16/07/2026
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Se la storia non insegna: perché il CPR di Castel Volturno rischia di ripetere gli errori dell’Emergenza Nomadi — e ora c’è anche il nodo della nuova ZPS europea

cpr castelvolturno

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di Bruno Marfé

C’è un filo rosso, invisibile ma d’acciaio, che lega le ruspe e i decreti d’urgenza del 2008 con il bando da oltre 41 milioni di euro per il nuovo Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) previsto nel Parco umido La Piana, a Castel Volturno. Quel filo si chiama ricorso a strumenti straordinari per affrontare problemi strutturali. È questo il motivo per cui l’intera operazione potrebbe finire per scontrarsi con lo stesso principio giuridico che, quasi vent’anni fa, portò al tramonto della cosiddetta Emergenza Nomadi. Con una differenza significativa: oggi, accanto al possibile vaglio dei giudici amministrativi italiani, entra in gioco anche il nuovo quadro di tutela ambientale europeo.

Il precedente è noto. Nel 2008 il Governo dichiarò lo Stato di emergenza in cinque regioni, tra cui la Campania, per affrontare la questione degli insediamenti Rom e Sinti, nominando i Prefetti Commissari straordinari con poteri di deroga rispetto alla normativa ordinaria. Nel 2011 il Consiglio di Stato, con una decisione poi confermata dalla Corte di Cassazione nel 2013, annullò quell’impianto, affermando un principio destinato a fare giurisprudenza: un fenomeno sociale stabile e prevedibile non può essere affrontato ricorrendo agli strumenti eccezionali pensati per emergenze imprevedibili. L’abuso del potere emergenziale fu ritenuto illegittimo.

Naturalmente le due vicende non sono giuridicamente identiche. Oggi non si è in presenza di uno Stato di emergenza dichiarato ai sensi della normativa di protezione civile, bensì di deroghe introdotte direttamente dal legislatore. Tuttavia, la logica sottostante appare simile: utilizzare strumenti eccezionali per accelerare la realizzazione di opere destinate a fronteggiare un fenomeno, quello migratorio, che da anni rappresenta una realtà strutturale e non certo un evento imprevedibile.

È in questo contesto che si inserisce il progetto del CPR di Castel Volturno. Il 22 aprile scorso Invitalia, per conto del Ministero dell’Interno, ha pubblicato il bando integrato da 41,2 milioni di euro per la realizzazione di un centro da 120 posti nell’area del Parco umido La Piana, un’estensione di circa 63 ettari trasferita nel 2017 dal Demanio al Reparto Carabinieri Biodiversità. L’obiettivo è completare l’opera in 540 giorni.

La base normativa che consente questa accelerazione è rappresentata dal decreto entrato in vigore il 25 febbraio 2026, che autorizza il Ministero dell’Interno, fino al 31 dicembre 2028, a derogare a numerose disposizioni legislative per la localizzazione, la costruzione e la ristrutturazione delle strutture destinate al trattenimento dei cittadini stranieri, fatti salvi la normativa penale, il Codice antimafia e gli obblighi derivanti dal diritto europeo. Non si tratta, peraltro, di una novità assoluta. Già una precedente disposizione aveva inserito hotspot e CPR tra le opere strategiche per la difesa e la sicurezza nazionale, consentendo il ricorso alle procedure di somma urgenza previste dal Codice dei contratti pubblici. Cambia lo strumento normativo, ma permane il ricorso a procedure straordinarie per affrontare un fenomeno ormai strutturale.

A modificare ulteriormente il quadro è intervenuta la Regione Campania. Il 30 giugno 2026 la Giunta regionale ha approvato all’unanimità l’istituzione di quattro nuove Zone di Protezione Speciale della Rete Natura 2000, tra cui la ZPS “Aree agricole interne Castel Volturno e Cancello Arnone”, estesa per oltre 4.000 ettari. L’atto rappresenta l’attuazione delle direttive europee “Uccelli” e “Habitat” sulla base di un monitoraggio scientifico avviato nel 2020 e comporta l’immediata applicazione del regime di salvaguardia previsto dalla normativa europea e nazionale.

Qui emerge uno degli aspetti più delicati dell’intera vicenda. Secondo quanto riportato dall’ANSA nel dare notizia della delibera regionale, la nuova ZPS interessa proprio la porzione di territorio nella quale è previsto il CPR da 120 posti. Si tratta di un elemento di grande rilievo, ma che richiede una precisazione importante.

Allo stato attuale, infatti, nessuna fonte pubblica ha ancora reso disponibile una sovrapposizione cartografica particella per particella tra il perimetro del Parco umido La Piana e quello della nuova Zona di Protezione Speciale. Per poter affermare con assoluta certezza che il CPR ricada integralmente all’interno della ZPS sarà necessario verificare la cartografia ufficiale allegata alla delibera della Giunta regionale, pubblicata sul BURC, nonché i dati del Sistema Informativo Territoriale della Regione Campania. Fino a quel momento, la formulazione più rigorosa resta quella secondo cui il Governo intende realizzare il CPR in un’area che, secondo quanto riferito dalla Regione e riportato dalle principali fonti di stampa, ricade nella nuova zona sottoposta a tutela comunitaria.

Questa prudenza, tuttavia, non modifica il dato sostanziale. La nuova ZPS è stata istituita ed è già sottoposta al regime di salvaguardia previsto dal diritto europeo. Ciò significa che qualsiasi procedura di Valutazione di Incidenza Ambientale dovrà confrontarsi con un quadro normativo profondamente mutato rispetto a quello esistente al momento della pubblicazione del bando.

Un ulteriore elemento merita attenzione. L’istituzione della nuova ZPS interviene dopo l’esposto presentato alla Commissione europea dalle associazioni ELSA ETS e ASOIM contro il progetto del CPR nella Piana. Inoltre, il consigliere regionale Raffaele Aveta ha evidenziato come la nuova classificazione renda ancora più evidente la possibile incompatibilità tra la destinazione dell’area a Zona di Protezione Speciale e la realizzazione del centro.

Se fino a poche settimane fa il principale terreno di confronto riguardava l’eventuale legittimità di una Valutazione di Incidenza Ambientale ritenuta insufficiente, oggi il contesto è mutato. L’esistenza di un vincolo europeo formalmente istituito rende inevitabilmente più complessa qualsiasi valutazione autorizzativa e rafforza il rilievo delle questioni ambientali già sollevate. Resta naturalmente da verificare quale sarà l’esito delle future procedure amministrative e degli eventuali contenziosi, ma il quadro giuridico appare oggi più articolato rispetto a quello esistente al momento dell’avvio del progetto.

Vale la pena ricordare, per chi giustificasse l’urgenza del centro con l’argomento della sicurezza, che la letteratura economica più recente non conforta questa tesi: una meta-analisi su ventitré paesi in un arco di quindici anni non ha rilevato relazioni statistiche significative tra aumento della popolazione immigrata e aumento dei reati, fatta eccezione per il furto d’auto. Anche l’argomento securitario, in altre parole, rischia di reggersi più sulla percezione che sui dati.

La vera questione, in fondo, non è se lo Stato possa realizzare un Centro di Permanenza per il Rimpatrio. È se possa farlo ricorrendo ancora una volta a procedure straordinarie per affrontare un fenomeno strutturale e in un territorio che, nel frattempo, ha acquisito un livello di tutela ambientale europeo ancora più elevato.

Per questo motivo, prima di impegnare ulteriori risorse pubbliche e procedere con la realizzazione dell’opera, appare ragionevole che la Regione Campania e i comitati territoriali chiedano l’accesso agli atti relativi alla cartografia ufficiale della nuova ZPS, così da verificare in modo definitivo la sovrapposizione tra i due perimetri; che la Regione valuti formalmente gli effetti del nuovo quadro di tutela nell’ambito della Valutazione di Incidenza Ambientale; e che il Governo consideri l’opportunità di sospendere la procedura avviata da Invitalia fino al completamento di tali verifiche.

La storia insegna che le scorciatoie normative, soprattutto quando vengono utilizzate per affrontare problemi strutturali, finiscono spesso davanti ai giudici. Nel 2011 fu il Consiglio di Stato a ricordare i limiti del potere emergenziale. Oggi il confronto potrebbe riguardare anche il rapporto tra esigenze di sicurezza, tutela dell’ambiente e rispetto del diritto europeo. Saranno le procedure amministrative e, se necessario, i tribunali a stabilire se il progetto del CPR di Castel Volturno riuscirà a superare questo nuovo banco di prova.

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1 ha pensato a “Se la storia non insegna: perché il CPR di Castel Volturno rischia di ripetere gli errori dell’Emergenza Nomadi — e ora c’è anche il nodo della nuova ZPS europea

  1. L’articolo sostiene una tesi critica nei confronti del progetto di realizzazione del Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) a Castel Volturno, mettendo in relazione la vicenda con precedenti scelte considerate fallimentari per il territorio.

    In sintesi:

    * L’autore afferma che Castel Volturno rischia di rivivere gli errori dell’“emergenza nomadi”, cioè politiche emergenziali che in passato hanno concentrato problemi sociali senza affrontarne le cause strutturali. Secondo l’articolo, il territorio è stato spesso scelto per ospitare interventi straordinari anziché ricevere investimenti in sviluppo, servizi e riqualificazione.
    * Il progetto del CPR viene descritto come in contrasto con le esigenze locali. L’autore evidenzia che il comune convive già con criticità come degrado urbano, abusivismo, criminalità organizzata e carenza di servizi, sostenendo che un nuovo centro di detenzione amministrativa non risolverebbe questi problemi.
    * Un punto centrale riguarda l’area scelta per la costruzione, quella della Piana di Castel Volturno, ritenuta di elevato valore naturalistico. L’articolo richiama il recente riconoscimento dell’area come Zona di Protezione Speciale (ZPS) nell’ambito della rete europea Natura 2000, sostenendo che questo potrebbe rendere più complesso l’iter del progetto e imporre ulteriori verifiche ambientali.
    * Vengono riportate le critiche di associazioni, ambientalisti e parte della politica, secondo cui sarebbe preferibile destinare le risorse economiche previste per il CPR alla rigenerazione urbana, ai servizi pubblici, alla tutela ambientale e all’inclusione sociale.
    * Il titolo (“Se la storia non insegna…”) riflette la conclusione dell’autore: costruire il CPR rappresenterebbe, secondo questa interpretazione, la ripetizione di una logica emergenziale che in passato non avrebbe prodotto benefici duraturi per Castel Volturno.

    Va precisato che l’articolo è di natura argomentativa: presenta una posizione critica nei confronti del progetto. La posizione del Governo, invece, è che i CPR siano uno strumento necessario per rendere effettivi i rimpatri delle persone che non hanno titolo a rimanere in Italia e che la loro realizzazione rafforzi la presenza dello Stato sul territorio.

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