L’Ombra del Passato: Trump e l’Eccezionalismo Americano
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Dalle parole profetiche di Nelson Mandela nel 2003 allo slogan “America First”: un viaggio tra storia, cultura politica e immaginario occidentale, passando per le intuizioni di Giorgio Gaber
di Bruno Marfé
Gli USA fra Trump, Mandela e Gaber
Il 30 gennaio 2003, a Johannesburg, Nelson Mandela pronunciò parole che allora parvero eccessive, perfino scandalose. Attaccò frontalmente George W. Bush, accusando gli Stati Uniti di agire per interesse proprio, di minare le Nazioni Unite e di comportarsi come una potenza al di sopra delle regole che pretendeva di imporre agli altri.
Ricordò Hiroshima e Nagasaki. Mise in discussione l’imminente invasione dell’Iraq. Difese il ruolo del segretario generale Kofi Annan.
Molti liquidarono quelle frasi come lo sfogo di un leader anziano. Oggi, alla luce degli sviluppi degli ultimi anni, suonano come un avvertimento inascoltato.
Mandela non criticava solo una guerra. Metteva in discussione un’idea: l’eccezionalismo americano, la convinzione che gli Stati Uniti, in quanto superpotenza, possano interpretare il diritto internazionale secondo convenienza.
Non era un’accusa isolata. Mandela ricordava bene che, mentre l’ANC lottava contro l’apartheid, molte democrazie occidentali guardavano altrove. Ricordava anche chi, come Cuba o la Libia, aveva sostenuto quella lotta quando Washington lo considerava un terrorista – una qualifica formalmente rimossa solo nel 2008.
Il punto, allora come oggi, non è stabilire chi avesse ragione nel 2003. È chiedersi se quella logica – il primato dell’interesse nazionale su ogni architettura multilaterale – sia stata superata o radicalizzata.
Intermezzo teatrale
Se questo articolo fosse uno spettacolo di teatro-canzone, qui le luci si abbasserebbero.
Entrerebbe Giorgio Gaber. Non per condannare, ma per sorridere storto.
Gaber osservava che l’America è un luogo straordinario: un posto dove la libertà diventa uno stile di vita. E lasciava sospesa la frase, perché quando la libertà diventa stile, rischia di trasformarsi in estetica. E quando diventa estetica, può diventare merce.
Non era antiamericano. Era anti-illusione.
Nel suo teatro non c’era rifiuto dell’America, ma consapevolezza che l’Occidente – tutto l’Occidente – aveva imparato a vendere i propri valori come prodotti universali. Dimenticando che un valore imposto con la forza smette di essere valore e diventa interesse.
Ed è qui che le parole di Mandela tornano scomode. Quando parlava di arroganza, non intendeva solo bombe o petrolio. Intendeva la convinzione di poter coincidere col Bene semplicemente perché si è più forti.
Dal multilateralismo allo slogan
Con Donald Trump, quella tensione non nasce: diventa esplicita.
Lo slogan “America First” non è un’invenzione improvvisa. È la forma dichiarata di una corrente profonda della cultura politica statunitense: diffidenza verso i vincoli internazionali, centralità della forza, primato dell’interesse economico e strategico.
Trump non rappresenta l’America intera, ma incarna una parte significativa della sua tradizione politica: quella che vede l’ordine globale come strumento, non come comunità di destino.
Ed è qui che il cerchio si chiude.
Nel 2003 Mandela non parlava contro l’America. Parlava contro l’idea che una superpotenza potesse sottrarsi ai limiti che pretende dagli altri. Non era un attacco identitario. Era una richiesta di responsabilità.
Vent’anni dopo, quella richiesta resta sospesa.
Il cerchio
Se fosse ancora uno spettacolo di Gaber, non entrerebbe musica. Entrerebbe silenzio.
Perché il problema non è che l’America si senta eccezionale. È quando smette di chiedersi rispetto a cosa.
L’eccezionalità senza autocritica diventa arroganza. La forza senza limite diventa paura. La libertà senza confronto diventa slogan.
Mandela temeva l’arroganza. Gaber temeva l’illusione.
Noi oggi rischiamo entrambe.
E allora la domanda finale non riguarda solo gli Stati Uniti. Riguarda l’intero Occidente.
Siamo ancora capaci di distinguere tra potenza e civiltà?
