La Porta e il Muro: da Lampedusa a Castel Volturno, quando l’arte interroga la politica
Ci sono opere d’arte che, pur immobili, continuano a camminare nella storia. Non cambiano forma, ma cambiano significato ogni volta che qualcuno le attraversa. È ciò che è accaduto alla Porta d’Europa di Mimmo Paladino quando Leone XIV ha scelto di varcarla durante la sua visita a Lampedusa.
«È una grande emozione vedere come una tua opera possa diventare il segno di un evento così fortemente simbolico», ha dichiarato Paladino. E forse proprio questa è la forza autentica dell’arte: smettere di appartenere all’artista per diventare patrimonio della coscienza collettiva.
Leone XIV sembra appartenere a quella rara categoria di uomini che affidano più significato ai gesti che ai discorsi. Non rincorre l’effetto mediatico; lascia che siano i simboli a parlare. Attraversare la Porta d’Europa è stato uno di quei gesti che durano pochi secondi ma continuano a generare domande molto tempo dopo. È una provocazione nel senso più nobile della parola: non quella che divide, ma quella che scuote le coscienze e costringe ciascuno a interrogarsi sul significato di parole come libertà, dignità, accoglienza e responsabilità.
La Porta d’Europa non è semplicemente una scultura. È una domanda scolpita nel paesaggio mediterraneo. Una soglia che separa e, nello stesso tempo, unisce due continenti, due mondi, due speranze.
Quando Paladino la realizzò nel 2008 confessò perfino una certa esitazione. Non aveva mai creato opere apertamente politiche. Poi comprese che quel progetto possedeva un valore più profondo: non apparteneva alla politica, ma all’etica. «Ho avvertito come necessaria la realizzazione di quell’opera per tutto il valore etico che portava con sé», ha ricordato, pensando alle migliaia di vite spezzate nel Mediterraneo.
Oggi, quasi vent’anni dopo, quella intuizione appare ancora più attuale.
Il gesto di Leone XIV ha restituito alla Porta d’Europa tutta la sua forza originaria. Non è stato soltanto un attraversamento fisico. È stato un linguaggio. Un modo per ricordare che ogni frontiera può essere interpretata in due modi: come muro o come porta.
Ed è impossibile, osservando quella scena, non pensare a Castel Volturno.
Da decenni questa città rappresenta una delle frontiere più complesse d’Italia e d’Europa. Qui migliaia di persone provenienti da ogni parte del mondo hanno costruito una quotidianità fatta di lavoro, integrazione, difficoltà, solidarietà e, troppo spesso, invisibilità. Castel Volturno ha conosciuto il fenomeno migratorio molto prima che diventasse un tema permanente del dibattito nazionale.
Per questo il progetto di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio assume un significato che va oltre il suo profilo amministrativo e giuridico.
Un CPR non è soltanto una struttura. È un simbolo.
E i simboli hanno un peso enorme.
Se la Porta d’Europa rappresenta il passaggio, il CPR rappresenta l’attesa.
Se la porta invita all’incontro, il centro nasce per limitare la libertà personale di chi vi è trattenuto.
Se una costruisce relazioni, l’altro rischia di alimentare distanze.
Naturalmente uno Stato ha il diritto e il dovere di governare i flussi migratori e di far rispettare le proprie leggi. Nessuno mette in discussione questo principio. Ma il modo in cui lo si fa racconta la civiltà di un Paese almeno quanto le norme che approva.
È qui che cultura e realtà sociale si incontrano.
L’arte non offre soluzioni legislative. Non sostituisce il diritto. Non scrive decreti.
Fa qualcosa di ancora più difficile.
Costringe a guardare.
Obbliga a domandarci quale immagine vogliamo lasciare di noi stessi.
Castel Volturno potrebbe diventare il luogo dove concentrare l’ennesima infrastruttura dell’emergenza. Oppure potrebbe essere riconosciuta per ciò che già rappresenta: un territorio che, pur tra contraddizioni e difficoltà, ha sperimentato sulla propria pelle la complessità della convivenza tra popoli, culture e speranze diverse. Una realtà che avrebbe bisogno di investimenti, rigenerazione urbana, sicurezza diffusa, legalità, servizi e cultura, non di un’altra struttura destinata a rafforzare la narrazione dell’emergenza.
Perché anche la cultura è sicurezza.
Anche la bellezza è prevenzione.
Anche la memoria costruisce ordine.
La lezione di Mimmo Paladino è proprio questa: un’opera non cambia il mondo da sola, ma può cambiare lo sguardo con cui lo osserviamo.
E forse è questo il senso più profondo del gesto di Leone XIV.
Attraversare una porta non significa ignorare i confini. Significa ricordare che ogni confine, prima di essere una linea tracciata sulle carte geografiche, è una scelta morale. Significa affermare che il governo dei fenomeni migratori non può rinunciare alla dignità della persona, così come la tutela della sicurezza non può smarrire il senso dell’umanità.
Oggi quella scelta riguarda anche Castel Volturno.
Perché ogni comunità decide, prima ancora che con le proprie opere pubbliche, attraverso i simboli che sceglie di costruire e di custodire, quale idea di futuro intenda consegnare alle generazioni che verranno.
Ed è forse questa la domanda che la Porta d’Europa continua a rivolgerci: vogliamo essere ricordati per i muri che abbiamo innalzato o per le porte che abbiamo avuto il coraggio di attraversare?
