• November 13, 2019

INHANNA, ASTARTE, AFRODITE: LA PROSTITUZIONE SACRA E I FOCOLAI IN ITALIA.

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La storia ha lasciato diverse e differenti tracce di un antichissimo rito, risalente ai Sumeri, ai Babilonesi e poi ai Fenici, che riguarda la iniziale sacralità della prostituzione femminile, e non solo.
Secondo Erodoto, era usanza babilonese che le giovani vergini dedicassero la loro verginità agli stranieri che facevano visita al tempio della dea che, poi, i Greci chiamarono Afrodite e i Romani Venere.
Pare che che riti simili derivassero dai Sumeri e da popolazioni addirittura a loro precedenti.
Sappiamo che Erice in Sicilia ereditò dai Fenici questo rito che poi ebbe due addentellati persino in Roma dove si ha notizia di due templi dedicati a Venere Ericina, con tanto di sacerdotesse in dotazione.
Le notizie storiche, comunque scarse. ci parlano di due forme di rito. 
Il primo contemplava che le donne si prostituissero con gli stranieri raccogliendo denaro per il tempio e quindi per la città. Prestato il loro servizio, potevano poi, tornare nella comunità a cercare il marito a cui dedicavano fedeltà assoluta.
Il secondo modo di praticare la prostituzione sacra era quello delle giovani donne che si dovevano procurare il denaro per la dote, molte delle quali continuavano a praticare il meretricio nei pressi se non nel tempio stesso.
Alcuni templi fenici pare ospitassero anche la prostituzione omosessuale, e quella dei giovanetti.
Tracce di questi riti si sono trovati anche in territorio etrusco, a Phirgi (Cerveteri). ma anche nell’attuale Chietino, nella città dei Sanniti Marruccini, Teate, c’è traccia di questo modo di iniziazione alla sessualità nell’antro sacro della Maiella, “la grotta di Rapino” dove la prostituzione sacra veniva praticata per aumentare i beni del santuario.
Fu Costantino che, per onorare la sua dedizione al Cristianesimo, andò chiudendo i santuari alla dea Afrodite, in Grecia, in Asia Minore e a Cipro dove, in nome della dea si praticava ogni forma di sesso, benedetto e santificato dalla dea.
Costantino si dimenticò, evidentemente, di Napoli dove persistette fino al tempo di Carlo I d’Angiò 1280) la consuetudine remotissima della “crypta neapolitana” dove era consentito alle donne sterili di rifugiarsi nella grotta che ancora sta alle spalle dell’odierna chiesa di Piedigrotta) ed avere rapporti sessuali con gli uomini che si recavano appositamente colà, alcuni, semmai invitati dalle stesse donne che avevano scelto questo modo, rispettatissimo , di superare la loro apparente sterilità.
Per amore di cronaca, nel Medievo, a Napoli, precisamente nella zona di Pozzuoli, dopo il villaggio di Tripergola poi spazzato via dalla nascita, nel 1538, del Montenuovo, esisteva ( e pare che esista ancora alle spalle del club dei Damiani sulla via Domiziana ) la sorgente Silvania famosa per essere in grado di ridare fecondità alle donne che si bagnavano in quelle acque ( probabilmente anche in compagnia di giovani “stranieri” secondo le usanze provenienti dalla Preisto…

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