Bellavista tropicale
Perché Luciano De Crescenzo avrebbe amato il Brasile (e perché dovreste andare alla mostra al Canto di Virgilio)
di Bruno Marfé
Bellavista tropicale
C’è un paradosso curioso nel mio dicembre: mentre a Napoli si inaugura la mostra “Così parlo e parla Bellavista” al Canto di Virgilio, io mi ritrovo dall’altra parte dell’oceano, in Brasile. Eppure non mi sento lontano. Forse perché il Brasile, in fondo, è una Napoli che si è allungata sotto il Tropico; o forse perché Luciano De Crescenzo ha insegnato a tutti noi che la geografia più vera non è quella dei continenti, ma quella dell’anima.
La locandina della mostra mi arriva sul telefono con un messaggio whatsapp di Paola, sua figlia: Luciano in bianco e nero, barba piena e una Nikon tra le mani. È un’immagine che non fissa soltanto un attimo: fissa un modo di guardare il mondo. Quello stesso sguardo che oggi cerco nei volti brasiliani attorno a me – negli ambulanti di Salvador, nelle risate improvvise di Rio, nei gesti lenti di chi qui non sembra mai avere fretta.
Appucundria & Saudade: la stessa malinconia illuminata
In questi giorni tropicali mi torna continuamente in mente una delle parole da lui più usate: appucundria.
Non tristezza, non nostalgia. Qualcosa di più sottile: lo stato d’animo di “chi vorrebbe essere felice ma non si fida”. Un sentimento che vibra come un diapason con la saudade brasiliana.
Entrambe hanno dentro un filo d’oro: non sono oscurità, ma chiaroscuri.
E allora mi accorgo che in realtà non sono così distante da Napoli. Qui, nella terra che ha fatto della saudade una filosofia popolare, l’appucundria napoletana troverebbe una sorella. Dolcemente distante, ma comprensibile al primo sguardo.
Forse Luciano avrebbe detto che “Napoli è solo una Bahia che ha studiato il greco antico”.
Uomini d’Amore: Napoli, Rio, Salvador
In “Così parlò Bellavista”, De Crescenzo divideva il mondo in due famiglie: gli Uomini di Libertà e gli Uomini d’Amore.
I primi amano la distanza; i secondi l’abbraccio.
Beh, se Luciano fosse sceso dall’aereo a Rio o a Salvador, non avrebbe avuto il minimo shock culturale. Avrebbe trovato esattamente ciò che difendeva a Napoli: la mano sulla spalla, la confidenza immediata, l’invadenza affettuosa, quella tendenza tutta meridionale (e tutta brasiliana) a vivere gli altri come estensioni della propria gioia.
Sono popoli che non si proteggono dalla vita: ci entrano dentro.
Chronos e Kairos: il tempo elastico dei tropici
Da buon ingegnere-filosofo, De Crescenzo aveva capito che il vero conflitto moderno non è tra ricchi e poveri, ma tra chrono-dipendenti e kairo-dipendenti. Tra chi misura il tempo e chi lo vive. E qui, in Brasile, mi accorgo che Kairos vince sempre. La giornata non scorre: ondeggia. Il presente è un luogo morbido.
C’è persino un detto:
“O brasileiro não tem pressa, tem saudade.”
Il brasiliano non ha fretta, ha nostalgia.
Una frase che Luciano avrebbe abbracciato come un vecchio amico.
E allora la mostra napoletana, che attraverso le sue fotografie congela il tempo, dialoga perfettamente con il mio essere qui, dove il tempo si dilata. Il ponte, alla fine, è proprio questo: la distanza tra due modi di misurare l’esistenza diventa una sola linea continua.
Il Sud del mondo: la categoria dello spirito
Per De Crescenzo, il “Sud” non era un luogo, ma un carattere. E se esiste un luogo capace di spiegare questa categoria meglio di Napoli, è il Brasile. Il caos creativo, la filosofia di strada, la capacità di fare ironia perfino sulla morte, l’arte dell’arrangiarsi che diventa saggezza popolare: tutto ciò che nel suo universo era essenza del Sud, qui è norma quotidiana. Napoli, a questo punto, mi sembra davvero la città più a nord dell’America Latina.
Conclusione: un invito da oltreoceano
Ecco perché, pur essendo lontano, non posso dire di essere assente. Sto semplicemente attraversando lo stesso territorio emotivo e filosofico che De Crescenzo aveva mappato con le sue parole, i suoi sorrisi e le sue fotografie. Per questo chiedo agli amici napoletani – e a chiunque ami la Napoli che pensa, ride, sente – di andare alla mostra per me. Andate a vedere le fotografie di Luciano De Crescenzo e di Ciro Pipoli: due generazioni che raccontano la stessa città con occhi diversi, una città che è sempre più mondo e sempre più Sud. Io da qui continuo a praticare, modestamente, la sua lezione epicurea: godersi il presente.
Voi, intanto, godetevi quel suo modo di guardare le cose che è il vero passaporto universale, valido da Forcella a Copacabana.
Così parlo e parla Bellavista
Mostra fotografica di Luciano De Crescenzo e Ciro Pipoli
Dal 12 al 30 dicembre (esclusi sabato e domenica)
Il Canto di Virgilio – Via Santa Chiara 10, Napoli
