16/07/2026
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Peppino di Capri: se ne va un traghettatore di mondi

disco Peppino di Capri
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di Bruno Marfé

Peppino di Capri è morto l’11 luglio, a Villa Castiglione, nella sua isola, dopo una lunga malattia. Aveva 87 anni: li avrebbe compiuti il 27 luglio. I funerali si sono tenuti a Capri, nella chiesa di Santo Stefano. Con lui se ne va uno degli ultimi testimoni diretti di una stagione in cui la canzone napoletana ha smesso di essere un reperto da tramandare e ha imparato a dialogare, da pari, con il rock, il pop internazionale e le culture d’oltreoceano.
Non è una notizia che riguarda solo gli amanti della musica leggera. Riguarda il modo in cui un territorio — Napoli, il Golfo, le isole — ha saputo reinventare la propria identità culturale senza rinnegarla, e il modo in cui quella identità ha finito per parlare al mondo, Brasile compreso. È una storia che, da cronista di questo territorio, mi tocca anche a titolo personale.

Un ponte generazionale

Il mio primo incontro con Peppino risale all’infanzia, e passa per un disco che girava sul piatto di casa: The Jet. Non era solo musica, per un ragazzino di allora: era l’ingresso di un mondo esotico e luminoso in un salotto napoletano. Il modo in cui Peppino univa il ritmo americano, le chitarre elettriche, l’energia del rock ‘n’ roll a una solarità tutta isolana era, di fatto, la modernità che bussava alla porta — un segnale che l’Italia del dopoguerra stava cambiando pelle.
Arrivò poi l’adolescenza, e con essa la serie di LP Napoli ieri e oggi: una rivelazione. Peppino non si limitava a eseguire il repertorio classico della canzone napoletana; lo rivestiva con un’eleganza cosmopolita, lo faceva dialogare con il jazz e il pop internazionale, senza mai tradirne l’anima. Fu lì che capii che il napoletano non era un dialetto da museo, ma una lingua viva, capace di reggere il confronto con qualunque altra tradizione musicale colta.

Il rilancio e il filo con il Brasile

Dopo un periodo di silenzio, fu la sigla Amare di meno — scritta per il “Rischiatutto” di Mike Bongiorno — a riportare Peppino al centro della scena italiana. Ma la sua consacrazione valicò presto i confini nazionali: il pubblico brasiliano, con la sua sensibilità per le melodie raffinate, riconobbe in lui un affine, un poeta del mare. È un legame che nella mia vita ha una dimensione molto concreta: mia moglie è brasiliana, e vederla commuoversi ascoltando le note di Peppino è sempre stata la conferma di come quella musica abbia saputo tessere un filo rosso tra Napoli e Rio, tra due culture che si somigliano più di quanto si creda.

Quattro incontri

Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di incrociare Peppino di Capri dal vivo in più occasioni, che restano tappe di una biografia personale intrecciata alla sua.
La prima fu un concerto all’Ippodromo di Agnano, una sera d’estate in cui la voce di Peppino trovava, all’aperto, uno spazio ancora più ampio in cui espandersi. La seconda risale al 2015, al Palapartenope, per i quarant’anni di Radio Amore: Peppino fu l’ospite d’onore di una serata che riunì decine di artisti storici della radiofonia e della canzone partenopea, e la sua presenza pesava come un sigillo di autenticità sull’intera festa.
Il terzo incontro, nel 2016, sempre al Palapartenope, avvenne in occasione del concerto di Paula e Jacques Morelenbaum, alla cui organizzazione ho avuto il piacere di collaborare: vedere l’artista italiano più amato in Brasile dialogare dal vivo con quella cultura, accanto a mia moglie, resta uno dei momenti più intensi di quegli anni. L’ultimo risale al 14 febbraio 2020, nel giorno di San Valentino, al Teatro Gelsomino di Afragola, una delle sue ultime esibizioni prima del lungo stop: anche lì, il rapporto viscerale con il pubblico non lo aveva ancora abbandonato.

Un’eredità che riguarda tutti

Peppino di Capri non ha mai urlato, non ha mai inseguito le mode a ogni costo: le ha piuttosto anticipate e guidate, restando sempre, indiscutibilmente, se stesso — dal twist degli anni Sessanta fino all’ultima apparizione a Sanremo nel 2023, quando gli fu tributato un premio alla carriera. In un’epoca in cui l’identità culturale napoletana viene spesso ridotta a folklore o, all’opposto, a stereotipo da esportazione, la sua parabola artistica resta un esempio di come si possa restare fedeli a una radice territoriale trasformandola, senza tradirla, in linguaggio universale.
È questo, credo, il lascito che vale la pena discutere oggi, oltre il cordoglio: un modello culturale che ha saputo tenere insieme Capri e il mondo, senza scegliere tra provincia e cosmopolitismo.
Grazie, Peppino.

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