30/04/2026
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La “mia” Napoli – Juve

Napoli Juve
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Un Colloquio Immaginario Oltre l’Oceano

di Bruno Marfé

Ieri ero in volo sopra l’Atlantico, diretto a Salvador de Bahia. Una promozione inaspettata della compagnia aerea mi aveva regalato il Wi-Fi gratuito per tutto il viaggio: così ho potuto seguire la partita in modo intermittente, attraverso i messaggi degli amici. Paolo dalle Canarie è stato il primo a scrivere, quasi esultando attraverso lo schermo dello smartphone: «Napoli 1 – Juventus 0! Gran gol di Hojlund su assist divino di Neres…» e poco dopo: «Predominio totale!». Subito dopo è arrivato Gino da Castel Volturno, prima deluso: «La Juve ha pareggiato!» ma poi infuocato: «Non solo abbiamo vinto, ma lo abbiamo fatto con bellezza. Con un po’ di sofferenza, ma con autorevolezza!».

Intanto rileggevo l’articolo che Guido mi aveva inviato poco prima della partenza (https://www.tuttonapoli.net/le-interviste/clemente-di-san-luca-la-schizofrenia-di-un-autentico-tifoso-azzurro-629808) un testo lucido, elegante, ma velato da una perplessità sulla conservazione della nostra identità antropologica… una riflessione sulla “schizofrenia” che affligge ogni autentico tifoso azzurro alla vigilia della madre di tutte le partite: la contraddittorietà nell’aversi sulla panchina azzurra un allenatore che è simbolo della juventinità e su quella bianconera il mister che ci ha fatto vincere il terzo senza rinunciare alla identità partenopea, quella per capirci del tifo identitario, che aspira a coniugare vittoria con bellezza. In sostanza, la preoccupazione di diventare “come loro”.

Eppure, mentre leggevo, i messaggi di Paolo e Gino sembravano smentirlo in diretta. È il privilegio di certi voli: si parte con un’idea e si atterra con un’altra.

Quando l’aereo ha toccato terra, nella notte brasiliana, non mi portavo dietro solo un risultato. Mi portavo dietro un sentimento: la sensazione che l’identità azzurra fosse ancora viva, ferita ma indomita.  

Solo questa mattina, al risveglio a Salvador, ho rivisto gli highlights e letto i commenti.

Poi, da me sollecitati, sono arrivati i nuovi messaggi di Guido. Contento e soddisfatto, perché convinto che «dalla partita con l’Atalanta siamo migliorati molto». Ma – mi ha scritto – «non perché abbiamo cambiato credo calcistico», bensì «Perché Conte finalmente ha messo, ha dovuto mettere, in campo Neres e Lang. Niente a che vedere con l’identità. Il mister non ha cambiato filosofia: il miglioramento è figlio di scelte obbligate dal numero abnorme di infortuni, dei quali, peraltro, proprio non si può ritenere unico responsabile il destino crudele». Insomma – sostiene lui – «Conte non ha affatto cambiato le sue idee. Per carità, lui continua ad essere un formidabile motivatore, forse il migliore in assoluto. Ma – mi invita a chiedermelo – se non fosse stato costretto dall’emergenza, avremmo mai visto la propensione offensiva delle ultime quattro? Certo, ora abbiamo una squadra unita e vogliosa, ma la forza che mostra adesso molto probabilmente deriva dal nuovo patto stretto dopo Bologna, che ha sortito una evidente modificazione tattica nella quale la squadra si è riconosciuta, anche per dover fare di necessità virtù».

Rileggendo queste parole, ho sentito che qualcosa si era spostato. Guido sembra in qualche modo ridefinire la sua lettura di Conte, riconoscendo che « il tecnico, pur se per effetto dell’emergenza, ha ora una squadra votata all’attacco».

In questi pochi scambi di whatsapp, Guido pare come se dicesse: la città non ha cambiato Conte, ma le contingenze lo hanno avvicinato alla natura di essa.

L’“emergenza”, in altre parole, ha dato la stura ad una rivoluzione tattica, che dà un  respiro più simile a quello della nostra aria.

Così, rispondendogli idealmente da Salvador, ho pensato:  «Vedi, Guido, non siamo diventati come loro e forse il loro uomo simbolo è stato costretto ad assomigliare un po’ a noi».

In fondo, si può vincere restando fedeli al proprio modo di essere. A volte, per capire questo, serve distanza, un oceano e una notte intera sopra le nuvole.

Immagine dal web

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