La mattanza senza fine

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di Antonio Bianco

La solita storia, ogni giorno i media ci propongono le immagini di persone che perdono la vita durante una giornata lavorativa. Non è la guerra tra Russia e Ucraina bensì la realtà italiana che vede morire, in media, 4 lavoratori ogni giorno, un massacro silenzioso, una mattanza senza fine. Mentre l’autorità giudiziaria indaga, altri lavoratori spargono il loro sangue sul posto di lavoro.

Non si vede all’orizzonte l’azione concreta, costante e capillare dall’ispettorato del lavoro necessaria a prevenire tali eventi luttuosi. Immancabili sono le parole del Presidente della Repubblica Mattarella, frasi vuote, di circostanza ed inascoltate che non offrono alcun ristoro alle famiglie che hanno perso i loro cari. Oggi non è la festa del lavoro bensì della commemorazione dei tanti caduti sul lavoro. Non possiamo rimanere inerti davanti a tale cruda realtà, le immagini hanno anestetizzato le coscienze e non producono alcuna rivolta morale e civile. Il mondo del lavoro deve centrare la sua azione sulla persona che non deve essere considerata un fattore della produzione, sostituibile in ogni momento, bensì il soggetto essenziale sul quale vi è stato un investimento di conoscenze, di abilità e di competenza che arricchiscono la realtà lavorativa dell’impresa e lo rendono insostituibile. Non è ammissibile che si riducano i sistemi di sicurezza, invocando la competitività rivolta al maggior profitto esponendo il lavoratore ad operazioni pericolose, oltretutto minacciando il licenziamento, per la sua salute e la sua integrità fisica.

Bisogna investire in modo totalizzante nella sicurezza e la formazione del lavoratore considerando i dispositivi di protezione individuale nonché i sistemi di sicurezza dei macchinari, essenziali per l’integrità fisica del lavoratore e non un costo eccessivo che riduce la competitività. Anzi la preserva in quanto laddove si verificasse un incidente mortale la produzione verrebbe sospesa sin tanto che non sarebbero accertate le responsabilità, con un danno certo per la produzione.

In questo giorno infausto non possiamo dimenticare i 100 mila ragazzi che ogni anno lasciano il Meridione in cerca di lavoro, perdita stimata in circa 20 miliardi annui in quanto un diplomato costa alla comunità circa 200 mila euro a fine percorso scolastico. Volano via conoscenze e competenze che lasciano sguarnito il Meridione nei confronti delle sfide poste dalla globalizzazione ed irrimediabilmente lo condannano allo spopolamento.

Il 1 maggio deve essere una vera festa allietata da canzoni e balli e non la commemorazione dei caduti sul lavoro.


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