29/04/2026
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Un conflitto senza fine: una chiave storica per comprendere il presente

conflitto israelopalestinese

Autore: rawpixel.com | Ringraziamenti: rawpixel.com

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di Bruno Marfé

L’attuale crisi tra Israele e Palestina non è un episodio isolato né un’improvvisa eruzione di violenza: è l’eco di una tragedia che ha segnato la storia internazionale e che ha avuto ripercussioni anche in Italia, soprattutto nei decenni passati. Chi, come me, ha vissuto l’infanzia negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, ricorderà bene come le notizie provenienti dal Medio Oriente fossero una presenza costante nei telegiornali, quasi ossessiva. La violenza, il terrorismo e le guerre non erano percepiti solo come questioni di “politica estera”, ma come una minaccia che irrompeva nella quotidianità con titoli a caratteri cubitali e immagini in bianco e nero che mettevano in allarme l’intero Paese.

Un episodio personale rende bene l’idea di quanto quella instabilità lontana fosse capace di insinuarsi nella nostra vita di tutti i giorni. Era il 1967, frequentavo la terza media e ci preparavamo all’incubo imminente dell’esame di licenza. La tensione che sentivamo in classe, però, non era legata alla Guerra dei Sei Giorni scoppiata in Medio Oriente a giugno, ma all’interrogazione che ci attendeva. Eppure, ricordo nitidamente come, tra noi studenti, si fece strada una speranza assurda e ingenua: che un evento di portata così eccezionale spingesse l’Italia a dichiarare lo stato di emergenza e a bloccare tutto, esami compresi. Per un attimo, nel nostro immaginario, la Storia poteva persino liberarci da una prova scolastica.

Quella speranza ridicola e fugace è la metafora perfetta di come la crisi mediorientale abbia inciso sulle nostre vite: non solo attraverso i discorsi geopolitici degli adulti o i timori legati al petrolio, ma persino nei desideri più privati di un gruppo di ragazzini. La Storia, anche quando sembra lontana, è sempre capace di sospendere — o almeno far immaginare di sospendere — la routine quotidiana.

Per questo, non si può ridurre il conflitto israelo-palestinese a una semplice “crisi” del presente. È piuttosto un nodo storico che ha attraversato tutto il Novecento e oltre, influenzando non solo il Medio Oriente ma anche l’Europa, inclusa l’Italia. Comprenderne le origini, le tappe cruciali e il modo in cui è stato percepito da chi ne era solo spettatore, è fondamentale per evitare semplificazioni, polarizzazioni e strumentalizzazioni che oggi dominano il dibattito pubblico.

La Palestina è stata per secoli un crocevia di religioni, popoli e imperi. Ai tempi di Gesù, era sotto il dominio di Roma, conquistata da Pompeo nel 63 a.C. I Romani avevano insediato re locali come Erode il Grande, ma il potere effettivo restava nelle mani dei governatori imperiali, tra cui Ponzio Pilato.

In questo contesto, la predicazione di Gesù avveniva in una società caratterizzata da forti tensioni politiche e religiose. Molti giudei speravano in un Messia liberatore in grado di liberare il popolo dai dominatori stranieri, mentre gruppi radicali come gli zeloti consideravano la lotta armata l’unica via possibile.

Pochi decenni dopo la crocifissione, nel 70 d.C., i Romani reprimevano la prima grande rivolta giudaica e distruggevano il Tempio di Gerusalemme, simbolo e fulcro della religiosità ebraica. Un evento che avrebbe avuto ripercussioni profonde sulla memoria e sull’identità del popolo ebraico per secoli.

Questa condizione di “terra dominata dall’esterno” si sarebbe ripetuta nel tempo. Dopo l’Impero Romano, la Palestina rimase sotto il controllo dell’Impero Ottomano per secoli. Alla sua caduta, al termine della Prima guerra mondiale, passò sotto il mandato britannico (1920-1948), stabilito dalla Società delle Nazioni.

L’amministrazione britannica trasformò di fatto la Palestina in una colonia, inserita nel contesto delle spartizioni coloniali tra Londra e Parigi, previste dagli Accordi Sykes-Picot del 1916. Fu in questo scenario che si generarono contraddizioni: da un lato, la Dichiarazione Balfour (1917) prometteva un “focolare nazionale ebraico” in Palestina, dall’altro, gli inglesi avevano garantito agli arabi prospettive di autonomia. Una duplicità che alimentò tensioni le cui conseguenze si fanno sentire ancora oggi.

Quando il 14-15 maggio 1948, Israele dichiarò la propria indipendenza, i Paesi arabi confinanti reagirono con un attacco: ebbe così inizio la prima guerra arabo-israeliana.

Un’altra tappa cruciale è rappresentata  dalla Guerra dei Sei Giorni (1967), durante la quale Israele occupò la Striscia di Gaza, la Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est), il Sinai e le alture del Golan. 

Nel frattempo, la lotta palestinese per la creazione di uno Stato indipendente entrava in una fase drammatica… nel 1964, nacque formalmente l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), che divenne rapidamente l’ombrello politico e militare per diverse fazioni.

Gli anni Settanta poi segnarono un’escalation drammatica:

– Settembre Nero (1970) e una lunga serie di attentati attribuiti a fazioni palestinesi o a gruppi affiliati.

– Guerra del Kippur (1973), con Egitto e Siria che attaccarono Israele il 6 ottobre.

– Attentato alle Olimpiadi di Monaco (1972), in cui furono rapiti e uccisi 11 atleti israeliani.

– Attentati in Europa e in Italia, tra cui l’assalto all’aeroporto di Fiumicino (1973) e l’attacco alla Sinagoga di Roma (1982), che costò la vita al piccolo Stefano Gaj Taché, di soli due anni.

– Dirottamenti spettacolari, come quello del volo Air France 139 a Entebbe (1976) e quello della nave da crociera Achille Lauro (1985).

Questi eventi resero evidente in Europa e in Italia l’ampiezza globale del conflitto.

E poi si giunse alle Intifada, le rivolte popolari… la prima (1987-1993): scoppiata nei Territori occupati, fu una rivolta di massa caratterizzata da proteste, boicottaggi e scontri quotidiani. Si concluse con gli Accordi di Oslo (1993), che segnarono un momento di speranza con il riconoscimento reciproco tra Israele e OLP e la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese. La seconda nel periodo che va dal 2000 al 2005… molto più violenta, che vide attentati suicidi e una pesante escalation militare. L’episodio scatenante fu la “visita provocatoria” di Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee nel settembre 2000.

L’Italia, suo malgrado, fu una vittima indiretta del conflitto… due episodi emblematici mostrano come il conflitto abbia avuto ripercussioni sulla nostra società:

– l’Attentato all’aeroporto di Fiumicino, dove il 17 dicembre 1973 un commando palestinese attaccò con armi ed esplosivi, causando 32 morti e decine di feriti.

– l’Attentato alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, quando il gruppo di Abu Nidal colpì durante una funzione religiosa, uccidendo un bambino e ferendo numerosi fedeli.

Gli Accordi di Oslo (1993) rappresentarono un momento di speranza, premiato con il Nobel per la Pace a Yasser Arafat e ad altri leader coinvolti. Tuttavia, questioni chiave — rifugiati, confini, Gerusalemme, sicurezza, insediamenti israeliani — rimasero irrisolte. Le Intifada e i successivi cicli di guerra hanno dimostrato quanto fosse fragile quell’equilibrio.

Oggi, la narrazione del conflitto presenta numerose criticità:

1. Memoria selettiva: eventi come l’attentato di Fiumicino nel 1973 sono quasi dimenticati, nonostante il loro impatto devastante.

2. Riduzione a simboli: kefiah, slogan e bandiere rischiano di semplificare una questione molto più complessa.

3. Strumentalizzazione politica: il conflitto è spesso utilizzato da partiti e movimenti per fini di consenso.

4. Giovanissimi e conoscenza storica: la distanza temporale rende fragile la memoria; in assenza di studi approfonditi, prevalgono le emozioni e le narrazioni propagandistiche.

La pace purtroppo appare più lontana che mai. Le cause sono molteplici: l’espansione degli insediamenti israeliani, le divisioni interne in entrambe le società, la mancanza di interlocutori credibili e la radicalizzazione diffusa. Anche le iniziative umanitarie o simboliche rischiano di trasformarsi in terreno di scontro ideologico.

Le conseguenze per l’Europa, e in particolare per l’Italia, non sono solo etiche o morali: riguardano la sicurezza interna, le politiche migratorie, i rapporti con le comunità della diaspora e il rischio di antisemitismo e islamofobia, senza dimenticare il ruolo dei governi nella mediazione internazionale.

Oggi, come ai tempi dell’Impero Romano, la narrazione del conflitto è essa stessa oggetto di contesa: allora passava per cronisti e storici, oggi si diffonde attraverso media, social network e propaganda digitale.

In conclusione, la lunga e complessa storia del conflitto israelo-palestinese è segnata da guerre, ribellioni, fallimenti diplomatici e momenti di speranza. Non è una questione distante: continua a influenzare le società europee, le coscienze individuali e la memoria collettiva.

Affrontare questa realtà con serietà richiede uno sguardo attento alla storia, un’educazione alla complessità e una richiesta di trasparenza da parte di chi opera in nome della “solidarietà”. Solo così si potrà evitare di rimanere intrappolati in semplificazioni e slogan che offuscano la verità di una delle tragedie più durature della storia contemporanea.

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