Dall’Incendio al Silenzio: il filo rosso tra Endre Ady e Sándor Márai
Endre Ady
di Bruno Marfé
C’è un’immagine potente che Antonella Casaburi restituisce nel suo recente articolo su Il Giornale del Cilento [https://www.giornaledelcilento.it/endre-ady-poeta-maledetto-dalla-vita-giornalista-fortemente-impegnato/]: quella di Endre Ady come “poeta maledetto” e giornalista combattivo, un uomo che ha consumato la propria vita tra passioni estreme e un impegno civile senza compromessi. Ady fu tra i primi a denunciare il rischio di un declino morale e politico dell’Ungheria, descrivendola come un Paese sospeso tra un passato feudale e una modernità mai pienamente realizzata.
Se Ady rappresenta il fuoco che illumina la crisi di un mondo alla vigilia della sua fine, Sándor Márai può essere considerato il suo erede ideale: il testimone lucido della dissoluzione di quella stessa civiltà e il custode della sua memoria.
Due generazioni, un destino comune
I due autori appartengono a epoche diverse. Ady morì nel 1919, mentre l’Europa usciva devastata dalla Prima guerra mondiale; Márai, nato nel 1900 e scomparso nel 1989, attraversò l’intero Novecento. Eppure entrambi condividono una stessa funzione: quella dello scrittore come sismografo della storia nazionale.
Ady fu “maledetto” non per atteggiamento estetico, ma per necessità espressiva. La sua vita inquieta e il suo stile polemico riflettevano le tensioni profonde della società ungherese. Márai, nelle Confessioni di un borghese, guarderà a quell’epoca con la consapevolezza di chi ne riconosce l’inevitabile tramonto, ma ne rimpiange la perdita, trasformando la propria opera in una difesa della civiltà mitteleuropea.
Il giornalismo come palestra della scrittura
Prima di entrare nei manuali di letteratura, entrambi furono uomini di redazione.
Per Ady il giornalismo rappresentò una vera trincea culturale: un luogo di battaglia contro il provincialismo e l’arretratezza, con lo sguardo rivolto all’Europa e, in particolare, a Parigi.
Per Márai la scrittura giornalistica fu invece una disciplina di stile e di pensiero. Nei suoi articoli si sviluppa quella prosa limpida e analitica che diventerà la cifra della sua opera narrativa, capace di raccontare la crisi e la dissoluzione della borghesia danubiana sotto la pressione dei totalitarismi.
L’esilio e Napoli: una geografia dell’anima
Il punto di contatto più profondo tra i due autori passa attraverso il tema dell’altrove. Se Ady cercò a Parigi una dimensione europea e spirituale, Márai trovò una delle tappe più significative del suo esilio a Napoli.
Dopo aver lasciato l’Ungheria nel 1948, rifiutando il regime comunista, lo scrittore visse per alcuni anni a Posillipo. Il rapporto con la città fu intenso e duraturo, come testimoniano le sue pagine e, soprattutto, il romanzo Il sangue di San Gennaro.
Gli studi dell’hungarologo Roberto Ruspanti – studioso di riferimento per la diffusione dell’opera di Márai in Italia e amico personale di chi scrive – hanno contribuito in modo decisivo a chiarire come Napoli non sia stata per lo scrittore soltanto un luogo di soggiorno, ma una vera dimensione dell’anima.
Il suo contributo scientifico emerge anche in iniziative editoriali e audiovisive dedicate all’autore, tra cui il docu-film Il sapore amaro della libertà (regia di Gilberto Martinelli, Italia-Ungheria, 2010), documentario storico-letterario che ricostruisce il percorso umano e intellettuale di Márai attraverso il tema centrale dell’esilio e della libertà.
La solitudine dei grandi
Le loro vite si chiudono in modi diversi ma segnati dalla stessa solitudine storica. Ady, consumato dalla malattia, morì prima di assistere alle conseguenze del Trattato del Trianon.
Márai visse invece il lungo destino dell’esule, portando con sé la lingua ungherese come unica patria possibile fino alla morte a San Diego nel 1989.
Conclusione
Mettere in relazione Endre Ady e Sándor Márai significa comprendere come la grande letteratura ungherese non sia soltanto espressione estetica, ma anche una forma di testimonianza e resistenza.
Partendo dalle riflessioni di Antonella Casaburi e passando per il lavoro di Roberto Ruspanti sul rapporto tra Márai e Napoli, la riscoperta di queste figure rappresenta un invito a ritrovare, nella tradizione magiara, quella tensione tra inquietudine e bellezza che continua a parlare all’Europa di oggi, sospesa tra le acque del Danubio e quelle del Golfo di Napoli.
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