14/04/2026
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L’Architettura della Giustizia in Italia

Silhouette di giudici e PM in equilibrio su due lati
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Tra Indipendenza, Ruoli e Sfide di Riforma

di Bruno Marfé

Il sistema giudiziario italiano è spesso oggetto di fraintendimenti, alimentati in parte dalla cultura pop anglosassone e in parte dalla complessità delle sue dinamiche interne. Comprendere come funzionano la magistratura e il suo organo di governo è essenziale per decifrare il delicato equilibrio tra i poteri dello Stato.

1. Il Dualismo della Magistratura: Giudice e Pubblico Ministero

In Italia, la magistratura ordinaria è composta da due figure che, pur avendo compiti opposti nel processo, condividono la stessa natura giuridica: sono entrambi magistrati indipendenti, reclutati tramite lo stesso concorso pubblico.

Il Giudice: Il Terzo Imparziale

Il Giudice è la figura super partes. Il suo compito è valutare con neutralità le prove portate dall’accusa e dalla difesa. Non partecipa alle indagini, ma garantisce che il processo si svolga nel rispetto della legge, emettendo infine una sentenza di assoluzione o condanna.

Il Pubblico Ministero (PM): Il Magistrato Inquirente

Contrariamente al prosecutor americano, il PM italiano non cerca la condanna a ogni costo. È un “magistrato della verità”, vincolato a tre principi fondamentali.

Obbligo di imparzialità: ha il dovere di indagare anche a favore dell’indagato.

Archiviazione e Assoluzione: se le prove non sono sufficienti, il PM deve chiedere l’archiviazione del caso. Se durante il processo emerge l’innocenza dell’imputato, ha il dovere di chiederne l’assoluzione.

Indipendenza: non risponde al Governo o al Ministro della Giustizia, garantendo che le indagini possano toccare qualsiasi livello del potere senza interferenze.

2. Il Governo della Magistratura: Il CSM e le “Correnti”

Per garantire l’indipendenza dei magistrati, la Costituzione ha istituito il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Questo organo decide su assunzioni, trasferimenti e promozioni, evitando che sia il potere politico a controllare le carriere dei giudici.

Il fenomeno delle Correnti

All’interno della magistratura esistono le cosiddette “correnti”: associazioni di magistrati con diversi orientamenti ideologici, simili a partiti interni. Nate originariamente come luoghi di dibattito giuridico e culturale, nel tempo sono state accusate di trasformarsi in centri di potere che influenzano le nomine del CSM, privilegiando l’appartenenza associativa rispetto al merito individuale — una degenerazione resa evidente dallo scandalo emerso nel 2019.

3. Le Riforme sul Tavolo: Separazione delle Carriere e Sorteggio

Il dibattito politico attuale — sfociato in un disegno di legge costituzionale approvato dalla Camera nel 2025 — si concentra su due proposte che mirano a modificare profondamente questi equilibri.

La Separazione delle Carriere

L’obiettivo è dividere nettamente i percorsi dei Giudici da quelli dei PM, con concorsi e organi di governo separati.

Pro: garantirebbe una maggiore distanza psicologica e professionale tra chi accusa e chi giudica, eliminando ogni sospetto di solidarietà tra colleghi.

Contro: si teme che un PM isolato dai giudici perda la “cultura dell’imparzialità” e finisca, col tempo, sotto il controllo del potere esecutivo.

La Riforma del Sorteggio per il CSM

Per combattere lo strapotere delle correnti, la riforma — che il referendum appena concluso non ha approvato — proponeva di scegliere i membri togati del CSM tramite sorteggio. Il testo costituzionale approvato dalla Camera prevedeva un’estrazione dall’intero corpo della magistratura giudicante o requirente, rimandando a una legge ordinaria successiva la definizione delle modalità operative — numero dei sorteggiati, requisiti di partecipazione, procedure. È proprio in questo spazio che si apre una delle principali incognite della riforma: la legge attuativa potrebbe introdurre un elenco ristretto di magistrati sorteggiabili, ma non vi è alcun obbligo costituzionale in tal senso.

Va precisata un’asimmetria che i critici considerano strutturalmente rilevante. Per i membri laici — quelli eletti dal Parlamento — il testo prevede invece un meccanismo che la dottrina ha definito sorteggio temperato: l’estrazione avviene da una lista compilata su base parlamentare, garantendo così una selezione politicamente orientata. Il paradosso è evidente: i togati vengono estratti per sorteggio secco tra migliaia di magistrati, mentre i laici provengono da una rosa politicamente definita. Il risultato sarebbe un CSM dove la componente tecnica è frammentata dal caso, quella politica è coesa e dominante.

4. Un Paradosso per Analogia: Il Parlamento Sorteggiato

Per comprendere fino in fondo il rischio insito nella riforma del CSM, vale la pena costruire un’analogia volutamente provocatoria. Immaginiamo di voler combattere la corruzione partitica in Parlamento con lo stesso rimedio proposto per la magistratura: sorteggiare i parlamentari tra i cittadini comuni. L’idea avrebbe una sua logica — eliminerebbe le carriere di partito, le clientele, le correnti. Ma ora aggiungiamo una variabile decisiva: una quota di seggi rimane assegnata direttamente dal Governo.

Il risultato sarebbe paradossale. Da un lato, una platea di cittadini estratti a sorte: competenti o meno, privi di esperienza istituzionale, senza rete organizzativa, senza mandato collettivo. Dall’altro, un nucleo compatto di parlamentari scelti dall’esecutivo, coordinati, orientati, capaci di fare massa critica su ogni votazione rilevante. Chi deterrebbe il potere reale? Non i cittadini sorteggiati — frammentati e disorientati — ma il gruppo coeso voluto dall’alto.

Questo è esattamente il meccanismo che i critici della riforma del CSM temono si riproduca nell’organo di autogoverno della magistratura. I togati estratti a sorte — anche da liste di idonei — sarebbero figure prive di visione comune, incapaci di esprimere un orientamento collettivo sull’autonomia del sistema giudiziario. I laici, eletti dal Parlamento su base politica, resterebbero invece espressione di volontà organizzate. L’esito sarebbe un CSM tecnicamente “riformato” ma sostanzialmente squilibrato: la componente che dovrebbe garantire l’indipendenza della magistratura risulterebbe la più debole, quella politicamente orientata la più forte.

La lezione dell’analogia è scomoda ma necessaria: eliminare le aggregazioni interne a un organo non produce neutralità, produce vulnerabilità. Un corpo frammentato non è un corpo libero — è un corpo esposto.

Conclusione

Il sistema giudiziario italiano è costruito su un pilastro fondamentale: l’indipendenza totale del magistrato da ogni altro potere. Se da un lato il “correntismo” rappresenta una patologia reale da affrontare, dall’altro le riforme proposte richiedono un’analisi attenta per evitare che la cura — volta a limitare il peso delle associazioni interne — finisca per indebolire l’autonomia stessa della Giustizia di fronte alla politica.

Il rischio, come mostra il paradosso del parlamento sorteggiato, non è teorico. Quando si decostruisce un sistema di contrappesi senza costruirne di nuovi, il vuoto non rimane tale: viene occupato dal potere più organizzato. E nella dialettica tra magistratura e politica, sapere chi è più organizzato non richiede particolari sforzi d’immaginazione.

Va detto, a margine, che il modello descritto in queste pagine è quello costituzionale — il sistema come dovrebbe funzionare. La cronaca degli ultimi anni racconta spesso un’altra storia: di nomine pilotate, di correnti che trattano carriere come moneta di scambio, di indagini usate come armi. Conoscere l’architettura ideale serve proprio a questo: riconoscere quando e quanto se ne è discostata la realtà.

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