17/06/2026
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Il CPR di Castel Volturno e la recita del Viminale: quando i bandi contano più delle barricate

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Il viaggio del sindaco al Viminale, un bando da 43 milioni già in corsa e una comunità in rivolta: la vicenda del CPR di Castel Volturno oltre la propaganda

di Bruno Marfé

C’è una distanza siderale tra il racconto politico e la realtà dei fatti, e la vicenda del nuovo Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) a Castel Volturno ne è l’ennesima dimostrazione. Da un lato c’è la cronaca politica: il viaggio a Roma del sindaco Pasquale Marrandino, il faccia a faccia al Viminale con il ministro Matteo Piantedosi e le dichiarazioni pubbliche per rassicurare cittadini e territori sul fatto che “Castel Volturno non sarà marchiata ancora una volta”. Dall’altro lato, però, c’è il linguaggio molto meno emotivo della macchina amministrativa dello Stato.
E proprio i documenti ufficiali raccontano una storia diversa da quella della diplomazia dell’ultima ora. Quella su Castel Volturno non appare più come un’ipotesi ancora da discutere o un progetto in fase preliminare, ma come un iter già molto avanzato sul piano tecnico e burocratico. Il bando di gara predisposto da Invitalia vale oltre 43 milioni di euro, l’area de “La Piana” è già stata individuata e la scadenza per la presentazione delle offerte è fissata al 28 maggio. Nella politica italiana, spesso il momento decisivo non coincide con gli annunci pubblici ma con la pubblicazione dei bandi. E quando lo Stato arriva a questo livello di avanzamento amministrativo, i margini politici per fermare l’operazione diventano inevitabilmente molto più stretti.
È probabilmente qui che va letta anche la trasferta romana del primo cittadino. Più che un tentativo realistico di riaprire una procedura ormai avviata, l’incontro con il Viminale assume soprattutto un significato politico e simbolico sul piano locale. Marrandino si trova infatti stretto in una morsa difficile da gestire: da una parte una protesta sempre più trasversale che coinvolge comitati civici, ambientalisti e settori importanti della Chiesa locale, con prese di posizione molto dure anche da parte dei vescovi; dall’altra le accuse delle opposizioni, che contestano all’amministrazione di aver sottovalutato o taciuto per mesi la portata del progetto mentre i tecnici ministeriali lavoravano alla predisposizione del bando.

Che il sindaco abbia scoperto tardi l’effettiva dimensione dell’operazione o che abbia tentato fino all’ultimo una trattativa silenziosa con Roma cambia relativamente poco sul piano politico. Oggi l’amministrazione è costretta a intestarsi pubblicamente il fronte del “no” per evitare di essere travolta da una mobilitazione che rischia di trasformarsi rapidamente in una crisi di consenso territoriale. In questo quadro, il viaggio al Viminale diventa soprattutto la necessità di certificare pubblicamente una presa di distanza da una decisione percepita ormai come calata dall’alto.
Sarebbe però riduttivo liquidare tutto come semplice propaganda o “parole al vento”. Se è vero che un sindaco non possiede gli strumenti giuridici per cancellare unilateralmente un bando ministeriale legato alla sicurezza nazionale, è altrettanto vero che la partita più complicata potrebbe iniziare proprio dopo l’assegnazione dei lavori. La storia dei CPR in Italia insegna infatti che i progetti possono essere approvati a Roma, ma è poi sui territori che si misurano con ostacoli concreti, resistenze amministrative e conflitti istituzionali.

Impugnazioni al TAR sui vincoli ambientali di un’area delicata come “La Piana”, tensioni sulle autorizzazioni comunali legate a viabilità e servizi, oltre alla pressione costante dell’ordine pubblico, potrebbero trasformare il cantiere in un percorso lungo e accidentato per il Governo. È in questa zona grigia tra legittimità formale e governabilità concreta che spesso si consumano le vere battaglie italiane sulle infrastrutture considerate sensibili.
La verità che emerge da questa vicenda è probabilmente più cinica che ideologica. Il Viminale sembra intenzionato a proseguire lungo la propria linea, spinto dalle scadenze europee e dalla necessità politica di mostrare efficienza sul tema dei rimpatri. Castel Volturno, dal canto suo, si prepara invece all’ennesima stagione di tensione tra lo Stato centrale e una periferia che continua a percepirsi come luogo di compensazione delle emergenze nazionali.
Il 28 maggio le offerte si chiudono. Dopodiché, la partita si sposta sul terreno dove lo Stato centrale ha storicamente meno agio: quello della governabilità concreta, delle autorizzazioni locali, dei ricorsi amministrativi, della pressione territoriale sostenuta nel tempo. Non è detto che basti. Ma è lì, nella zona grigia tra legittimità formale e resistenza praticabile, che Castel Volturno ha ancora qualcosa da giocare — ammesso che qualcuno voglia davvero giocarla.

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