L’immigrazione come specchio dell’anima: la sfida morale che la politica ignora
Centro Fernandes di Castel Volturno
Dal caso di Palermo alle scelte sui rimpatri: l’analisi di Manconi mostra come l’immigrazione riveli una crisi morale, sociale e istituzionale che la politica fatica ad affrontare
di Bruno Marfé
Su la Repubblica del 22 aprile, Luigi Manconi, già docente di Sociologia dei fenomeni politici e parlamentare, firma un intervento che interroga in profondità il nostro tempo: “Immigrazione, questione morale“. Non si tratta soltanto di un’analisi politica, ma di una riflessione che scava sotto la superficie del dibattito pubblico e ne riporta alla luce la dimensione essenziale: quella etica. Il discorso non riguarda solo norme e confini, ma la tenuta morale di una società che rischia di smarrire il senso della propria umanità.
Il sacrificio di Palermo e l’ipocrisia della “remigrazione”
Il ragionamento prende avvio da una tragedia concreta: la morte di Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine, precipitati da una gru a Palermo mentre lavoravano in condizioni irregolari. Invisibili in vita, lo restano anche nella narrazione pubblica. Eppure, osserva Manconi, sono proprio questi lavoratori a rientrare nel perimetro simbolico della cosiddetta “remigrazione”, un termine che, al di là dell’eufemismo, richiama scenari di espulsione sistematica.
Qui emerge il paradosso: il sistema economico che li sfrutta è lo stesso che ne rifiuta la presenza. Se davvero venissero espulsi, chi garantirebbe quei segmenti produttivi che oggi si reggono sul loro lavoro? Agricoltura, edilizia, logistica: interi settori vivono di una manodopera che resta formalmente marginale, ma sostanzialmente indispensabile. Più che un problema ideologico, si tratta di una contraddizione strutturale.
Commissioni e “passeggiate”: tra conoscenza e inerzia
Nel frattempo, la politica sembra muoversi. Le visite istituzionali, le commissioni d’inchiesta e le ricognizioni nei territori più esposti allo sfruttamento – come quelle recenti nel casertano – restituiscono un’immagine di attenzione. Ma la domanda resta inevasa: a questa attenzione corrisponde una reale volontà di cambiamento?
Il rischio è che tali iniziative si riducano a una forma di rappresentazione più che a un passaggio operativo. È quello che si è visto, ad esempio, alla recente visita della Commissione parlamentare al Centro Fernandes di Castel Volturno: la testimonianza di Khan, giovane lavoratore bengalese inghiottito da un sistema di intermediazione illegale nonostante fosse arrivato in Italia attraverso canali ufficiali, ha messo in luce con precisione il meccanismo che la politica continua a non voler smontare. Perché osservare lo sfruttamento senza intervenire sulle sue cause significa, di fatto, legittimarlo.
E la risposta dello Stato, puntuale e sorda, non si è fatta attendere: la decisione di istituire un CPR proprio a Castel Volturno. È l’ennesimo schiaffo a un territorio che chiede servizi, scuole e welfare, e che invece riceve 41 milioni di euro per una struttura di detenzione. Mentre il laboratorio di integrazione reale portato avanti dalle parrocchie e dal Centro Fernandes cerca di supplire alle mancanze istituzionali, il Governo sceglie di investire sulla reclusione, trattando una comunità multietnica complessa come una semplice “casella da spuntare” o, peggio, come la discarica sociale dei problemi del Paese.
La deriva del diritto: quando il garantismo si incrina
È sul piano normativo che l’analisi di Manconi si fa più netta. Le proposte relative alla gestione dei rimpatri – in particolare quelle che incidono sul ruolo della difesa legale – sollevano interrogativi rilevanti. Il rischio, evidenziato con chiarezza, è quello di alterare l’equilibrio dello Stato di diritto, introducendo meccanismi che possono compromettere il principio di parità davanti alla legge.
In questo contesto, l’ipotesi di limitare l’accesso al gratuito patrocinio per gli stranieri non appare una misura tecnica neutra, ma un segnale politico preciso: la costruzione di un sistema di tutele differenziato. Un garantismo selettivo che finisce per contraddire la sua stessa ragion d’essere.
Una questione che riguarda il futuro
Ridurre il tema dell’immigrazione a una variabile economica o a un problema di ordine pubblico significa eluderne la natura più profonda. È, prima di tutto, una questione che riguarda l’idea di società che intendiamo costruire: il rapporto con l’altro, la capacità di integrazione, la visione del futuro.
In questo senso, la provocazione finale è inevitabile: può davvero una logica amministrativa – fatta di numeri, costi e procedure – rappresentare una risposta adeguata a un fenomeno che tocca la struttura stessa della convivenza civile?
Una scelta non più rinviabile
La riflessione di Manconi pone una questione che non può essere aggirata. E chiama in causa non solo la politica, ma l’intero spazio pubblico. Tra dichiarazioni di principio e scelte concrete si è aperta una frattura che rischia di diventare irreversibile.
Resta allora una domanda, semplice e radicale: vogliamo essere una società capace di trasformare la complessità in sviluppo, oppure un sistema che reagisce alla paura restringendo progressivamente i propri orizzonti?
