Dal Premio Strega alla società dell’indignazione: quando anche i giornali smettono di fare i giornali
Quanto accaduto nelle ultime settimane attorno al Premio Strega non riguarda soltanto i protagonisti coinvolti. È piuttosto uno specchio delle trasformazioni che stanno investendo la nostra società: il rapporto sempre più labile tra pubblico e privato, la velocità con cui si formulano giudizi, la fragilità delle reputazioni e il ruolo, sempre più ambiguo, svolto dall’informazione.
Nell’epoca dell’iperconnessione sembra essersi assottigliato il confine tra ciò che appartiene alla dimensione privata e ciò che può essere immediatamente esposto alla pubblica piazza. Un tempo esistevano luoghi informali, spazi di retroscena nei quali le persone potevano sbagliare, esprimersi in modo impreciso, discutere animatamente o persino litigare senza che ogni parola fosse destinata a diventare oggetto di scrutinio collettivo. Oggi quella distinzione appare molto più fragile.
Ma il fenomeno più significativo è forse un altro. Sempre più spesso l’accusa coincide con la condanna. La semplice enunciazione di un fatto produce conseguenze reputazionali immediate, mentre eventuali chiarimenti, smentite o precisazioni arrivano quando il danno è già stato compiuto. La logica dell’attenzione premia lo scandalo iniziale molto più delle successive rettifiche.
In questo contesto anche la morale rischia di trasformarsi in un’arma competitiva. Non sempre l’indignazione nasce da una sincera esigenza di giustizia. Talvolta diventa uno strumento efficace per delegittimare un avversario senza affrontarlo sul terreno delle idee, del merito o del confronto diretto. È una dinamica che attraversa la politica, l’università, il mondo delle imprese e, naturalmente, quello culturale.
La conseguenza è un clima di crescente prudenza e autocensura. Si pensi a un accademico, a uno scrittore, a un funzionario pubblico: se una frase riportata fuori contesto può essere sufficiente a distruggere una reputazione costruita in anni di lavoro, la reazione più naturale è il silenzio. Non necessariamente per vigliaccheria, ma per istinto di sopravvivenza. Si finisce così per abitare uno spazio pubblico nel quale molti preferiscono recitare una parte piuttosto che esporsi al rischio di un errore.
Sarebbe però ingenuo idealizzare il passato. La società pre-digitale non era più giusta: molti soprusi restavano nascosti e numerose vittime non avevano voce. La maggiore visibilità ha rappresentato, in molti casi, uno strumento di emancipazione e di tutela. La questione centrale non è scegliere tra ieri e oggi, ma domandarsi quale equilibrio sia possibile tra diritto alla denuncia e diritto alla difesa, tra responsabilità e proporzionalità, tra trasparenza e diritto all’imperfezione.
Ed è qui che entra in gioco il giornalismo.
Per decenni la stampa ha svolto una funzione essenziale: raccogliere i fatti, verificarli e attribuire loro una gerarchia. Oggi, però, sempre più spesso i giornali sembrano inseguire le stesse dinamiche dei social network. La corsa alla velocità prevale sulla verifica, l’emotività sull’approfondimento, il numero dei clic sulla prudenza. Il rischio è che l’informazione tradizionale rinunci alla propria funzione di filtro critico per trasformarsi in una semplice cassa di risonanza. Eppure, paradossalmente, proprio nell’epoca della sovrabbondanza informativa il bisogno di un giornalismo capace di rallentare, verificare e contestualizzare sarebbe più necessario che mai.
Perché una democrazia liberale non vive soltanto della libertà di parola. Vive anche della capacità di ascoltare, verificare e dubitare. Quando questa pazienza civile viene meno, non sono soltanto i social a trasformarsi in tribunali permanenti. Anche i giornali rischiano di smettere di fare i giornali, diventando semplicemente algoritmi con una carta intestata.
