16/07/2026
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Kodachrome: sviluppare la vita a 33 giri

Kodachrome film
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Un viaggio tra memoria, mortalità e rituali perduti nell’epoca dell’immediatezza digitale

di Bruno Marfé

C’è una frase, pronunciata da Ben Ryder (interpretato da Ed Harris) nel cuore di Kodachrome (2017), che si conficca nella mente come un chiodo arrugginito: «Siamo tutti così terrorizzati dal tempo, dal modo in cui scorre, che scattiamo foto per fissare i momenti che passano». Ma il film di Mark Raso fa un passo oltre. Ci ricorda che non è solo una questione di cosa salviamo dal naufragio del tempo, ma di come lo facciamo. E lo fa mettendo in scena un’elegia struggente e materica, un viaggio di padri e figli, ma soprattutto una riflessione sulla mortalità, sulla memoria e sul prezzo nascosto di ogni progresso tecnologico.

La mortalità impressa sulla pellicola

Il vero cuore del film non è la contrapposizione tra analogico e digitale, ma qualcosa di più antico e definitivo: la fine.
Ben Ryder è malato. Sa che il tempo a sua disposizione è limitato. E proprio come la pellicola che ha accompagnato la sua carriera, anche lui è arrivato all’ultimo sviluppo possibile.
Il viaggio verso il Kansas assume così un significato che va oltre la corsa contro la chiusura di un laboratorio fotografico. È una corsa contro la chiusura di una vita.
La grande intuizione narrativa del film consiste nell’accostare il destino di un uomo a quello di una tecnologia destinata a scomparire. Entrambi appartengono a un mondo che sta terminando. Entrambi resistono con dignità alla propria inevitabile estinzione.
In questa prospettiva il Kodachrome diventa qualcosa di più di una pellicola fotografica. Diventa una metafora della condizione umana. Come un rullino, ogni esistenza dispone di un numero limitato di scatti. Come una fotografia, ogni vita è un tentativo di trattenere ciò che inevitabilmente sfugge.

Il rullino e il vinile: la fisica dei sentimenti

È dentro questa cornice esistenziale che il film costruisce la sua potente dicotomia tra le arti dei due protagonisti: la fotografia del padre e la musica del figlio Matt (interpretato da Jason Sudeikis). Apparentemente distanti, queste due dimensioni condividono lo stesso destino nell’epoca della riproducibilità istantanea, e insieme rivelano quanto la perdita di un rituale sia sempre anche la perdita di una forma di presenza.
Matt è un talent scout discografico che cerca di sopravvivere in un mercato che ha liquefatto la musica in bit, playlist e algoritmi. Ben è un gigante della fotografia che sta morendo insieme all’ultimo laboratorio al mondo capace di sviluppare la pellicola che lo ha reso celebre: il Kodachrome.
Ma il conflitto tra i due non è soltanto generazionale. È lo scontro tra due modi opposti di attribuire valore alle cose. Per Ben vale ciò che resiste. Per Matt vale ciò che circola. Il padre vive di memoria, il figlio di mercato. L’uno cerca ciò che resta, l’altro ciò che funziona.
Qui risiede la poesia più autentica della pellicola. Sia la fotografia analogica sia la musica incisa su vinile richiedono un rituale. Il vinile ha bisogno del peso della testina, raccoglie la polvere, si consuma, graffia e talvolta salta. Impone l’ascolto. Il rullino Kodachrome concede soltanto trentasei scatti: ogni pressione dell’otturatore è una scelta ponderata, un investimento emotivo prima ancora che economico. E poi c’è l’attesa. Lunga, inevitabile, quasi sacrale.
Oggi possiamo scattare migliaia di fotografie in pochi minuti e ascoltare milioni di brani con un semplice tocco sullo schermo. Eppure proprio questa abbondanza sembra aver svuotato parte del loro valore. Kodachrome non suggerisce che il passato fosse migliore del presente. Ci invita piuttosto a riflettere su ciò che rischiamo di perdere quando sostituiamo l’attesa con l’immediatezza e il rito con l’automatismo.

La foto-simbolo e l’eredità di Steve McCurry

La finzione cinematografica si aggancia a una realtà storica precisa. Il film è ispirato alla chiusura del laboratorio Dwayne’s Photo nel 2010, l’ultimo luogo al mondo capace di sviluppare la celebre pellicola Kodak attraverso il complesso processo chimico K-14.
Il personaggio di Ben Ryder richiama inevitabilmente la figura di Steve McCurry, uno dei fotografi che più hanno contribuito a trasformare il Kodachrome in una leggenda visiva. Quando Kodak annunciò la fine della produzione, affidò proprio a McCurry l’ultimo rullino uscito dalla fabbrica.
La scelta non fu casuale. Le immagini di McCurry, dai volti segnati dal tempo agli sguardi che attraversano culture e continenti, hanno dimostrato come una fotografia possa sopravvivere al proprio presente e continuare a parlare alle generazioni successive. In fondo, era questa la promessa più profonda del Kodachrome: non l’immortalità, ma una straordinaria resistenza all’oblio.
Gli scatti realizzati con quella pellicola possiedono una qualità quasi tattile. La grana non appare come un difetto da correggere, ma come la testimonianza concreta del fatto che la luce ha lasciato una traccia fisica sulla materia. È una memoria che si può toccare. Una presenza.
Per questo la figura del fotografo assume nel film un significato particolare. Ben non appare come un semplice artista, ma come un preservatore di esistenze. Qualcuno che non ferma il mondo per possederlo, bensì per impedirne la scomparsa.

La firma sul finale: una scelta etica

Il colpo di grazia emotivo e concettuale arriva quando il film è ormai terminato e iniziano a scorrere i titoli di coda. Tra le prime righe compare una nota apparentemente tecnica che si trasforma in una straordinaria dichiarazione di intenti: «Girato su pellicola Kodak da 35 mm».
In un’epoca in cui anche i drammi più intimi vengono realizzati in digitale per ragioni di praticità ed efficienza, la scelta di Mark Raso e del direttore della fotografia Alan Poon assume il valore di un gesto artistico consapevole.
Sarebbe stato un paradosso raccontare una storia sulla memoria analogica utilizzando uno strumento che ne negasse la filosofia di fondo. La pellicola non rappresenta soltanto un mezzo espressivo. È parte integrante del significato stesso dell’opera.
Quel cartello finale valida l’intera esperienza visiva. Lo spettatore comprende di non aver semplicemente assistito a un racconto sulla pellicola, ma di aver abitato il mondo della pellicola. I neri profondi, le sfumature cromatiche, le imperfezioni e la consistenza delle immagini diventano parte del messaggio.
Non si tratta di nostalgia. Si tratta di coerenza.
La scelta di girare in 35 mm afferma che esistono ancora storie che richiedono una materia fisica per essere raccontate fino in fondo.

Conclusione

Alla fine del viaggio, quando la luce del proiettore attraversa le ultime diapositive, il cerchio si chiude. Il ticchettio meccanico del proiettore diventa il metronomo di una canzone d’amore tardiva tra un padre e un figlio, ma anche il battito di un tempo che continua a scorrere nonostante ogni tentativo di fermarlo.
Kodachrome non è un film per nostalgici. Non ci chiede di tornare indietro. Ci invita invece a domandarci cosa accade quando la velocità diventa il criterio dominante con cui misuriamo il valore delle esperienze.
Forse è questo il suo lascito più autentico: ricordarci che non tutto ciò che conta deve essere immediatamente disponibile. Alcune cose acquistano significato proprio perché richiedono attesa, cura e presenza. Una fotografia che deve essere sviluppata. Un disco che deve essere ascoltato fino alla fine. Un rapporto umano che può essere compreso davvero soltanto quando il tempo che resta comincia a diminuire.
In un mondo che corre sempre più veloce, Kodachrome difende una verità semplice e profondamente umana: le cose più preziose non sono quelle che possiamo ottenere subito, ma quelle sulle quali il tempo ha lasciato la propria impronta.

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