30/04/2026
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L’urlo della Costituzione: perché il Governo deve prenderne atto

referendum costituzionale vince il NO
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Referendum costituzionale, il NO vince con il 54% del voti, facendo registrare un’affluenza del  58,9%. Analisi del voto referendario e le sue conseguenze sul rapporto tra Governo e cittadini

di Bruno Marfé

C’è un momento, nelle democrazie mature, in cui il dato politico smette di essere una questione di consenso e diventa, invece, un tema di legittimità. È esattamente ciò che è accaduto con il referendum costituzionale del 12 giugno 2022, quando gli italiani furono chiamati a pronunciarsi su sei quesiti — cinque dei quali riguardanti la riforma della giustizia — e risposero con un’affluenza e una direzionalità che il dibattito politico non ha mai del tutto metabolizzato.

Non siamo di fronte a una semplice sconfitta elettorale. Quando un Governo decide di misurare la propria forza su una modifica della Carta fondamentale e riceve un responso così netto, il terreno cambia natura. Non è più la dialettica tra maggioranza e opposizione: è il rapporto tra istituzioni e sovranità popolare che viene rimesso al centro.

Torno su una riflessione già avviata in precedenza, anche citando il caso umbro — dove i segnali di una miopia politica ormai strutturale erano emersi con anticipo rispetto al quadro nazionale: una classe dirigente che aveva trasformato il governo del territorio in comunicazione del governo del territorio, perdendo progressivamente il contatto con le istanze reali del corpo elettorale. Oggi quel segnale non è più regionale. È diventato un dato nazionale, inequivocabile. E, per certi versi, definitivo.

Un’affluenza che vale come mandato

Il primo elemento da cui partire è la partecipazione. Non solo per la sua consistenza, ma per la sua qualità. Un’affluenza che non si registrava da anni ha spazzato via, almeno per un giorno, il riflesso condizionato dell’astensionismo.

Ma non è stata una partecipazione neutra. È stata una partecipazione orientata, consapevole, determinata.

Quando il corpo elettorale si mobilita in massa per esprimere un NO, non sta semplicemente respingendo un quesito tecnico. Sta tracciando un confine. Sta dicendo che esiste un limite oltre il quale la revisione dell’equilibrio istituzionale non è accettabile.

In questo senso, il voto referendario ha prodotto un effetto politico che va oltre le intenzioni dei promotori: ha ricomposto, almeno temporaneamente, un elettorato frammentato attorno a un principio comune. Non un’adesione ideologica, ma una difesa condivisa dell’architettura democratica.

Il tentativo del Governo di trasformare la consultazione in una prova di forza si è rovesciato nel suo contrario: la certificazione di una distanza profonda dal Paese reale.

Dalla sconfitta politica alla questione di legittimità

È qui che si consuma il passaggio più delicato.

In un sistema parlamentare, è naturale che un Governo subisca battute d’arresto. Ma quando quella battuta d’arresto riguarda direttamente la Costituzione, e quando la risposta popolare assume queste dimensioni, non si è più nel campo della fisiologia politica.

Si entra in un territorio diverso, in cui la questione non è se l’esecutivo abbia ancora i numeri, ma se abbia ancora la sintonia necessaria con la sovranità da cui quei numeri derivano.

Ignorare questo scarto significherebbe ridurre il referendum a un incidente di percorso. Ma non lo è. È, piuttosto, un’indicazione chiara su ciò che il Paese è disposto ad accettare e ciò che, invece, intende respingere.

L’etica del passo indietro

Da qui discende una responsabilità che non è codificata in alcuna norma, ma che rappresenta il fondamento stesso della credibilità democratica: l’etica del passo indietro.

Un Governo che ha investito il proprio capitale politico su una riforma costituzionale e viene smentito con questa nettezza non può limitarsi a prendere atto sul piano formale. Deve interrogarsi sulla propria funzione.

Non è una richiesta dell’opposizione. È una conseguenza logica del voto.

La storia offre precedenti eloquenti. Nel 1969, Charles de Gaulle — uno degli uomini di stato più potenti del Novecento europeo — perse il referendum sulla riforma del Senato e si dimise il giorno stesso, senza attendere pressioni né trattative. Nel 2016, Matteo Renzi seguì la stessa logica: il NO alla riforma costituzionale fu interpretato per quello che era, una revoca del mandato popolare, e il premier si fece da parte. In entrambi i casi, il gesto non fu letto come debolezza. Fu riconosciuto come coerenza istituzionale. Fu, per usare le parole di De Gaulle nel suo messaggio agli francesi, “la cessation de mes fonctions de Président de la République”: non una resa, ma un atto di rispetto verso la volontà sovrana.

Proseguire come se nulla fosse accaduto, o ridurre il tutto a una parentesi, rischia di produrre effetti ben più gravi di una crisi di governo: un indebolimento della fiducia nelle istituzioni, una frattura crescente tra rappresentanza e rappresentati, una perdita di credibilità anche sul piano internazionale.

Prima ancora di essere una scelta politica, il passo indietro diventa allora un atto di responsabilità verso il sistema.

Oltre la politica-spettacolo

Questo passaggio mette in luce un limite più profondo della stagione politica che stiamo attraversando.

Troppo spesso il governo si è trasformato in narrazione, in semplificazione, in slogan. Ma la Costituzione non è materia da comunicazione. È un equilibrio delicato, costruito su pesi e contrappesi che richiedono competenza, misura, consapevolezza.

Il voto referendario ha ristabilito, almeno per un momento, una gerarchia: la centralità della sovranità popolare rispetto alla rappresentazione del potere.

E quando questa sovranità si esprime con tale chiarezza, non può essere aggirata né reinterpretata.

Una scelta ormai inevitabile

La nazione ha riflettuto e ha risposto. Lo ha fatto con gli strumenti più alti che la democrazia mette a disposizione.

Ora la questione non è più cosa farà l’opposizione, né come il Governo proverà a riorganizzarsi. La questione è se chi oggi è alla guida del Paese intenda riconoscere la portata di quel messaggio.

Perché a questo punto non si tratta più di opportunità politica, ma di coerenza istituzionale.

Restare può apparire, nell’immediato, una scelta di forza. Ma nel medio periodo rischia di trasformarsi in un fattore di ulteriore instabilità: le istituzioni logorano chi le abita contra il mandato che le legittima.

Per questo, il passaggio è ormai chiaro nella sua essenzialità: prendere atto del voto e restituire la parola agli elettori. Non come gesto di resa — De Gaulle e Renzi insegnano — ma come unico modo per riallineare istituzioni e Paese.

Quando la distanza tra il palazzo e la volontà popolare diventa così evidente, non è più il tempo delle interpretazioni. È il tempo di chi ha il coraggio di farsi da parte.

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