Sanità: siamo italiani non terroni
di Antonio Bianco
La Sanità è lo spartiacque fra chi gode dei servizi efficienti e chi ne è escluso, riservando cure appropriate solo ad una parte degli italiani.
Non è storia di oggi: nel 2001 entra in vigore la riforma del titolo V della Costituzione con il passaggio della Sanità alle Regioni.
Si approvarono i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) al fine di garantire standard sanitari omogenei sul territorio nazionale. La realtà è stata ben diversa ed è aumentata la distanza tra le regioni del Nord, meglio attrezzate, e quelle del Sud. (Quotidiano del Sud 08/09/2021 pag. 2, “La Sanità del Sud cresce non i soldi dello Stato”).
Al netto degli sprechi e dell’impreparazione, nota che accomuna il Paese, è stato frantumato il principio di uguaglianza e creato un modello di prestazioni sanitarie differenziate legate al codice di avviamento postale. Si è lesa la dignità della persona umana ed esclusa la presa in carico totale, in egual misure e con le identiche modalità, degli Italiani.
Il federalismo competitivo e non cooperativo ha impedito alle regioni meridionali di offrire prestazioni sanitarie assimilabili a quelle del Nord, con conseguenze nefaste per la fiducia nella classe di governo locale, ritenuta impreparata ed incurante del bene comune, mentre quella del Nord viene immaginata come virtuosa e modello da emulare.
Tutto ciò non tiene conto dei gravi episodi di impreparazione e pressapochismo venuti alla luce in Lombardia, in Veneto ed in Emilia Romagna durante la crisi pandemica.
Se lo Stato non eroga risorse finanziarie sufficienti e correlate ai bisogni, la gara è falsata ed i Meridionali saranno costretti a migrare non solo in cerca del lavoro ma anche per essere curati.
I dati sono sconfortanti ed è un affare d’oro per il Nord che si eroghino pochi denari ai terroni.
La mobilità sanitaria con gli ultimi dati disponibili del 2018 (fonte Svimez; Report Osservatorio GIMBE dal Sole 24 Ore 7/9/2020) è stata di circa 200 mila Meridionali ed ha arricchito la Sanità della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna con un avanzo di +739,6, +140, +324 milioni di euro.
A fronte di un disavanzo per la Campania, la Calabria, la Puglia e la Sicilia di -350, -287, -206, -239 milioni di euro per prestazioni sanitarie pagate alle regioni del Nord.
Le conseguenze sono semplici: chiusura degli ospedali con la riduzione dei posti letto, tagli orizzontali alla medicina territoriale ed aumento dei ticket. Inoltre, mettendo a confronto il personale medico e paramedico ed i residenti tra regioni con popolazione simile, i numeri sono eloquenti: la Campania 42 mila unità, il veneto 58 mila; la Puglia 35,4 mila unità il Piemonte 53,8 mila.
L’affare non finisce qua, l’indotto dei malati e degli accompagnatori ha generato per il Nord risorse aggiuntive di circa 4,6 miliardi di euro.
I Meridionali pagano le tasse tanto quanto quelli del Nord, con le addizionali regionali e comunali fra le più alte d’Italia, non possono ricevere prestazioni sanitarie a prezzo di saldi. Siamo italiani, non terroni.
