La poesia di Favara e Antonio Liotta
di Teresa Triscari

Adesso che si sono spenti i clamori degli apprezzamenti via social, leggiamo il racconto estivo di Antonio Liotta, “Caffè delirio” (il racconto lo potete trovare linkando qui) che, nella chiusa finale, porta un sottotitolo sotteso, “Cafè de l’Amuri”.
Ad epigrafe del racconto, un verso sospeso:” Scriverò sul tuo corpo sillabe spezzate…”, ricavato dal direttore di “Malgradotutto”, il buon Egidio Terrana, giornalista e filologo, compagno di strada, intorno alla fine degli anni Sessanta, di quel manipolo di giovani ed entusiasti giornalisti in erba che ruotavano intorno a Sciascia, degni epigoni di un grande momento della nostra Terra, continuatori di una ricercata forma di sinestesia culturale.
Già ad apertura del racconto di Antonio Liotta, siamo avvolti da una felice mistione di linguaggi, colori, odori, sapori.
Il racconto, certamente, vive e convive nei luoghi dell’agrigentino, Favara nella fattispecie, ma, soprattutto, nei sapori dolce-amaro che accompagnano, sin dal suo incipit, il gusto delle paste “Elena” tipiche della zona, stemperate (o esaltate) dal caffè bevuto amaro.
Il caffè! Per incidens, anche a me il caffè piace amaro perché è proprio in quel gusto forte che c’è la pienezza del piacere.
Pienezza di sentimenti e sensazioni.
Il corpo si legge, si scrive, è una scultura, come le Veneri del Canova, come per chi è un filologo come Alberto, il Professore, che legge il corpo di Nina, che beve in quella pienezza del caffè il suo essere e saper essere donna.

Il corpo diventa un insieme di fotogrammi, come in certi film di Luis Buñuel dove “Il fascino discreto della borghesia” si compone in quell’altro capolavoro che è “Il fantasma della libertà” diventando complice di analisi sociali e politiche.
Ma il corpo è, prima di tutto, un fatto scientifico e quando si ammala, ecco che il medico che c’è nell’autore, si coniuga subito con il poeta che serpeggia di continuo in lui. Che soffre in lui.
Un bisogno di guardare, di guardarsi, di scrutare, cercare, studiare, guarire.
Studiare i moti dell’anima che si riflettono nelle vibrazioni del corpo, nei capezzoli turgidi, in quel fisico che la malattia corrode.
Studiare il ricordo, i segni, le ricostruzioni, il ritorno.
Una tazzina che, alla fine, torna lì, al di là dei segni del tempo, sullo stesso tavolo, insieme al caffè, ricomposto anche nella compattezza dei suoi chicchi, ai colori, agli odori, agli scritti poetici…, lì, protagonista di un insieme di fotogrammi, di storie in cerca d’autore, di un mondo agrigentino che si ricompone in un quadro, in un fotomontaggio, in un blues, in un sotteso leitmotiv di quel caffè che, per estensione di linguaggio, diventa il “cafè di l’amuri” rimanendo, alla fine, il protagonista assoluto, dominante e dominatore della storia.
