30/04/2026
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Cronache dal Brasile, tra “Diegol” e le manette, la lezione che arriva da Rio

Agostina Páez

Agostina Páez - immagine da web

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Diario di bordo tra due anni – fine 2025/inizio 2026.

di Bruno Marfé

Solo poche settimane fa, alla fine del 2025, ero su una spiaggia di Florianópolis, immerso in quella che qui chiamano, con un sorriso, la “invasione degli Hermanos”. Era il tempo sospeso delle feste, quando l’anno vecchio si trascina stanco verso il nuovo e tutto sembra più leggero.

A Floripa l’accento spagnolo si mescola al portoghese in un frullato allegro di mate e caipirinha. Ho parlato con decine di turisti argentini. All’inizio c’è sempre quel residuo di diffidenza, quella storica rivalità sudamericana che aleggia nell’aria. Poi arriva la frase magica, il mio passpartout universale: «Sono napoletano». Basta questo e il mondo cambia. Gli occhi si illuminano, le braccia si aprono. «Napoli! Diego!»

In un attimo non siamo più turisti stranieri, ma devoti dello stesso dio calcistico. Tra una risata e l’altra parte quasi automatico il coro, quel “Maradona è meglio ’e Pelé” che unisce il Vesuvio al Río de la Plata, lasciando i brasiliani a scuotere la testa, divertiti. È il bello del Sud America: una rivalità accesa, viscerale, ma che – di solito – si risolve in un abbraccio o in uno sfottò da stadio.

Di solito.

Perché poi l’anno cambia. E con l’anno, cambia il tono delle notizie.

Mentre io salutavo il 2025 nella fratellanza maradoniana di Florianópolis, il 2026 iniziava a Rio de Janeiro con una storia che racconta un Brasile diverso, meno indulgente, più consapevole dei propri confini civili.

A Ipanema, protagonista Agostina Páez, avvocatessa argentina di 29 anni, che avrebbe trasformato una discussione per il conto in un bar in un caso penale e diplomatico. Secondo le accuse, la giovane avrebbe insultato un cameriere chiamandolo “mono”… “scimmia”… accompagnando l’offesa con gesti inequivocabili.

Qui si spezza definitivamente l’illusione del “siamo tutti latini”. Non siamo più nel terreno dello sfottò calcistico tra Maradona e Pelé, né nel folklore delle rivalità sudamericane. Entra in scena la Legge 14.532, che in Brasile equipara l’ingiuria razziale al reato di razzismo: un crimine inafiançabile, che non conosce attenuanti culturali né distrazioni da vacanza.

Il risveglio è stato brutale. All’alba del nuovo anno Agostina non è tornata in spiaggia. È uscita dalla delegacia con il passaporto sequestrato e una cavigliera elettronica alla caviglia. Nessun rientro in Argentina, nessuna libertà di movimento. Bloccata a Rio de Janeiro, monitorata da un satellite, in attesa di giudizio.

Le cronache di O Globo sono nette: il Brasile accoglie tutti, sorride delle nostre dispute su chi sia stato il più grande calciatore della storia, ma sulla dignità della pelle non accetta deroghe. Il confine tra rivalità e razzismo è tracciato, ed è invalicabile.

È una lezione che arriva puntuale con l’inizio del 2026. Possiamo discutere per ore se sia meglio la pizza o l’asado, se Diego fosse più grande di Edson Arantes do Nascimento. Quello appartiene all’anno vecchio, al folklore, alla passione condivisa.

Ma il rispetto no: il rispetto è tempo presente, ed è legge.

E nel Brasile di oggi, la legge morde più forte del sole di gennaio. Perché senza dignità, nessun nuovo anno può davvero cominciare.

Scrivo spesso di politica, diritto, geopolitica. Ma a volte sono le storie apparentemente minori… una frase detta male, un gesto di troppo, una legge che non fa sconti… a raccontare meglio di mille analisi in che direzione sta andando un Paese.
Questo episodio brasiliano mi ha colpito proprio per questo: non per il clamore, ma per la chiarezza.
In un mondo che tende a giustificare tutto in nome del contesto, qui il contesto non salva nessuno.
Il Brasile riesce a essere insieme accogliente e severo, solare e inflessibile.
Un posto dove puoi scherzare su Maradona e Pelé, ma non sulla dignità umana.

Se queste riflessioni vi hanno parlato, raccontate cosa ne pensate. Il confronto… quello vero… comincia sempre da qui.

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