Se il mondo si spegne: Last Light e la fragilità sistemica del presente
La serie televisiva di Apple TV+ come lente per leggere le vulnerabilità strutturali di un modello energetico e geopolitico che abbiamo smesso di interrogare
di Bruno Marfé
La domanda da cui prende avvio Last Light — la serie in cinque episodi prodotta da Apple TV+ e tratta dal romanzo di Alex Scarrow — non è di quelle a cui si risponde guardando l’orizzonte. È di quelle che si trovano nei bollettini delle agenzie energetiche, nei report dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, nelle tabelle sulle riserve strategiche dei paesi OCSE. Cosa accade se il petrolio smette improvvisamente di funzionare? Non per esaurimento — quello è un processo lento, gestibile, oggetto di politica industriale. Ma per un collasso istantaneo, simultaneo, globale della catena di distribuzione.
La risposta che la serie costruisce, attraverso il personaggio del petrolchimico Andy Nielsen e la crisi che si diffonde dal Medio Oriente all’Europa nel giro di ore, non è fantascienza nel senso deteriore del termine. È un esercizio di realismo accelerato: prende strutture esistenti, le priva di un ingranaggio centrale, e osserva cosa rimane. Quello che rimane è poco, e si degrada in fretta.
La dipendenza come dato strutturale, non come scelta
Il merito principale di Last Light non è narrativo. È analitico. La serie mette in scena con precisione — a tratti didattica, a tratti efficacemente brutale — il funzionamento di un sistema che ha ottimizzato ogni suo componente fino a renderlo indispensabile e insostituibile al tempo stesso. L’economia globale del petrolio non è semplicemente un comparto energetico: è la colonna vertebrale di tutto il sistema logistico mondiale. Niente petrolio significa niente carburante per i trasporti, niente materie prime per l’industria chimica, niente plastica per il packaging farmaceutico, niente fertilizzanti sintetici per l’agricoltura intensiva. Il collasso non è sequenziale. È simultaneo.
Non si tratta di un’ipotesi remota o di un esercizio intellettuale. La pandemia del 2020 ha già mostrato cosa succede quando una singola variabile esogena interrompe la catena di approvvigionamento globale: scaffali vuoti, ritardi produttivi di mesi, colli di bottiglia nei porti, impennate dei prezzi delle materie prime. E quello era un rallentamento, non un arresto. Last Light immagina l’arresto. E lo immagina partendo da un’ipotesi non tecnicisticamente assurda: un agente biologico o chimico in grado di rendere inutilizzabile il greggio alla fonte. La plausibilità non è nel dettaglio tecnico — volutamente lasciato sullo sfondo — ma nel meccanismo geopolitico: qualcuno, da qualche parte, ha interesse a che il sistema collassi.
Just in time: l’efficienza come vulnerabilità
C’è un termine tecnico che nessun personaggio della serie pronuncia mai, ma che aleggia su ogni sequenza in cui gli ospedali perdono l’energia, i supermercati vengono svuotati in poche ore, i generatori si fermano nelle terapie intensive. Quel termine è just in time. È il principio organizzativo che ha dominato la logistica globale dagli anni Ottanta in poi: niente scorte, niente magazzini, niente ridondanza. La merce arriva esattamente quando serve, né prima né dopo, e il sistema funziona in modo così preciso da sembrare automatico.
Funziona, finché funziona. Il just in time è stato progettato per massimizzare l’efficienza in condizioni di stabilità. Non è stato progettato per resistere agli shock. E gli shock — pandemie, guerre, crisi energetiche, eventi climatici estremi — non sono anomalie del sistema: sono caratteristiche ricorrenti di un mondo che abbiamo reso strutturalmente interdipendente senza dotarlo di adeguati meccanismi di resilienza. L’Europa lo ha imparato a proprie spese con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, quando la dipendenza dal gas russo — costruita pazientemente per decenni come scelta razionale di mercato — si è trasformata in una vulnerabilità geopolitica di prima grandezza. Last Light generalizza quella lezione: non c’è risorsa strategica che possa essere gestita esclusivamente secondo la logica del mercato senza che quella logica produca, a un certo punto, una fragilità sistemica.
Il potere che decide chi sopravvive
La serie ha una seconda linea di forza, meno esplorata dalla critica televisiva ma politicamente più interessante. Nei momenti in cui la crisi si approfondisce, emerge con crescente chiarezza una domanda: chi decide come vengono distribuite le risorse residue? Chi controlla i generatori, i depositi di carburante, le riserve idriche? La risposta non è mai neutra, non è mai tecnica. È sempre politica. Ed è sempre la risposta di chi, prima della crisi, aveva già il potere di decidere.
Last Light non è una serie sulla fine del petrolio. È una serie sul chi comanda quando le regole ordinarie sospendono la loro efficacia. In questo senso ha un’ambizione che supera il thriller energetico: mette in scena la nuda struttura del potere, quella che le istituzioni democratiche normalmente ricoprono con strati di procedura, rappresentanza e mediazione. Quando quelle strutture vengono meno — o vengono sospese in nome dell’emergenza — rimane la forza, la rete, l’accesso privilegiato. Non è una visione hobbesiana, perché la serie non rinuncia alla dimensione della solidarietà. Ma è una visione lucida: la solidarietà spontanea non basta a sostituire le istituzioni, e le istituzioni, in un’emergenza di quella portata, sono le prime a vacillare.
Cosa rimane quando l’ordinario si interrompe
C’è una scena, verso la fine della serie, che condensa meglio di qualunque dialogo il problema politico che Last Light pone. Un funzionario di governo, in una delle capitali europee investite dalla crisi, deve scegliere a chi destinare le ultime riserve di carburante. La scelta non viene mostrata. Quello che viene mostrato è il processo: chi entra nella stanza, chi no, chi ha il numero di telefono giusto. È una rappresentazione fedele di come funziona il potere in condizioni di scarsità estrema — e di come quel funzionamento, in condizioni normali, venga reso invisibile dalla relativa abbondanza.
La domanda che Last Light lascia aperta non è se una crisi di quella portata sia possibile. È se siamo attrezzati, come società, per affrontarla in modo che non riproduca e amplifichi le disuguaglianze esistenti. La risposta che la serie suggerisce, senza dirla esplicitamente, è che non lo siamo. Non perché manchino le risorse o le conoscenze tecniche. Ma perché abbiamo costruito sistemi ottimizzati per la crescita e non per la resilienza, e abbiamo delegato le scelte strategiche al mercato anziché alla politica — salvo poi accorgerci, nel momento della crisi, che il mercato non ha responsabilità pubblica e non risponde a nessun mandato democratico.
Un esercizio di realismo, non di catastrofismo
Last Light è un prodotto televisivo con tutti i limiti del genere: ritmo accelerato, semplificazioni necessarie, personaggi funzionali alla trama più che alla complessità. Ma il suo valore, per chi voglia usarlo come lente analitica, sta precisamente nell’ipotesi che incarna: non è necessario uno scenario fantascientifico per mettere a nudo la fragilità delle nostre infrastrutture. Basta rimuovere, anche solo mentalmente, un solo ingranaggio centrale, e osservare cosa si inceppa.
Quella rimozione mentale è, in fondo, il compito della politica. Non nell’accezione tecnocratica del termine — la gestione dell’esistente — ma in quella più antica e più esigente: la capacità di immaginare scenari avversi e costruire, prima che si verifichino, le condizioni per affrontarli senza che a pagarne il prezzo siano sempre gli stessi. Le luci continuano ad accendersi, i telefoni a caricarsi, i supermercati a rifornirsi. Ma la domanda che una serie come Last Light costringe a formulare non riguarda lo schermo che si spegne alla fine: riguarda chi, in assenza di petrolio, di gas, di reti elettriche stabili, avrebbe ancora accesso alle risorse necessarie per sopravvivere — e perché.
