29/04/2026
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Il Riconoscimento di uno Stato Palestinese: tra Simbolismo, Condizioni e Contraddizioni

Giorgia Meloni
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di Bruno Marfé

Un discorso atteso e controverso

Le parole pronunciate dalla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, all’Assemblea delle Nazioni Unite il 23 settembre 2025 erano attese con grande attenzione, soprattutto da chi in Italia e nel mondo segue con partecipazione il conflitto israelo-palestinese. In un momento cruciale, segnato dalle pressioni internazionali per il riconoscimento dello Stato di Palestina, l’Italia ha scelto una posizione diversa da quella di Francia, Regno Unito e Canada, che hanno dato il loro sì: Roma ha optato per un riconoscimento condizionato.

Due le clausole poste: la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani e l’esclusione di Hamas da qualsiasi ruolo di governo. Una linea che, pur presentandosi come “ferma e responsabile”, si presta a letture critiche per l’ambiguità che la sostiene.

L’analisi di Pezzotta: il dispositivo del rinvio

Secondo l’analisi di Savino Pezzotta, il discorso della Presidente del Consiglio non è neutrale, ma costruito intorno a un meccanismo preciso: il “se”. Il riconoscimento diventa così una promessa sospesa, sempre possibile ma mai pienamente realizzata. In questo modo, l’Italia appare al tempo stesso determinata e passiva: delega la decisione a condizioni esterne, sottraendosi alla responsabilità di un atto politico che, proprio in quanto simbolico, non avrebbe bisogno di premesse per assumere significato.

Si tratta, in altre parole, di un riconoscimento che resta più un atto retorico che un gesto politico concreto, perché rinviato a eventi che difficilmente l’Italia può controllare.

La contraddizione segnalata: non solo il condizionato è un rinvio

A questa analisi si può però opporre un’obiezione: se è vero che subordinare il riconoscimento a condizioni future significa rimandare a un “tempo indeterminato”, anche il riconoscimento in sé, se pronunciato oggi, non produrrebbe effetti immediati. Resterebbe comunque un atto simbolico, proiettato in un futuro incerto.

In altre parole, tanto il riconoscimento incondizionato quanto quello condizionato hanno a che fare con un orizzonte futuribile e non immediatamente realizzabile. La differenza, quindi, non sta nel rapporto con il futuro in sé, ma nella qualità di questo rapporto.

Simbolico contro condizionato: due gradi di performatività

Qui si colloca il punto decisivo. Un riconoscimento oggi, seppur simbolico, possiede una forza performativa maggiore: afferma un principio politico, produce un effetto sul piano delle relazioni internazionali, rafforza la legittimità delle rivendicazioni palestinesi. Al contrario, un riconoscimento subordinato a condizioni quasi impossibili da verificare rischia di svuotarsi di efficacia, apparendo come un esercizio di retorica che nasconde la scelta di non scegliere.

La critica di Pezzotta alla “ipocrisia” di Meloni si colloca qui: il governo non si limita a prendere tempo, ma costruisce un discorso che istituzionalizza il rinvio, trasformando la sospensione della decisione in decisione stessa.

Le condizioni: davvero irrealistiche?

Un ulteriore nodo riguarda il contenuto delle condizioni poste dall’Italia. È davvero irrealistico chiedere che Hamas non faccia parte di un futuro governo palestinese? In realtà, questa ipotesi non solo è plausibile, ma è già stata prevista negli stessi documenti negoziali che Hamas aveva fatto pervenire attraverso intermediari come Gershon Baskin.

Il problema, dunque, non è tanto la condizione in sé — che in prospettiva potrebbe effettivamente costituire un passaggio necessario — quanto il modo in cui essa viene usata politicamente. Israele, rifiutando di considerare tali ipotesi, ha scelto la via della guerra permanente. L’Italia, subordinando il riconoscimento a queste condizioni, sembra collocarsi in una posizione di sostanziale allineamento con Tel Aviv, mascherandola con il linguaggio della responsabilità.

Un discorso per due pubblici

Il discorso della Presidente del Consiglio, in definitiva, non va letto soltanto come una dichiarazione di politica estera. È un testo costruito per agire su due piani:
– quello internazionale, dove l’Italia si presenta come “responsabile” e attenta alla sicurezza di Israele;
– quello interno, dove l’ambiguità serve a mettere in difficoltà le opposizioni, obbligandole a schierarsi su un terreno già tracciato dal governo.

Conclusione: la sospensione come scelta politica

Il cuore del discorso non è la decisione, ma la sospensione della decisione. Un riconoscimento sempre promesso e sempre rinviato, che rivela la difficoltà — o la non volontà — di conciliare le esigenze di giustizia con le alleanze strategiche dell’Italia.

In questo senso, il linguaggio di Meloni è al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza: promette fermezza ma realizza immobilismo, dichiara disponibilità ma istituzionalizza il rinvio, proclama equilibrio ma resta intrappolato nelle contraddizioni dell’alleanza atlantica.

Ed è proprio qui che si annida l’irritazione di molti: non tanto nella prudenza, quanto nell’ipocrisia di un discorso che sembra voler restare sempre a metà strada, senza mai assumere fino in fondo la responsabilità di una scelta.

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