16/07/2026
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Dall’idillio (fallito) in Ruanda alle gabbie di Castel Volturno: la fiera del politicamente irrealizzabile

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Dal modello britannico alle scelte italiane: come le politiche‑spettacolo sull’immigrazione producono strutture costose, inefficaci e lontane dai bisogni reali dei territori

C’è un filo invisibile, ma sorprendentemente resistente, che lega le nebbie di Londra all’asfalto screpolato della Domitiana. Un filo fatto di slogan elettorali, soluzioni-coreografia e quella strana ossessione della politica contemporanea per le misure che fanno rumore ma raramente funzionano.
Prendete la Gran Bretagna. Per anni, sotto il profilo austero del Big Ben, il mantra è stato uno solo: “Stop the boats”. Fermare i barconi. E per riuscirci, la trovata è stata degna di una serie distopica prodotta troppo in fretta: prendere i richiedenti asilo, caricarli su un aereo e spedirli in Ruanda, a migliaia di chilometri di distanza, per esaminare lì le loro pratiche.
Il celebre “Piano Ruanda” è diventato così il monumento perfetto della politica-spettacolo occidentale: costosissimo, mediaticamente potentissimo e praticamente inutilizzabile. Centinaia di milioni di sterline bruciati, valanghe di ricorsi legali, zero deportazioni effettive e, infine, il mesto archivio della storia dopo il cambio di governo. Una gigantesca scenografia senza film.
Perché la realtà, alla fine, presenta sempre il conto. E la realtà dice una cosa piuttosto semplice: se un Paese ha bisogno di manodopera, non risolve il problema inventando deportazioni simboliche. Lo risolve costruendo percorsi legali, controlli seri, contratti veri e convenienze economiche trasparenti. Tutto molto meno cinematografico. E infatti molto meno instagrammabile.

Ma la politica moderna ha un debole per le illusioni ottiche. Cambiano i governi, cambiano i continenti, cambia perfino il clima. La logica resta identica: “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Ed ecco allora che la stessa grammatica del grande annuncio atterra anche a Castel Volturno, stavolta con tanto di importo preciso e gara d’appalto. Invitalia, in qualità di centrale di committenza per il Ministero dell’Interno, ha messo a gara progettazione ed esecuzione di un CPR nell’area denominata “La Piana”, con offerte da presentare entro il 28 maggio 2026 e un costo di 43 milioni di euro per la costruzione di una struttura da 120 posti letto, a cui si aggiungono secondo le stime altri 5 milioni annui per la gestione. Una sigla, CPR, che nella narrazione ufficiale dovrebbe trasformarsi nella soluzione quasi mistica ai problemi di sicurezza del territorio.
Ed è qui che l’articolo di costume diventa quasi antropologia urbana.

Perché chi conosce davvero Castel Volturno sa che il problema non è mai stato “l’assenza di gabbie”. Il territorio conta circa 30.000 residenti registrati, di cui 5.000 migranti regolari, ma si stima la presenza di altri 15-20.000 non censiti, domiciliati di fatto o privi di documenti. La provincia di Caserta figura tra le prime dieci in Italia per fenomeni illegali legati al lavoro, con salari che in alcuni casi scendono fino a 2-3 euro l’ora. Il caporalato colpisce soprattutto l’agricoltura, l’edilizia e l’intera filiera casearia delle mozzarelle di bufala: i migranti, spesso i più giovani, si raccolgono alle rotonde lungo la Domitiana in attesa di essere reclutati. È lì, in quelle rotonde, che si consuma ogni mattina la vera questione di sicurezza del litorale domitio. Non in una struttura da 120 posti costruita a tre chilometri dalla statale.
Il CPR, invece, rischia di diventare l’ennesimo oggetto simbolico pensato più per rassicurare l’algoritmo della politica nazionale che per affrontare la realtà della Domitiana. Lo dice con una certa brutalità il dato più eloquente: secondo il report “Trattenuti” di ActionAid su dati 2024, solo il 10-12% dei migranti transitati per i CPR italiani tornano effettivamente nel Paese d’origine. E lo conferma la fotografia dell’esistente: il Tavolo Asilo e Immigrazione, con aggiornamento a dicembre 2025, indicava per i dieci CPR italiani una capienza disponibile di 672 posti e una presenza effettiva di 546 persone trattenute. Le strutture che già esistono non sono piene. Eppure se ne costruisce una nuova, proprio qui.

L’errore, in fondo, è sempre lo stesso: interpretare il disagio sociale come una questione teatrale. Da una parte c’è certa sinistra che liquida ogni paura come una patologia morale da correggere con qualche hashtag pedagogico. Dall’altra c’è una destra social che vende il CPR come se fosse il telecomando universale della sicurezza.
Nel mezzo, però, ci sono i cittadini. E i cittadini, spesso, non stanno facendo un trattato ideologico quando dicono che “si stava meglio prima”. Stanno descrivendo una sensazione di abbandono. La percezione di vivere in un territorio lasciato a galleggiare tra abusivismo, economia sommersa e criminalità intermittente. Sintomatico, in questo senso, il balbettio istituzionale del sindaco Marrandino: primo cittadino di un comune travolto dalla notizia, alle prese con vicende giudiziarie che ne compromettono l’autorevolezza, capace soltanto di dichiarazioni d’ufficio che non scelgono, non decidono, non indicano. Parole pronunciate perché non pronunciarle sarebbe peggio. Nel vuoto lasciato dalla politica locale, sono stati i documenti comunali stessi a indicare i bisogni reali del territorio: erosione costiera, impianti sportivi, polizia locale, assistenti sociali, servizi alla famiglia, strade, illuminazione, rigenerazione urbana. Tutto ciò che con 43 milioni si sarebbe potuto almeno avviare.

Trasformare tutto questo in una gara tra “anime belle” e “sceriffi digitali” è forse la più grande mistificazione degli ultimi anni.
Perché un CPR, nella pratica, non cancella il lavoro nero nei campi. Non elimina il caporalato alle rotonde. Non ricuce il tessuto urbano. Non restituisce identità a una città cresciuta troppo in fretta e troppo male. E soprattutto assorbe risorse, uomini e attenzione pubblica dentro una struttura che rischia di funzionare come una gigantesca quinta teatrale: imponente da vedere, poco incisiva sulla realtà. Castel Volturno era già stata esclusa dal cosiddetto decreto Caivano, che aveva destinato 100 milioni di euro a sette aree fragili d’Italia senza includerla. Adesso arriva il CPR. Un territorio che non riesce ad entrare nelle politiche di sviluppo riesce però benissimo ad entrare nelle politiche di contenimento.

La lezione britannica, in questo senso, è persino ironica. Dopo anni di propaganda muscolare, Londra sta lentamente tornando alla conclusione più banale del mondo: l’immigrazione si governa con lavoro regolare, controlli veri, fiscalità, integrazione economica e percorsi legali rigidi ma praticabili. Non con gli effetti speciali.
E allora forse dire “No al CPR a Castel Volturno” non significa affatto cedere al buonismo da aperitivo universitario, come qualcuno proverà inevitabilmente a raccontare. Significa, al contrario, rifiutare l’ennesima operazione cosmetica venduta come rivoluzione. Lo dicono la Chiesa – il cardinale arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia e il vescovo di Capua e Caserta Pietro Lagnese hanno entrambi contestato la scelta, definendola un’offesa per un territorio già mortificato da decenni di scelte politiche sconsiderate -, lo dice la società civile, lo dicono i numeri.

Perché la sicurezza vera è terribilmente noiosa. Non produce slogan memorabili. Non sta bene nei reel. Non crea il nemico perfetto da dare in pasto ai talk show.
La sicurezza vera è fatta di contratti regolari al posto del caporalato. Di strade illuminate invece di strade abbandonate. Di scuole, trasporti, controlli economici, presenza costante dello Stato.
Tutto il resto – dai voli per Kigali alle recinzioni del Parco umido La Piana – rischia di essere soltanto la versione contemporanea della vecchia politica italiana: spostare la polvere sotto il tappeto e chiamarla strategia.

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