La Voce delle Piazze: l’Italia si svela contro il genocidio
di Bruno Marfé
Mentre le istituzioni appaiono spesso distanti, le piazze italiane continuano a farsi sentire con manifestazioni, cortei e presìdi che chiedono lo stop al conflitto a Gaza. Bandiere palestinesi, scioperi generali e mobilitazioni locali non vengono percepiti solo come atti simbolici, ma come segnali diretti alla politica nazionale. Una parte consistente della società civile italiana, infatti, dichiara di non riconoscersi nelle scelte di governo considerate di sostegno a Israele.
In una conversazione privata di gruppo a cui partecipo, la giornalista italo-israeliana Rula Jebreal ha scritto: «Le vostre scelte di fiancheggiamento, la complicità con il genocidio in corso a Gaza, non parlano a nostro nome e non saranno mai fatte passare come volontà popolare». Un pensiero che riflette un sentire diffuso, soprattutto tra associazioni, studenti e lavoratori che si oppongono apertamente a quella che definiscono una deriva bellica.
Un tema ricorrente nelle piazze è il richiamo all’articolo 11 della Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra. La vendita di armi a Israele è vista da molti come una contraddizione rispetto ai valori fondativi della Repubblica. Non mancano critiche puntuali: la stessa Jebreal, sempre nello scambio privato, ha definito «inaccettabile» il sostegno a militari accusati di crimini contro la popolazione civile.
Le manifestazioni hanno raccolto un’ampia partecipazione: dai collettivi studenteschi ai lavoratori portuali che, in alcuni casi, hanno rifiutato di caricare materiali destinati al conflitto. Un segnale che va oltre i tradizionali confini delle sigle organizzatrici e che indica una mobilitazione trasversale della società civile.
Pur con alcuni episodi isolati di tensione, la maggior parte dei partecipanti sottolinea come le manifestazioni siano state pacifiche e caratterizzate da un clima di partecipazione ordinata. La presenza numerosa ha sorpreso anche rispetto alle capacità di mobilitazione delle realtà promotrici, segno che il tema ha un impatto ben più ampio. Alcuni osservatori hanno evidenziato il rischio che piccoli disordini offrano un pretesto per delegittimare il movimento, ma resta prevalente la valutazione positiva dell’iniziativa.
Sul piano più ampio, le piazze italiane rilanciano il principio del «mai più» nato dalle tragedie del Novecento, invocandone l’universalità. L’appello è a una memoria attiva che non si limiti al passato ma diventi impegno concreto contro tutte le forme di violenza e di guerra. «La nostra sopravvivenza collettiva si gioca qui, nell’universalità di quella promessa», ha ribadito Jebreal, ricordando la necessità di trasformare le parole in scelte politiche e sociali.
In questo quadro, la mobilitazione italiana si presenta non solo come testimonianza di solidarietà, ma anche come richiesta di coerenza rispetto ai principi costituzionali e ai valori di giustizia e pace.
— BOX CITAZIONE —
«Le vostre scelte di fiancheggiamento, la complicità con il genocidio in corso a Gaza, non parlano a nostro nome e non saranno mai fatte passare come volontà popolare»
— Rula Jebreal, dichiarazione riportata in una chat privata di gruppo a cui partecipo.
