10/03/2026
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bocchetti in giugno 2022
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di Raffaele Bocchetti

Scuole, piazze, strade delle nostre città sono intitolate a personaggi famosi che, per il ruolo che hanno rivestito o per l’attività che hanno svolto, anche per le vicende private della loro vita, rappresentano un punto di riferimento, un esempio da seguire. Sono la nostra memoria storica, un faro che illumina passato, presente e futuro.

L’intitolazione di una scuola segue un iter complicatissimo: la delibera del consiglio di circolo o di istituto, sentito il collegio dei docenti, viene inviata al Provveditore agli studi, che sottopone la decisione scolastica alle valutazioni del Prefetto e della Giunta comunale e, se saranno tutti d’accordo sul nome prescelto, la scuola avrà la sua intitolazione. E così ci ritroviamo scuole intitolate ad Alessandro Volta, Benedetto Croce, Antonio Meucci, Alfonso Casanova, Eugenio Montale, Giovanni Pascoli, Dante Alighieri, Luigi Vanvitelli, Enrico Mattei, ecc., tutte personalità del mondo della cultura, scienziati, musicisti che hanno dato lustro alla loro terra, che hanno speso una vita per il bene dell’umanità, nomi davanti ai quali dobbiamo inchinarci.

 Poi ci imbattiamo in alcuni nomi che di meriti ne hanno piuttosto pochi o addirittura nessuno, almeno per noi meridionali.

Parlo di Vittorio Emanuele II, Camillo Benso Conte di Cavour, Enrico Cialdini, Massimo d’Azeglio e Nino Bixio, per citarne solo alcuni. Tanti di questi signori nascondevano assassinii, latrocinii, addirittura rasentavano  la perfidia dei nazisti, la ferocia dell’Isis, e  hanno perpetrato bestiali crimini ai danni delle popolazioni inermi, specie nelle provincie meridionali in occasione della  conquista di Napoli, cosa che ha pregiudicato quell’unità d’Italia, che non è unita neppure adesso.

 Nella storia facilmente si possono incontrare assassini sadici e feroci come tanti dei nostri “eroi della patria” .

Ai Piemontesi non bastarono furti, devastazioni, fucilazioni di massa, bisognava distruggere la memoria di vinti, cancellare  ricordi: monumenti, simboli, intitolazioni delle strade, fatti storici la cui conoscenza poteva costituire grossi problemi per loro. 

Dal 1860 è stato tutto un mettere e levare insegne, statue, ritratti, simboli, allo scopo di cancellare tutto ciò che potesse comprovare l’esistenza di un regno spesso illuminato ed evoluto. 

Si tratta di quella operazione che i latini chiamavano damnatio memoriae applicata in modo inappuntabile.

E’ proprio a scuola che abbiamo appreso che Vittorio Emanuele II è il “padre della Patria, il re galantuomo”, che Garibaldi è “l’eroe dei due mondi” e Cavour il grande “tessitore”. 

Vittorio Emanuele II, il re galantuomo, nella prima guerra d’indipendenza contro l’Austria, mentre i suoi carabinieri morivano a frotte, lui si divertiva a sparare ai pavoni della cascina di Sommacampagna, suo quartier generale. Il re galantuomo con una sua lettera al generale la Marmora autorizzò le più turpi violenze e i più infami massacri nei confronti dei genovesi che erano insorti perché mal sopportavano i sabaudi.

 La Marmora finse di voler trattare con i genovesi, ma contemporaneamente gli lanciò contro 30.000 soldati. Il capoluogo ligure fu invaso dai soldati del re galantuomo che, con inaudita crudeltà, violentarono le donne e  massacrarono gli uomini che si opponevano o che fuggivano. 

 Tra i meriti di questo padre della patria c’è da annoverare la sua reazione di fronte all’eccidio, al barbarismo, alle atrocità commessi dal generale Enrico Cialdini a Casalduni e Pontegandolfo: “ han subito la meritata giustizia”.

 Molti storici, tra cui Pino Aprile, dimostrano ampiamente quali furono i sistemi adottati dai bersaglieri dell’ambizioso e disumano Cialdini nei confronti di un popolo inerme.

 Attorno al galantuomo si è creata una meravigliosa leggenda manomettendo la realtà e sublimando i più abominevoli delitti e vizi, raccontandoli addirittura come virtù. Camillo Benso di Cavour è stato uno dei peggiori nemici del Sud e della Sicilia. Non conosceva l’Italia: né il Sud, né il Nord. Era un malo-francese arrogante e detestava i meridionali pur non conoscendoli. Al contrario di quello che ci hanno raccontato, non solo considerava il Sud una colonia conquistata, come raccontano P. Aprile, L. Del Boca ed altri, ma fu lui ad ordinare al generale Cialdini di radere al suolo Gaeta. 

Pino Aprile nel suo “Terroni” riferisce che: “nel centenario del 1961, durante gli scavi per la costruzione della scuola media “Carducci” venne fuori una fossa di ventiquattro metri per dodici di profondità piena di cadaveri: soldati borbonici e civili fucilati dai piemontesi. Quando arrivarono a duemila salme riesumate, la cosa cominciò a suscitare tale emozione e risentimento, che le autorità si sbrigarono a richiudere tutto e costruirci sopra”. 

Cavour, piccolo di statura, tracagnotto, miope e dal viso sgradevole, fu politicamente astuto e fortunato diplomatico. Nel 1859 il deputato Pier Carlo Boggio scrive a Cavour: “o la guerra a Napoli o la bancarotta”, quindi il denaro del Regno borbonico era nei sogni piemontesi.

 Si ha pure notizia dei suoi stretti rapporti con Liborio Romano che lodava in una sua lettera: “l’illuminato e forte patriottismo e la devozione alla causa”. 

Liborio romano era un generale borbonico, corrotto e traditore, che fece della criminalità il suo braccio forte   Garibaldi Fino a pochi anni fa era quasi un reato parlare male di lui ma oggi che i tempi sono cambiati, grazie anche ad un processo diverso di informazione che viaggia veloce su Internet e raggiunge tutti e ovunque, è in atto una revisione storica che vivaddio sta man mano portando alla luce verità inimmaginabili.. Era un avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all’epoca emigravano i piemontesi. In Perù gli tagliarono i padiglioni degli orecchi perché coinvolto nel furto di cavalli, e poi si diede al commercio degli schiavi asiatici. Massimo Viglione, nel suo “L’identità ferita” (Ares), lo identifica come pirata, al seguito del bey di Tunisi, che fu costretto a fuggire in Sudamerica per non finire impiccato e lì non fu mai considerato un eroe. Nell’invasione del sud, il 16 luglio 1860 costituì la legione ungherese che si rese protagonista di episodi di inaudita crudeltà nelle stragi di Auletta Montemiletto e Montefalcione. Carlo Alianello nel “la conquista del Sud” racconta come Garibaldi abbia riempito le carceri dei suoi oppositori, svuotandole dei più sporchi criminali per poi impiegarli come preziosi collaboratori nella conquista del Sud.

 Nel 1860 Garibaldi insieme a Liborio Romano, si accordò con i picciotti siciliani e la camorra napoletana e nacque così la prima trattativa Stato Mafia.

Leonardo Sciascia: “se lo Stato volesse realmente uccidere la mafia, dovrebbe suicidarsi”. 

Giovanni Falcone: “E’ impossibile non parlare di Stato quando si parla di mafia”. Rocco Chinnici: “La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”.

 Nicola Gratteri: “Le Mafie sono nate con l’Unità d’Italia, il termine ndrangheta nasce nel 1930.

 Isaia Sales: “Solo dopo l’Unità d’Italia le mafie hanno conquistato un ruolo centrale”. Il Giornale: “ Le nostre capitali del crimine? Ecco la sorpresa: sono al Nord.

 Il Sole 24 Ore: “…le tre città in testa alla classifica dei reati penali sono al centro nord (dati del Ministero dell’Interno). Scioglie qualsiasi dubbio su i suoi rapporti con la criminalità organizzata l’aver formato, una volta entrato a Napoli, un governo con a capo proprio Liborio Romano.   

Enrico Cialdini fu il generale che su ordine di Cavour, con il beneplacito del re savoiardo e di Garibaldi, ordinò ai suoi bersaglieri e carabinieri di circondare i paesi di Casalduni e Pontelandolfo, in provincia di Benevento, di distruggerli e di massacrare le popolazioni, cosa che fu fatta puntualmente in maniera barbara ed atroce: rastrellamenti, torture, fucilazioni, stupri, incendi furono eseguiti con il risultato di un genocidio vero e proprio. Massimo d’Azeglio. il 17 ottobre 1860, in una lettera inviata a Diomede Pantaloni, (contenuta in un carteggio inedito) esternò tutta la sua simpatia verso i napoletani e i meridionali in genere: “In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura come mettersi a letto con un vaioloso”.

Nino Bixio in una lettera alla moglie scrisse a proposito della Sicilia: “ …è un paese che bisognerebbe distruggere e mandarli in Africa a farsi civili”. Poverino non aveva neppure la minima cognizione della Magna Grecia. Questo era l’edificante concetto che gli ideatori dell’Unità avevano dei meridionali. Eppure tutti questi signori hanno ricevuto l’intitolazione di un’infinità di strade, piazze e scuole. E’ il paradosso, l’incongruenza, l’idiozia, l’emblema della sottomissione, il retaggio di quella storia creata ad hoc dai teorizzatori dell’arretratezza meridionale, alleati degli storici post-unitari, in modo che risultasse di gradimento a tutto il Paese, da Nord a Sud, e che potesse rendere orgoglioso il popolo, anche quello meridionale.

 In quell’epoca ci fu Lombroso a dare una mano con le sue teorie dannosissime per i meridionali, vittime di una ideologia diffusa come dogma dai propagandisti della borghesia nelle classi settentrionali. Ergo non ci deve meravigliare che negli stadi un branco di ignoranti inneggi al Vesuvio, che Celentano ipotizzi una Napoli sommersa da una mafia multinazionale, che Feltri affermi che a Napoli siamo tutti così sfaticati da aspettare sdraiati sul divano, il reddito di cittadinanza. Il problema è che ci credono anche i meridionali, ignari di esser vittime della teoria evoluzionistica di Darwin, tanto amata dal sistema capitalista europeo. Il darwinismo sociale dava una spiegazione scientifica del capitalismo e un fondo etico alla legge “naturale” che giustificava lo sfruttamento dei lavoratori e le politiche economiche a favore dei ricchi. Praticamente nessun aiuto va dato ai poveri perché non saprebbero cosa farne. Quindi bisognava mostrare un Sud povero e lercio che non meritava aiuti ma solo adatto allo sfruttamento coloniale, cosa che accade anche oggi.

Questa teoria contribuì ad aprire la strada a teorie ancor più devastanti come la frenologia, la fisiognomica e la nascita dell’antropologia criminale, attuale criminologia, di Cesare Lombroso. Oggi però è finalmente in atto un processo di revisione storica e si scoprono gli altarini. 

 Allora?

 Allora è tempo di riscrivere la storia in modo più attento, meno fazioso, che restituisca dignità a chi, con la vita, non l’aveva mai persa, che rappresenti l'”humus” di una via che porti realmente a quella unità italiana tanto vagheggiata dai tempi di Dante, di Machiavelli e di tanti, tanti altri Italiani.

ARTICOLO TRATTO DAL NUMERO DI GIUGNO 2022 DE LA RIVISTA IL CONFRONTO

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