Se non si tutelano i giovani non esiste futuro
il quadro socioculturale è assai demoralizzante.
di Raimondo Miele
Si passa da un’emergenza sociale all’altra, senza soluzione di continuità. Da una parte l’alcol che straripa fin da un’età ancora adolescenziale, dall’altra un allarme ludico che travalica ogni regola di buon senso. Demonizzare non serve e trovare un rimedio non è semplice. Si legge di “mano dura”, ma non si tiene conto che per comandare è necessario aver saputo bene obbedire, improvvisati “ducetti” familiari risolvono le situazioni, ma la peggiorano in maniera irrimediabile. Si manifestano propositi di conciliazione, ma si tace che in determinate occasioni l’accomodamento è peggiore della lacerazione; si cercano soluzioni adeguate, ma il proporzionare la panacea al dolore non è mai operazione semplice.
Che fare, dunque? Se cominciassimo a verificare le origini e, quindi, i risultati della situazione, forse potremmo essere più coscienti di cosa abbiamo in essere. Basta salire su un qualsiasi mezzo pubblico, per verificare la totale mancanza di altruismo che pervade i giovani. Provare per credere: i posti a sedere occupati da età anagrafiche certamente inferiori a coloro che sono in piedi, ed è difficile che qualcuno ceda il proprio posto all’anziano, tutti sono intenti a “conversare” con il proprio cellulare. Giovani “iperconnessi”.
I “dueruote”? È sufficiente un rallentamento ed ecco che la soluzione per evitare code è il marciapiede; così come attendere sulle strisce pedonali di attraversare non è assolutamente un’idea positiva: difficile si fermino per consentire accedere al marciapiede opposto.
E che cosa dire di neonati su uno scooter, “schiacciati” tra i due passeggeri? E del via vai davanti alle scuole con più bambini su un solo sellino?
Dei semafori pedonali vogliamo parlarne? Il rosso per i pedoni serve ai “motorini” per fare inversione ad “U”, nel mentre gruppi attraversano senza avvedersene.
La fila in un esercizio commerciale? Un fatto ormai abbastanza raro; inoltre, in tanti negozi ci si entra e si viene accolti con un “Ciao, hai bisogno di qualcosa?”. Il “Lei” è talmente desueto che chi lo utilizza si sente perfino in difficoltà. Per fortuna, nel nostro usuale eloquio, ancora persiste un tantino il “voi”, e qualcosa risolve.
In età giovanile, e anche oltre in verità, non si riconosce un grado di una divisa. Una stella, due stelle, un baffo, una torre, cosa rappresentano tali “simboli” sulle “spalline” delle uniformi delle forze dell’ordine? Quali gradi indicano?
L’accesso ai mezzi pubblici, alle metropolitane, un altro emblema della “pochezza” che ci pervade. Si accede da dove si dovrebbe discendere e si scende da dove si dovrebbe entrare; i vagoni della metropolitana “portano” un adesivo che indica di far defluire prima di salire, ma a qualunque fermata si riscontrano inadempienze e, purtroppo, maggiormente a carico dei più giovani.
Si parla molto di denatalità solo per indicare la crisi economica; forse è anche un notevole peggioramento della disunione familiare, da cui, inevitabilmente, derivano le situazioni che viviamo. Certo il sostegno economico è importante, ma lo è anche quello coagulante che dovrebbe consentire la riscoperta di valori e rispetto.
Un’azione culturale in tal senso appare ormai improcrastinabile; ne va del bene delle future generazioni. Dalla scuola alla famiglia; dalle Istituzioni alla politica; dai mezzi di informazione alla divulgazione più spiccia. Tutto e tutti coinvolti in un solo progetto: invertire completamente la rotta di questo andazzo.
immagine: da Keblog
