L’Italia al bivio: tra deindustrializzazione e paralisi del Welfare
Cesare Damiano, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Welfare & Salute
Parla Cesare Damiano, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Welfare & Salute
Intervista di Bruno Marfé
L’Italia prigioniera di un paradosso: mentre il mondo accelera nella transizione digitale ed energetica, il Paese resta bloccato da inerzia istituzionale e scelte mancate.
L’Italia di questo inizio 2026 sembra prigioniera di un paradosso sempre più evidente: mentre il mondo accelera lungo le traiettorie della transizione digitale ed energetica, il nostro Paese appare frenato da un’inerzia istituzionale che colpisce tanto il cuore produttivo quanto le fasce più fragili della popolazione.
Non è solo una questione economica. È una crisi di direzione.
L’allarme lanciato da Orfeo Mazzella sullo stallo del Piano Nazionale per la Non Autosufficienza ne è il simbolo più nitido: un miliardo di euro destinato ai territori bloccato per «incapacità politica», con Comuni e Regioni lasciati senza strumenti per garantire servizi essenziali. Un vuoto amministrativo che diventa, nei fatti, un vuoto sociale.
Ma quel miliardo fermo non è un incidente. È il riflesso di una paralisi più ampia: la stessa che investe la politica industriale, la contrattazione salariale, la sicurezza sul lavoro.
È dentro questa frattura che si inserisce il contributo di Cesare Damiano, Presidente dell’Associazione Lavoro&Welfare, che traccia una linea di continuità tra fenomeni troppo spesso trattati come separati.
Il «vuoto» della politica industriale: lo Stato che non sceglie
La paralisi denunciata sul welfare specchia quella che Damiano definisce senza ambiguità una fase di «violenta deindustrializzazione». Se lo Stato non firma i piani per sostenere i più fragili, non firma nemmeno quelli per il futuro del lavoro.
Onorevole Damiano, può esistere un Paese industriale senza una politica industriale?
Se questa domanda può apparire accademica, è bene considerare il momento storico nel quale si trova l’Italia. Siamo in un periodo nel quale è evidente che, nel nostro Paese, è in corso una violenta deindustrializzazione. Fatto testimoniato da uno spostamento evidente delle ore lavorate dall’industria al terziario, soprattutto verso i servizi relativi alla ricettività turistica e alla ristorazione. Lavori che offrono, peraltro, retribuzioni e occupazione di una qualità nettamente inferiori all’industria.
Ma cosa è, in definitiva, la politica industriale?
In estrema sintesi, si può definire come l’insieme di interventi e strategie con cui uno Stato cerca di indirizzare la struttura produttiva di un’economia, orientando lo sviluppo di specifici settori industriali.
In linea generale si può affermare che, nel mondo, dopo decenni di relativo declino dovuto all’ondata neoliberista degli anni 80 e 90 del XX Secolo, la politica industriale è stata oggetto di una robusta riscoperta in questi anni 20, con iniziative, solo per fare un esempio, come i Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza, generati dall’Unione Europea.
Quali sono gli obiettivi principali di una politica industriale?
In sostanza, lo Stato non si limita a creare le condizioni generali per il mercato, ma interviene attivamente per: promuovere settori strategici considerati prioritari come, ad esempio in questo passaggio storico, l’energia e il digitale; sostenere in modo strategico innovazione, ricerca e sviluppo; creare o mantenere posti di lavoro in aree o comparti in difficoltà; rafforzare la competitività internazionale delle imprese nazionali; gestire transizioni economiche, come quella energetica o quella digitale.
Ma dove siamo in Italia, cioè in un Paese nel quale nell’ultimo decennio le uniche iniziative di politica industriale hanno preso la forma di sgravi fiscali come Industria 4.0, Impresa 4.0, Transizione 5.0?
L’Ocse, nel suo Rapporto Interim Economic Outlook ha rivisto al ribasso le previsioni sul Pil e messo in evidenza la fiammata inflazionistica prodotta dal conflitto mediorientale che ha causato la crescita dei prezzi di gas e petrolio.
Cosa possiamo osservare nell’ambito dell’Eurozona?
La crisi investe con durezza le prospettive di crescita dell’Italia in particolare, ma anche di Germania e Francia, Paesi importanti a noi vicini. Per converso, la Spagna, che si distingue come un’eccezione positiva, la cui crescita prevista per quest’anno è del 2,1% in ragione di una domanda interna più resiliente e di un minore impatto dello shock energetico.
Come mai?
La Spagna sta utilizzando in modo molto efficace i fondi europei del Piano di Ripresa e Resilienza. Ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili che ora coprono più della metà della produzione elettrica nazionale, riducendo drasticamente la dipendenza dal gas al quale, invece, l’Italia è drammaticamente ancorata, producendo, per quel Paese un vantaggio competitivo che si trasferisce nelle bollette di famiglie e imprese, sostenendo la domanda interna e la fiducia dei consumatori. Questo confronto ci dice molto, dunque, su quanto sia urgente un’assunzione di consapevolezza sul tema delle politiche economiche e industriali così drammaticamente ignorate in Italia.
Salari e contratti: quando lo Stato diventa parte del problema
Se l’industria arretra, il salario si indebolisce. Il lavoro smette di essere garanzia di stabilità e si trasforma, sempre più spesso, in una condizione di precarietà diffusa.
Il quadro delineato dalla Fondazione Feltrinelli – L’Italia che non arriva a fine mese – non è un’eccezione, ma una fotografia strutturale del Paese. E dentro questa fotografia emerge un dato critico: la contrattazione collettiva continua a essere lo strumento centrale di tutela, ma funziona solo se i rinnovi sono tempestivi.
Qui si apre un secondo livello di inerzia: quello dello Stato come datore di lavoro.
Qual è oggi lo stato di salute della contrattazione collettiva come strumento di difesa del reddito?
Il modello della contrattazione collettiva, che in Italia è storicamente strutturato e robusto, è lo strumento fondamentale, non solo della difesa, ma anche della progressione delle retribuzioni. È uno strumento vivo e capace di attualizzarsi. Basti pensare all’evoluzione, rapida e consistente, di strumenti di integrazione come quelli del welfare contrattuale, attraverso i quali si sta evolvendo il rapporto tra impresa e lavoro.
Come ricordiamo nel volume L’Italia che non arriva a fine mese. Lavoro e salari: una questione di sinistra [1], tutto ciò si realizza, su questo si deve essere chiari, laddove i rinnovi contrattuali avvengono in modo puntuale e regolare, come nel settore industriale, nel quale il potere d’acquisto dei lavoratori è tendenzialmente preservato. Al contrario, nei settori in cui i rinnovi arrivano con forti ritardi – come nel commercio, nel turismo o nei servizi – i lavoratori subiscono un’erosione salariale. Un esempio positivo viene, ad esempio, dal rinnovo del CCNL dei Chimici, firmato un anno fa, tre mesi prima della scadenza naturale del contratto. Questo ha permesso ai lavoratori del settore di ottenere un aumento salariale superiore al tasso di inflazione previsto e di consolidare anche gli elementi di welfare contrattuale. Un modello virtuoso che mostra come la contrattazione, se ben organizzata e rispettosa dei tempi, possa proteggere efficacemente il reddito reale. Un ulteriore esempio virtuoso è il rinnovo del CCNL metalmeccanici, approvato in tempi rapidi dopo 17 mesi di trattativa (iniziata a maggio 2024 e firmata a novembre 2025 con il 93% di sì dei lavoratori), con migliorie come aumenti salariali medi di 205 euro mensili, flexible benefit portati a 250 euro e meccanismi di stabilizzazione dei contratti a termine. Di contro, i lavoratori del settore commercio e turismo hanno dovuto attendere oltre cinque anni per il rinnovo del loro CCNL. Un altro esempio, seriamente negativo in questo caso, viene dal CCNL delle guardie giurate, per le quali la contrattazione non ha raggiunto un livello sufficiente di tutela del salario, persino sanzionato dalla magistratura.
In questi anni l’inflazione è cresciuta a ritmi sostenuti, degradando progressivamente la capacità di acquisto delle retribuzioni. Quando il contratto è stato finalmente rinnovato, la perdita già subita non è stata completamente recuperata.
Neppure il settore pubblico è immune da questo problema. Con un’inflazione che, dal 2023, ha superato il 18%, il Governo – che è il datore di lavoro per oltre 3,5 milioni di dipendenti pubblici – ha proposto un aumento del 5,6%: molto al di sotto del necessario per mantenere stabile il potere d’acquisto. Questo significa che lo Stato stesso contribuisce alla riduzione dei salari reali, tradendo quel principio di esempio e tutela che dovrebbe invece incarnare.
Per questo diventa essenziale stabilire meccanismi più rigidi e incentivanti affinché i rinnovi dei contratti collettivi avvengano entro la scadenza naturale, o comunque in tempi ravvicinati. Si potrebbe prevedere un sistema di premialità contributiva o fiscale per le imprese che sottoscrivono i rinnovi entro i tempi previsti, così da incoraggiare un ciclo virtuoso della contrattazione. In assenza di rinnovo, andrebbe introdotto un meccanismo automatico di rivalutazione salariale legato all’inflazione reale, in modo da evitare che i lavoratori restino scoperti per anni.
[1] Mimmo Carrieri, Cesare Damiano, Agostino Megale, L’Italia che non arriva a fine mese. Lavoro e salari: una questione di sinistra, Fondazione Feltrinelli, Milano, 2026.
Sicurezza sul lavoro: dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione
Mentre la politica fatica a programmare, la realtà dei luoghi di lavoro continua a restituire un dato drammatico: una media di tre morti al giorno.
Non è più sufficiente parlare di emergenza. Il problema è strutturale e riguarda tanto la cultura della sicurezza quanto la capacità di utilizzare le nuove tecnologie per prevenire i rischi.
I dati Inail mostrano che non si riesce ad abbattere il muro delle mille vittime l’anno. In che modo l’innovazione può contribuire a cambiare questa rotta?
Nel 2025, le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail sono state poco meno di 600mila, con un aumento dell’1,4% rispetto al 2024. I dati confermano una crescita delle patologie professionali (+11,3%, per un totale di 98.463 denunce), mentre le vittime totali (inclusi i casi in itinere) si attestano su 1.093 casi, stabili rispetto all’anno precedente. Non si riesce, insomma, ad abbattere il muro delle mille vittime l’anno, circa tre vite perdute ogni giorno. La maggior parte degli incidenti non è frutto del caso. E in un Paese contrassegnato da un tessuto produttivo costituito soprattutto da micro, piccole e medie imprese, si deve, in primo luogo, partire dalla necessità di far, finalmente, passare il concetto che la tutela della salute e della sicurezza è un investimento e non un costo.
Quindi, ci troviamo di fronte a una questione di natura, in primo luogo, culturale, che non può essere affrontata solo in termini normativi.
L’innovazione digitale, che tanto sta influenzando i processi organizzativi e produttivi, può portare con sé l’apertura di uno spazio in questo senso. Uno spazio nel quale l’intelligenza artificiale che, negli ultimi anni, ha smesso di essere un concetto astratto, relegato ai laboratori di ricerca, per diventare un’autentica rivoluzione industriale, può fare la differenza, trasformando la sicurezza da reattiva a predittiva. Può dare, cioè, un contributo all’affermazione della prevenzione, come cultura e pratica, che è il metodo fondamentale per tutelare la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro.
Sono molti i metodi e le applicazioni con i quali essa può svolgere questa funzione. A partire dall’uso di agenti AI di visione artificiale, che utilizzano telecamere dotate di algoritmi di analisi, in grado di rilevare in tempo reale se un lavoratore indossa correttamente i dispositivi di protezione individuale.
Ma la visione artificiale va ben oltre il semplice controllo dei Dpi. Algoritmi avanzati sono oggi in grado di analizzare la postura dei lavoratori durante le operazioni di movimentazione manuale dei carichi, segnalando posizione scorrette che nel tempo possono causare lesioni muscolo-scheletriche. In ambienti complessi come cantieri edili o impianti industriali, i sistemi IA possono mappare le zone di rischio, rilevare la presenza di personale non autorizzato in aree pericolose e monitorare i flussi di movimento per ottimizzare la sicurezza degli spazi.
L’IA sta rivoluzionando anche il modo in cui i lavoratori vengono formati. I tradizionali corsi in aula, spesso percepiti come obblighi burocratici, stanno lasciando spazio a esperienze di apprendimento adattivo e immersivo.
Naturalmente, l’introduzione dell’IA nella sicurezza sul lavoro non è priva di criticità. La sorveglianza continua pone questioni delicate in materia di privacy e dignità dei lavoratori, che devono essere affrontate con trasparenza e nel rispetto della normativa vigente.
La sintesi: un miliardo di motivi per cambiare rotta
L’allarme sul miliardo di euro fermo per la non autosufficienza e l’analisi sulla crisi della manifattura convergono in una stessa diagnosi: l’Italia soffre di una crisi di decisione.
Uno Stato che non programma l’industria è lo stesso Stato che ritarda i contratti e che non riesce a rendere operativi i propri strumenti di welfare. Non è solo un problema di risorse, ma di responsabilità politica.
Senza uno «scheletro» industriale, senza salari tutelati e senza una protezione reale per i più fragili, la coesione sociale rischia di incrinarsi in modo irreversibile.
Non è più il tempo delle misure tampone o dei rinvii. È il tempo delle scelte.
Perché senza lavoro non c’è dignità. E senza dignità, non c’è futuro condiviso.
