Scott McTominay - imm. web
Di campioni di cartone e principi di cristallo. In principio era il gesto. Oggi è il post.
di Bruno Marfé
Accendi la TV e vieni travolto da una pioggia di aggettivi: epocale, leggendario, storico. Basta una giocata allo scadere o un recupero grintoso per trasformare una partita in un’epopea. Ma se tutto è “leggendario”, allora nulla lo è davvero.
La televisione commerciale trasforma ogni domenica in un racconto eroico per vendere lo slot pubblicitario successivo. La storia, quella vera, osserva in silenzio.
Poi, a volte, arriva la realtà.
Un colpo alla testa nei pressi della panchina. Le cure rapide. Il rientro in campo. E il gol.
Nessuna sceneggiatura, nessuna costruzione narrativa: solo un atleta che fa il suo mestiere.
È successo a Scott McTominay. Ed è bastato questo per far parlare tutti.
Il caso McTominay: perché ci stupisce la normalità
Il centrocampista scozzese è diventato un idolo non solo per le prestazioni, ma per la sua “diversità”. In un mondo di atleti che sembrano usciti da un’agenzia di moda, McTominay riporta il calcio alla sua essenza: lavoro, sacrificio, silenzio, identità.
Il paradosso è evidente: ci stupiamo di un professionista che corre per novanta minuti, che non si risparmia, che vive la partita senza costruirsi un personaggio.
Questo stupore dice molto più del giocatore che del sistema.
Abbiamo così sete di autenticità che quando incontriamo un atleta semplicemente serio e dedito, lo trattiamo come un’eccezione.
McTominay non è straordinario perché fa qualcosa di eroico.
È straordinario perché fa ciò che dovrebbe essere normale.
La prigione di cristallo
Eppure McTominay vive in un’epoca che a Cesare Rubini sarebbe sembrata una gabbia.
Il “Principe” era un atleta rinascimentale: oro olimpico nella pallanuoto, protagonista nel basket, allenatore vincente. Oggi una simile libertà è impensabile. L’atleta moderno è un asset finanziario:
- iper-specializzato, perché ogni deviazione è un rischio economico;
- controllato, perché ogni gesto può diventare un caso sui social;
- esposto, perché milioni di giudici digitali valutano non solo le prestazioni, ma l’immagine.
Se Rubini poteva difendere il suo onore sugli spalti, oggi un gesto fuori copione rischierebbe di costare uno sponsor.
La memoria come antidoto
Il risultato è un paradosso: atleti sempre più performanti fisicamente, ma spesso più fragili sul piano emotivo. Non basta giocare bene. Bisogna essere perfetti anche nel feed.
Rubini era diverso. Non doveva sembrare grande: lo era. Dodici scudetti, record di vittorie, risultati che non avevano bisogno di storytelling.
La sua grandezza non era percepita. Era misurabile.
Tornare a pesare le parole
Forse dovremmo fare un patto: smettere di chiamare “leggenda” chiunque faccia bene il proprio lavoro.
Il caso McTominay ci ricorda che esiste ancora fame di autenticità. Ma figure come Cesare Rubini ci insegnano che la grandezza non è una narrazione del momento: è ciò che resta quando il rumore finisce.
Il vero mito non ha bisogno di essere venduto.
Resta negli almanacchi, dove il sudore non scade dopo ventiquattr’ore.
Forse il modo migliore per rispettare gli atleti di oggi è smettere di caricarli di aspettative divine e lasciarli essere, semplicemente, sportivi.
