17/07/2026
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Le Mattizie di Paolo: quando l’aneddoto diventa dossier

Le Mattizie di Paolo: quando l’aneddoto diventa dossier
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Prima Sorrento e Sinokor, ora Cuba: un’altra rotta nell’ombra dello shipping mondiale

di Bruno Marfé con Paolo Palomba

Chi ci segue da queste pagine conosce già la voce di Paolo Palomba. 

A marzo, ne “Il Pirata di Sorrento e l’oro nero” [https://ilconfronto.eu/attualita/il-pirata-di-sorrento-e-loro-nero/], da una chiacchierata tra amici era emerso uno spaccato sul trading petrolifero mondiale — le VLCC, l’operazione Sinokor-MSC, le società satellite tra Panama e Liberia pensate per rendere illeggibile dall’esterno la catena di controllo delle navi. 
A luglio, ne “L’Ombra dell’Oro Nero” [https://ilconfronto.eu/attualita/lombra-delloro-nero-dalla-penisola-sorrentina-alla-flotta-fantasma-coreana/], lo stesso sguardo si era allargato alla flotta fantasma coreana e ai trasbordi Ship-to-Ship nel Golfo Persico, con un’incursione nella memoria storica del trading petrolifero degli anni Settanta: imbarcazioni “rinominate” a metà rotta, polizze di carico riscritte, embarghi aggirati con la stessa disinvoltura con cui oggi si spegne un transponder satellitare.
Quello che pubblichiamo oggi non è un’inchiesta, ma la testimonianza diretta di Paolo su un episodio vissuto in prima persona, che appartiene esattamente a quel mondo. Siamo nel 1999, l’oggetto non è il greggio ma il bunkeraggio — il rifornimento di carburante alle navi — e lo scenario non è il Golfo Persico ma Cuba, sotto embargo statunitense. Cambiano la merce e la geografia, ma la grammatica è la stessa già incontrata a Sorrento e nel Golfo: una società caraibica costituita in 48 ore, conti cifrati, penali usuraie che si autoalimentano con il ritardo, un sequestro giudiziario usato come leva negoziale. Un caso di scuola, raccontato da chi lo ha vissuto sul campo, che conferma quanto le pratiche descritte nelle nostre precedenti analisi non siano un’eccezione recente, ma un repertorio di tecniche note da decenni a chi opera ai margini — spesso legali, talvolta grigi — dello shipping internazionale.

LE MATTIZIE DI PAOLO

Il giorno che sequestrai la flotta di Fidel (col Rolex degli altri)

Le “mattizie” sono i racconti di mare e di vita di Paolo Palomba, restituiti qui nella sua voce. Nomi, cifre e circostanze sono quelli della sua memoria e della sua narrazione: un pezzo di storia vissuta, non un atto d’accusa.
Correva l’anno 1999. Un anno complicato sul piano personale, ma professionalmente — beh, diciamo che il mondo girava a un altro ritmo. Basilea 1 e Basilea 2 erano ancora un miraggio, i controlli antiriciclaggio un’utopia burocratica, e io mi muovevo tra i tavoli del Circolissimo di Monte Carlo come un pesce nella sua acqua.
Fu lì, tra un “amico degli amici” e un cocktail, che sentii parlare per la prima volta della Promo Cuba: una società con sede a Livorno che promuoveva gli affari tra imprenditori italiani e il governo cubano, con alle spalle capitali cooperativi di peso, capaci di muovere cifre a più zeri senza battere ciglio.
Io avevo già in testa il mio progetto: fare il bunkeraggio per la flotta mercantile cubana, rifornirla di carburante. Per entrarci mi appoggiai proprio alla Promo Cuba — pagai una quota d’ingresso di 5 milioni di lire e diventai parte del consorzio.
Fu la Promo Cuba a introdurmi, a farmi parlare con le persone giuste. Da lì, passo dopo passo, si arrivò a un tavolo dove si trattava sul serio, e alla fine si firmarono i contratti — con quella clausola di penale che avrebbe fatto la fortuna dell’intera operazione.
C’era un dettaglio non proprio trascurabile: la flotta cubana era nota, nell’ambiente, per pagare le fatture con una calma filosofica. Ma io avevo le spalle coperte. Dietro di me c’era un broker inglese di Londra, un trader che giocava stabilmente con 8 milioni di dollari per finanziare operazioni ad alto rischio. La sua logica era semplice: pagava subito il fornitore, comprava il credito, e poi applicava ai cubani un tasso del 2,5% mensile per ogni giorno di ritardo — un’usura legalizzata dal mercato. Io incassavo il mio margine, pulito e sicuro; lui godeva a ogni giorno di ritardo.
Per partire serviva una società ad hoc. Detto, fatto: consolato di Saint Vincent e Grenadine a Monte Carlo, 2.000 dollari, 48 ore di attesa, ed ecco pronta una società caraibica chiavi in mano — la IMB, International Maritime Bunkering — completa di procura, conti cifrati e firma libera. Tutto regolare sulla carta, tutto rapidissimo nella sostanza.

L’incontro con “il custode del segreto”

Atterriamo a L’Avana. Per noi del consorzio la Promo Cuba gestiva una villa il cui affitto — 5.000 dollari al mese — in un Paese dove lo stipendio medio si aggirava sui dieci dollari, diceva già tutto sul contrasto che avremmo respirato in quel viaggio.
Il culmine fu l’incontro con l’uomo chiave: secondo quanto mi fu presentato all’epoca, il ministro della Marina Mercantile cubana, imparentato per matrimonio con la famiglia Guevara. Su questo genere di legami familiari, tra Cuba e la sua nomenklatura, sono circolate nel tempo versioni diverse: io riporto quello che mi fu detto e quello che vissi in quella stanza.
Ci accolse in una villa dai toni hollywoodiani, immersa in un parco enorme. Una cameriera in alta uniforme, grembiulino ricamato e crestina bianca, ci servì il caffè in tazze di porcellana fine.
Poi entrò lui. Quasi due metri, pettinato all’indietro, giacca e cravatta impeccabili. L’occhio mi cadde subito sul polso: un Rolex President in oro massiccio che, nel ’99, valeva quanto un appartamento in una buona zona costiera.
Sorseggiando il caffè, con tutta la solennità del mondo, mi disse:
“Sono il depositario delle ultime volontà di Ernesto Che Guevara. Segreti che potrò svelare solo sul mio letto di morte.”
Io guardavo lui, guardavo il Rolex, pensavo al mito della giungla e poi al business che avevamo messo in piedi. Perché il giro, quello sì, era concreto e verificabile: navi porta-container facevano la spola tra Cuba e i porti italiani cariche di pescato — aragoste, tonno — lavorato da imprenditori del Nord Italia e destinato alla grande distribuzione. Un cerchio commerciale in piena regola, con milioni di fatturato dietro.
Un cenno del polso col Rolex: “Organizzo io l’incontro con i direttori delle flotte. Andate e firmate.” E così fu: contratto a 30 giorni, penale del 2,5% mensile in caso di ritardo.

Il colpo di Leixões

Per un po’ le cose filano lisce. Io fornisco il carburante, i cubani pagano con comodo, l’inglese compra il credito e applica gli interessi, io incasso la mia percentuale a Monte Carlo. Un meccanismo oliato.
Finché, per una nave diretta in Ecuador, l’inglese si tira indietro: “Paolo, siamo fuori fido. Se vuoi farla, la fai a tuo rischio.”
Il margine era troppo ghiotto per lasciarlo perdere. La faccio io. Bunker alla nave, un po’ di equilibrismo con banca e fornitori italiani — “domani pago, portate pazienza” — sicuro di un incasso rapido.
Passano undici mesi. Silenzio radio totale. Comincio a tracciare la nave porto per porto, come un cacciatore di taglie, finché un contatto mi avvisa: è appena attraccata a Leixões, in Portogallo.
Il Portogallo — il sogno di ogni creditore. Lì, presentando le fatture non pagate e portando un testimone della propria società a giurare la fondatezza del debito, l’autorità portuale agisce senza tentennamenti. Prendo la mia segretaria dell’epoca, voliamo a Leixões, e in mezz’ora — con un timbro del giudice — la nave cubana finisce sotto sequestro giudiziario. Non si muove più un bullone.
A quel punto comincia la pacchia: tre giorni in un hotel di livello, tra pranzi di pesce fresco e ottimo vino portoghese, mentre la burocrazia fa il suo corso. L’avvocato locale, uno che sapeva il fatto suo, mi consiglia di mettere in conto ogni spesa. Detto, fatto: hotel, ristoranti, voli, parcella dell’avvocato, tutto nella fattura danni. La cifra originaria del bunker, circa 100.000 dollari, sale a oltre 200.000.

Il bonifico da Monte Carlo

Dall’altra parte, a Cuba, scoppia il caos. Le navi battevano bandiera di comodo e i conti erano appoggiati su piazze offshore, ma avere un’unità sequestrata in un porto europeo era un imbarazzo che nessuno voleva portarsi dietro a lungo. I telefoni della mia segretaria a Monte Carlo non smettevano di squillare.
“Digli che non ci sono,” le dicevo ridendo, lasciandoli cuocere ancora un po’ nel loro brodo.
Alla fine l’avvocato mi ferma: “Paolo, adesso basta, o rischiamo una causa per danni ulteriori.” Il giorno dopo, sul mio conto a Monte Carlo, atterra un bonifico che copre tutto: bunker, penali, interessi, hotel, cene, persino le mance.
Fu la mia ultima avventura con la flotta cubana. L’inglese chiuse la partita con una battuta: “Paolo, per questa volta ci è andata anche troppo bene — fermiamoci qui.” E in fondo aveva ragione: dopo aver visto sequestrare una delle sue navi, Cuba non nutriva più molta simpatia per la mia IMB di Saint Vincent.
Però, che dire. Si parla tanto del Che, della rivoluzione, dell’anticapitalismo — ma davanti a una nave sotto sequestro, anche il più fiero dei rivoluzionari trova, misteriosamente, un conto da cui far partire un bonifico in dollari.
Che tempi, ragazzi. Che tempi.

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