16/07/2026
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Dall’essere al sembrare: l’illusione della ricchezza e la memoria del sacrificio

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Tra consumismo compulsivo e precarietà strutturale, un Paese che ha perso il senso del risparmio come forma di libertà

di Bruno Marfé

Viviamo in un’epoca caratterizzata da un paradosso tanto affascinante quanto inquietante: non siamo mai stati così circondati dai simboli della ricchezza e, allo stesso tempo, raramente siamo stati così fragili dal punto di vista finanziario. Secondo i dati della Banca d’Italia, quasi il 30% delle famiglie italiane non dispone di risparmi sufficienti a coprire tre mesi di spese ordinarie. Eppure la spesa per beni non essenziali continua a crescere, trainata dalla cultura del consumo a rate e dalla visibilità sui social media.
L’italiano medio di oggi non ha soltanto un problema di reddito. Ha, forse soprattutto, un problema di stile di vita e di rapporto con il denaro. La tentazione di vivere da ricchi prima di esserlo è diventata, per molti, una sorta di normalità. Con uno stipendio medio fermo – secondo l’Istat, il potere d’acquisto reale delle famiglie italiane non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi del 2008 – il desiderio di costruire un’immagine di benessere rischia spesso di prevalere sulla costruzione di una reale sicurezza economica.
La quotidianità si frammenta in una miriade di piccole spese e di rate che, prese singolarmente, sembrano innocue ma che, sommate, finiscono per pesare in maniera significativa sui bilanci familiari. L’ultimo smartphone acquistato a rate, l’automobile al di sopra delle proprie possibilità, l’accumulo di abbonamenti digitali, le vacanze da condividere sui social, le cene fuori sempre più frequenti: tutto concorre a costruire uno stile di vita che privilegia l’apparire rispetto all’essere. Un meccanismo che non riguarda solo le fasce più giovani della popolazione: i dati di Banca Etica e di diverse associazioni di consumatori segnalano un ricorso al credito al consumo in crescita anche tra i quarantenni e cinquantenni.
Finché il meccanismo funziona, l’illusione regge. Ma basta un imprevisto – una riparazione costosa, una spesa medica inattesa, un problema familiare – perché l’equilibrio si incrini. Ci si accorge allora che si è investito molto nell’immagine e troppo poco nella costruzione di una rete di sicurezza.

La lezione di Pasquale

Per comprendere quanto profondo sia il cambiamento culturale avvenuto nel nostro Paese, basta ascoltare le storie di chi era giovane soltanto qualche decennio fa. La testimonianza dell’amico Pasquale racconta un’Italia che parlava una lingua diversa, fatta di sacrificio, riconoscenza e fiducia nel futuro.
Durante il servizio militare, con una paga che oggi apparirebbe modesta, Pasquale inviava regolarmente una parte del suo stipendio ai genitori. Non lo faceva perché la famiglia versasse in condizioni di bisogno, ma per gratitudine. Aveva visto i sacrifici compiuti dai suoi genitori per permettere a lui e ai suoi fratelli di studiare e, con quel gesto, desiderava semplicemente restituire qualcosa.
Quando arrivò il momento del congedo, la madre gli fece una sorpresa. Non aveva speso nulla di quel denaro. Aveva conservato ogni somma ricevuta e gliela restituì integralmente, trasformando quel gesto di riconoscenza in un piccolo capitale con cui iniziare una nuova fase della vita.
In questa semplice vicenda familiare si racchiude una lezione che conserva ancora oggi tutta la sua forza. Vi è innanzitutto il valore della gratificazione differita, la capacità di rinunciare a qualcosa nell’immediato per costruire una maggiore serenitati nel tempo. Vi è poi l’idea della famiglia come luogo di sostegno reciproco e di responsabilità condivisa, non come un bancomat a cui attingere, ma come una comunità fondata sulla fiducia e sul mutuo aiuto.

Una questione strutturale, non solo culturale

Sarebbe però ingiusto – e intellettualmente disonesto – trasformare questo confronto in un facile esercizio di nostalgia o, peggio, in un atto di accusa verso le generazioni più giovani. I dati impongono onestà: secondo l’Ocse, l’Italia è uno dei Paesi dell’area avanzata con la più alta percentuale di giovani adulti che vivono ancora con i genitori – oltre il 65% dei trentenni, contro una media europea del 43%. Non si tratta di una scelta culturale, ma di una trappola strutturale.
I giovani di oggi devono fare i conti con sfide che le generazioni precedenti conoscevano in misura molto minore: precarietà lavorativa diffusa, salari d’ingresso tra i più bassi d’Europa, un mercato immobiliare che rende l’autonomia abitativa sempre più inaccessibile. In questo scenario, molti finiscono per concentrare le proprie aspirazioni sulle piccole gratificazioni quotidiane. Se i grandi traguardi appaiono irraggiungibili, si cerca conforto nelle soddisfazioni immediate. È una risposta comprensibile a un clima di incertezza diffusa, alimentato anche da una società che, attraverso i social media e la cultura dell’esposizione permanente, spinge continuamente a mostrare una felicità spesso più rappresentata che vissuta.
Il problema, semmai, è che il sistema non offre alternative credibili. Le politiche pubbliche di sostegno al risparmio giovanile restano marginali. L’educazione finanziaria nelle scuole è ancora episodica. E il mercato del credito al consumo è strutturato per intercettare esattamente quella vulnerabilità.

Dal sembrare all’essere

Forse il cambiamento più profondo tra l’Italia di ieri e quella di oggi non riguarda semplicemente il denaro, ma il rapporto con il tempo. Una generazione è stata educata alla pazienza e alla gratificazione differita; la nostra vive immersa nell’immediatezza. Non perché sia moralmente peggiore, ma perché è cresciuta in un contesto economico e culturale che premia il consumo, la velocità e la continua costruzione dell’immagine di sé.
La storia di Pasquale, allora, non va letta con nostalgia, ma come una domanda rivolta al presente. Quei soldi restituiti dalla madre non rappresentavano soltanto un piccolo tesoro messo da parte. Erano una lezione silenziosa: il denaro non serve principalmente a esibire uno status, ma a costruire autonomia, sicurezza e possibilità.
La vera ricchezza non coincide con ciò che mostriamo, ma con la serenitati di poter affrontare gli imprevisti senza sentirci travolti. E la forma più autentica di benessere è quella che coincide con la libertà di scegliere – di poter dire di no a ciò che non ci rende davvero felici, di essere presenti per chi amiamo, di non dipendere da un credito che alla fine si trasforma in un vincolo.
La vicenda di Pasquale ci ricorda una verità che rischiamo di dimenticare: il risparmio non è necessariamente una privazione. Può essere, al contrario, una forma di libertà. E la riconoscenza non è un sentimento astratto, ma uno dei legami più preziosi che uniscono le generazioni e danno continuità alla nostra umanità. Ripartire da questa consapevolezza – a livello individuale e, soprattutto, di politica pubblica – sarebbe il primo passo verso un rapporto più onesto con il denaro e con il futuro.

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