Il cortocircuito degli opposti: quando Vannacci e Rizzo si incontrano sull’immigrazione
di Bruno Marfé
Dopo aver seguito l’intervista al generale Roberto Vannacci a Otto e mezzo su La7 e ascoltato, quasi in parallelo, l’intervento di Marco Rizzo a Trincea, il format di Galt Media condotto da mio cugino Luca, emerge con forza un cortocircuito politico che merita di essere analizzato. Due figure apparentemente agli antipodi dello spettro ideologico – la destra identitaria e l’estrema sinistra sovranista – convergono in modo impressionante non solo nello stile comunicativo, ma soprattutto nell’analisi di uno dei temi più controversi del nostro tempo: l’immigrazione.
Entrambi si presentano come outsider in lotta contro il “pensiero unico”, entrambi rivendicano una comunicazione ruvida e anti-accademica, ed entrambi approdano alla medesima conclusione: l’integrazione sarebbe fallita a causa dei “grandi numeri”, generando un caos sociale il cui prezzo verrebbe pagato esclusivamente dalle fasce più deboli della popolazione. Una narrazione che funziona perfettamente sul piano percettivo, perché offre un capro espiatorio semplice e immediatamente riconoscibile. Ma quando si esce dalla dialettica televisiva o dai format del web e si osserva la struttura economica del Paese, l’impianto argomentativo di entrambi rivela tutta la sua fragilità.
Prendiamo il primo nodo: l’integrazione fallita. Né Rizzo né Vannacci sembrano disposti ad ammettere che l’immigrazione in Italia non rappresenta un caos accidentale, ma un sistema economico ben preciso. Gli immigrati non sono “inassimilabili” per misteriose ragioni culturali o puramente quantitative; sono invece perfettamente integrati in ciò che una parte dell’economia italiana richiede loro: occupare stabilmente il fondo della piramide sociale. Realtà come Castel Volturno mostrano con particolare evidenza questa contraddizione. Quella che viene spesso descritta come un’immigrazione fuori controllo è in realtà una presenza che sostiene strutturalmente comparti fondamentali come l’agricoltura, l’edilizia e numerose attività dell’economia locale. Non si tratta di un fallimento culturale, ma di una precisa e cinica integrazione subalterna, nella quale lo Stato tollera marginalità e precarietà in cambio di una vasta disponibilità di manodopera a bassissimo costo.
Da questo primo nodo ne discende un secondo, forse il più rilevante sul piano politico: la cosiddetta guerra tra poveri. È indubbio che nelle periferie e nei territori più fragili si sviluppi una competizione reale per l’accesso ai servizi essenziali — dalle case popolari alla sanità, dagli asili al welfare locale. Quel disagio esiste, è concreto, e sarebbe un errore liquidarlo come pura percezione. Ma attribuirne la causa all’immigrato significa spostare lo sguardo dal responsabile strutturale al più comodo bersaglio visibile. La radice delle tensioni affonda piuttosto in decenni di progressivo indebolimento dello Stato sociale e in una legislazione che, anziché governare il fenomeno migratorio, ha spesso contribuito a produrre e mantenere l’irregolarità.
Attribuire tutto a una “sinistra buonista”, come fanno tanto Vannacci quanto Rizzo, significa però rimuovere una verità più scomoda. Se la legge Bossi-Fini del 2002, voluta dal centrodestra, ha alimentato vaste sacche di lavoro nero legando rigidamente il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, già la Turco-Napolitano del 1998, approvata da un governo di centrosinistra, aveva introdotto i Centri di permanenza temporanea e inaugurato una gestione improntata alla logica dell’emergenza e del controllo. Modelli diversi nelle intenzioni e nel linguaggio, ma accomunati dall’incapacità di affrontare l’immigrazione come una componente strutturale e permanente della società italiana. Il sistema che oggi viene denunciato come il prodotto di una sola parte politica è in realtà il risultato di almeno trent’anni di scelte compiute da governi di segno diverso: destra e sinistra, pur con retoriche differenti, hanno finito per costruire un modello che garantisce abbondante manodopera a basso costo senza risolvere il nodo dell’inclusione sociale.
Resta il terzo elemento: la questione demografica, che smonta alla radice la narrazione dei “grandi numeri insostenibili”. L’Italia perde abitanti ogni anno, invecchia rapidamente e vede restringersi la propria popolazione attiva. In questo contesto, quei numeri tanto evocati rappresentano in realtà una delle poche anomalie che consentono al sistema produttivo e previdenziale di continuare a funzionare. L’INPS certifica da tempo che senza i miliardi di euro versati ogni anno dai lavoratori stranieri sotto forma di contributi, la sostenibilità del sistema pensionistico sarebbe ancora più critica. Non si tratta di una concessione ideologica, ma di una semplice constatazione demografica e finanziaria.
Finché il giornalismo e la politica continueranno a contrastare figure come Vannacci e Rizzo esclusivamente sul piano morale, limitandosi a denunciare presunte intolleranze senza affrontare la sostenibilità economica e sociale delle loro ricette, continueranno a perdere la battaglia della percezione. E il loro pubblico continuerà a considerarli gli unici capaci di sfidare un sistema che, paradossalmente, essi stessi denunciano senza riconoscere di averlo ereditato da una lunga successione di governi di ogni colore.
Forse è proprio qui il paradosso più interessante. Due uomini che si presentano come avversari irriducibili finiscono per incontrarsi nella stessa lettura semplificata della realtà. E così, mentre indicano nell’immigrato il principale responsabile delle difficoltà del Paese e nella “sinistra” la causa di ogni problema, occultano una verità molto meno rassicurante: l’attuale modello migratorio italiano non è il frutto di un complotto ideologico, ma il prodotto di una convergenza bipartisan che, per ragioni diverse, ha preferito amministrare la marginalità piuttosto che costruire una vera integrazione.
