16/07/2026
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La festa dei cittadini o la festa dello Stato?

Ilaria Salis - imm. da web

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La proposta di Ilaria Salis, la reazione scomposta e una domanda che merita risposta

A volte una proposta politica funziona come uno specchio. Non tanto per quello che dice, ma per quello che rivela nelle reazioni che provoca. Ilaria Salis, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, lo scorso 2 giugno ha rilasciato una dichiarazione destinata a fare rumore:«In un’epoca pericolosamente segnata da riarmo, militarismo e guerre sempre più vicine, servirebbe il coraggio di compiere una scelta forte e controcorrente: abolire la parata militare del 2 giugno e restituire alla Festa della Repubblica il suo originario carattere civile, popolare e democratico.»
Si può essere d’accordo o meno. Ma quello che è seguito — insulti, delegittimazioni personali, campagne d’odio sui social — ha rivelato qualcosa di più interessante della proposta stessa: la difficoltà italiana nel confrontarsi serenamente sui propri simboli civili.
Vale la pena, allora, prendere sul serio la domanda che quella dichiarazione contiene, al di là del dibattito sulla persona.

Due date, due significati

Esiste una distinzione che nel dibattito pubblico viene spesso ignorata. Il 4 novembre è la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Il 2 giugno è la Festa della Repubblica.
Non si tratta di una differenza formale o burocratica. È una distinzione che riflette funzioni e significati storicamente diversi.
Il 2 giugno 1946 fu il primo voto nazionale a suffragio universale della storia italiana. Per la prima volta votarono anche le donne. Fu una scelta collettiva maturata tra le macerie della guerra, dopo vent’anni di dittatura fascista. Quella data non celebra la forza delle armi: celebra la volontà di un popolo che decide di darsi una nuova forma di convivenza democratica.

Per questo chiedersi se quella data debba essere raccontata principalmente attraverso una parata militare non significa essere ostili alle Forze Armate. Significa interrogarsi su quale volto della Repubblica si voglia mettere al centro della scena pubblica.

La domanda legittima


Le Forze Armate rappresentano una componente fondamentale dello Stato democratico e meritano rispetto per il ruolo che svolgono nella difesa delle istituzioni e nelle missioni internazionali. Nessuno lo mette in discussione.
Ma la Repubblica è qualcosa di più ampio. Comprende il Parlamento, la magistratura, la scuola pubblica, la sanità, il mondo del lavoro, il volontariato, la ricerca scientifica, l’associazionismo. L’insieme, in una parola, delle relazioni civili che tengono unita una comunità nazionale.
Una grande celebrazione della cultura, della protezione civile, del terzo settore, della scuola e del lavoro racconta la capacità della società di costruire il proprio futuro. Una parata militare racconta la capacità dello Stato di proteggersi.
Entrambe sono immagini legittime dell’Italia. Ma non è illegittimo domandarsi quale delle due sia più vicina allo spirito del 2 giugno 1946.

Il contesto che cambia le cose

La questione assume un peso ancora maggiore nel contesto internazionale attuale. L’Europa vive una stagione segnata da conflitti armati, tensioni geopolitiche e dibattiti sempre più insistenti sul riarmo. In uno scenario simile, ogni simbolo pubblico acquisisce inevitabilmente un valore politico e culturale più pronunciato.
È in questo contesto che la proposta di Salis acquista un senso che va oltre la polemica di giornata. Non si tratta di disarmo simbolico. Si tratta di chiedersi se la Repubblica italiana voglia affermare con chiarezza la propria identità costituzionale.
L’articolo 11 della Costituzione non è una clausola secondaria. Afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. I padri e le madri costituenti sapevano per esperienza diretta quanto fosse pericoloso confondere la forza delle istituzioni con la militarizzazione dell’immaginario collettivo.
Vale la pena ricordare, a questo proposito, un paradosso storico che dice molto. Nel 1946 Napoli votò a larga maggioranza per la Monarchia — eppure era stata la stessa città che, tre anni prima, tra il 27 e il 30 settembre 1943, si era sollevata da sola contro l’occupante nazista nelle Quattro Giornate: l’unica insurrezione popolare urbana in Europa contro l’occupazione tedesca. Una città capace di combattere per la propria libertà prima ancora di scegliere la propria forma di Stato. È questa la distinzione che conta: non tra chi ama la Repubblica e chi no, ma tra la lealtà alle istituzioni e la virtù civica che le precede e le rende possibili.

Il dissenso non indebolisce la democrazia

Una proposta politica, anche quando non si condivide, merita una risposta argomentata. Non insulti.
Il dissenso sui simboli non indebolisce le istituzioni. Al contrario, è uno degli strumenti attraverso cui una società democratica continua a interrogare sé stessa. Una Repubblica sicura dei propri valori non teme le domande. Le accoglie.
E forse il modo migliore per onorare il 2 giugno non è smettere di discutere dei suoi simboli, ma continuare a chiederci, ogni anno, che cosa significhi davvero essere cittadini di una Repubblica.

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