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L’Europa e la dottrina dello specchio: come guardare il nuovo disordine globale senza distogliere lo sguardo

Europa politica

Immagine di freepik

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L’Europa di fronte alla nuova geopolitica dei blocchi: tra indignazione sterile, crisi di potenza e la necessità di tornare un attore strategico nel disordine globale.

di Bruno Marfé

L’articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 13 gennaio 2026, dedicato alle dichiarazioni di Steve Bannon sui “raid chirurgici” dell’amministrazione Trump, illumina con chiarezza un passaggio che l’Europa continua a rimuovere: la politica estera statunitense ha smesso di fingere di voler cambiare il mondo, e ha iniziato a limitarsi a colpirlo.

Secondo Bannon, Trump avrebbe “imparato la lezione dell’Iraq”: niente più nation-building, niente più esportazione della democrazia. Solo interventi rapidi, mirati alla decapitazione dei regimi ostili, come nel caso del Venezuela, di Cuba o – in prospettiva – dell’Iran.

È una dottrina cinica, brutale, incompatibile con qualsiasi retorica multilaterale. Ma è una dottrina che funziona, nel senso più freddo del termine: produce effetti, mentre altri discutono.

Il rifugio sterile dell’indignazione

Di fronte a questo scenario, gran parte della reazione europea si rifugia nell’indignazione morale. Comprensibile, ma politicamente inefficace.

L’amministrazione Trump non considera la moralità un vincolo strutturale, bensì una variabile secondaria. Pensare di contrastarla con la sola condanna etica equivale a parlare una lingua che dall’altra parte non viene più ascoltata.

Ed è qui che torna utile quella che potremmo chiamare una teoria dello specchio. Osservando il populismo dall’altra sponda dell’Atlantico – dal Brasile agli Stati Uniti – emerge come certi leader non guidino le masse, ma ne riflettano pulsioni, paure e desideri rimossi. Applicata all’Europa, questa chiave di lettura suggerisce che l’indignazione verso la brutalità trumpiana funzioni anche come riflesso difensivo: si condanna nell’altro ciò che evita di fare i conti con una propria crisi di potenza e di decisione. Lo specchio americano non mostra solo l’eccesso di forza, ma rimanda all’Unione l’immagine della sua difficoltà a pensarsi come soggetto strategico autonomo.

Un mondo a blocchi (e una vignetta che fa sorridere)

Non a caso, in rete circola una vignetta che divide il pianeta in tre grandi aree: Trumpia nelle Americhe, Putinia e Xinia in Eurasia, il tutto sotto l’etichetta “New World Order”.

Fa sorridere, certo. Ma come spesso accade con le caricature riuscite, fa sorridere perché semplifica brutalmente una verità scomoda: il ritorno a un mondo organizzato per sfere d’influenza, dove il multilateralismo sopravvive più come linguaggio che come pratica.

Il dettaglio più interessante, però, non è ciò che la mappa mostra, ma ciò che non mostra: l’Europa. Non perché non esista, ma perché fatica a riconoscersi come soggetto unitario dentro questo nuovo disordine.

Inserirsi o subire

È qui che si apre il vero bivio europeo.

Se non esiste oggi la forza per opporsi frontalmente alla dottrina dei raid chirurgici, l’alternativa reale non è tra adesione e resistenza morale, ma tra irrilevanza e capacità di condizionamento.

Gestire la stabilizzazione post-intervento, negoziare spazi di autonomia nel Mediterraneo, utilizzare la leva energetica per orientare flussi e prezzi: sono tutte forme di inserimento pragmatico che non equivalgono a una resa ideologica. Al contrario, rappresentano l’unico modo per evitare che le conseguenze del caos prodotto altrove ricadano integralmente sulle società europee.

Conclusione: rompere lo specchio o imparare a usarlo

La lezione che arriva, paradossalmente, anche dal Brasile è che non basta denunciare lo specchio. Bisogna capire perché riflette ciò che riflette.

Se il mondo sta tornando a una logica di blocchi, l’Europa deve decidere se continuare a guardarsi come vittima di un gioco altrui o iniziare a interrogarsi sul proprio riflesso.

Inserirsi non significa aderire.

Condizionare non significa giustificare.

Ma restare immobili, oggi, significa accettare che qualcun altro continui a disegnare le mappe – ironiche o meno – al nostro posto.

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