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L’Urlo e il Silenzio: perché alcune vittime non fanno rumore

Sarah Beckstrom

Sarah Beckstrom

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Il rumore selettivo e la solitudine degli eroi in divisa: il caso Sarah Beckstrom.

di Bruno Marfé

Un caso reale, una notizia minima

A volte le notizie che dovrebbero urlare di più sono quelle che sussurrano appena. O, peggio, vengono soffocate dal rumore di fondo di una narrazione che ha già deciso chi sono i buoni e chi i cattivi, ancora prima di guardare i fatti.

Questa riflessione nasce da una segnalazione che mi arriva direttamente da Washington, grazie all’occhio attento di mio cugino Luca, corrispondente dagli USA, che l’America la vive e la racconta ogni giorno sul campo. È lui ad aver puntato i riflettori su una storia che ha il sapore amaro dell’ingiustizia – non solo giudiziaria, ma anche mediatica.

È la storia di Sarah Beckstrom, vent’anni. Un’età in cui, come ricorda Luca, si dovrebbe vivere di sogni. Sarah aveva scelto di indossare la divisa della Guardia Nazionale e di trascorrere il Giorno del Ringraziamento servendo il proprio Paese. È stata uccisa in un’imboscata nel centro di Washington, a pochi passi dalla Casa Bianca.

L’accusato, secondo le ricostruzioni, è un rifugiato politico afgano.

Due pesi, due misure

Non tutte le tragedie risuonano allo stesso modo. Alcune diventano battaglie identitarie globali, altre restano semplici notizie di cronaca. La differenza non sta nel valore delle vite – che è sempre lo stesso – ma in ciò che una società decide di trasformare in simbolo.

La domanda posta da Luca è lucida e spietata: perché la morte di Sarah non fa rumore? Perché non vediamo piazze riempirsi, palinsesti stravolti, gesti pubblici di espiazione collettiva?

Il paragone con il 2020 è inevitabile. La morte di George Floyd scatenò una mobilitazione globale senza precedenti. Era una morte che doveva contare.

Oggi, invece, sembra emergere un inquietante doppio standard: quasi che Sarah porti addosso una colpa invisibile. Bianca, in divisa, simbolo dell’ordine. Tutti elementi che, nell’attuale clima culturale, rischiano di relegarla nella “parte sbagliata” della narrazione.

Come osserva Luca, la nostra società sembra aver invertito i ruoli morali: chi commette il crimine, se appartiene a categorie percepite come fragili o “protette”, ottiene giustificazioni immediate; chi lo subisce, se appartiene al blocco culturalmente “forte”, viene archiviato con indifferenza.

Il corto circuito della narrazione: non immigrazione, ma mancata gestione

E qui è essenziale chiarire un punto spesso taciuto: questa non vuole essere una critica all’immigrazione ma piuttosto  una critica alla cattiva gestione dell’immigrazione. Il caso Beckstrom non riguarda la migrazione regolare, anzi. Riguarda le falle generate da un approccio ideologico e superficiale che nasce – paradossalmente – da un razzismo mascherato: quello del voler imporre regole senza crederci davvero o del non imporle per timore di apparire discriminatori. È un paradosso tutto occidentale: nel nome dei tabù, non si controllano davvero i flussi; non si pretende trasparenza sugli ingressi speciali; e alla fine si lascia che certe filiere vengano gestite non dallo Stato, ma dal malaffare, dai trafficanti, dalle mafie che prosperano nelle zone grigie.

Il risultato? Nessuna tutela reale per i migranti veri, nessuna sicurezza per i cittadini. Tutti più vulnerabili. Ed è qui che l’Occidente mostra tutto il suo paradosso: per evitare l’accusa di discriminare, finisce per non governare. Ma non governare significa abbandonare. E chi viene abbandonato per primo? Proprio i più fragili: i migranti onesti, le famiglie in cerca di protezione, i cittadini che vivono nelle periferie. Se l’aggressore, poi, è un criminale o un estremista, tendiamo a cercarne le ragioni profonde. Se la vittima è una giovane donna in uniforme, simbolo delle istituzioni – quelle stesse istituzioni oggi guidate, piaccia o no, da una politica che divide profondamente il Paese (vedi la figura di Trump) – allora la sua tragedia diventa sacrificabile.

Non ci saranno breaking news a reti unificate per Sarah.

Troppa luce su questa vicenda significherebbe ammettere che qualcosa nella gestione delle procedure speciali di accoglienza e nella sicurezza interna si è incrinato. Significherebbe riconoscere che l’Occidente, nel tentativo di essere inclusivo a tutti i costi, ha smesso di proteggere i propri figli.

Eccezioni che richiedono lucidità

Casi come quello di Laken Riley, pur utilizzati nel dibattito politico, restano eccezioni. E proprio perché tali, meriterebbero rigore, non rimozione.

Analizzare le falle di procedure particolari non è criminalizzare l’accoglienza regolare, che rimane un pilastro di civiltà.

È semplicemente un atto di verità.

Una questione di dignità

La morte di Sarah Beckstrom dovrebbe spingerci a riflettere senza la necessità di trincee ideologiche.

Non è una storia “contro” qualcuno.

È la storia di una vita che meritava ascolto, spazio, dignità di racconto.

Il silenzio selettivo con cui alcune tragedie vengono trattate ci rivela molto su come decidiamo quali battaglie combattere e quali ignorare.

Conclusione

Resta l’amarezza per una giovane vita spezzata e il dovere – almeno per chi fa informazione libera o può contare su fonti dirette, come nel mio caso – di rompere questo silenzio.

Perdonaci, Sarah, se il tuo sacrificio è diventato scomodo.

La speranza è che, oltre le ideologie, qualcuno ricordi una verità semplice e terribile: a vent’anni non si può morire così, nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto difenderti.


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