Cronache dal Brasile: lo specchio rotto e i mostri dell’interregno
Edificio del Congresso nazionale, Brasilia
Da Bolsonaro all’Italia, fino al nuovo disordine globale. Un’esperienza personale in Sudamerica, un testo virale e una rilettura di Gramsci offrono lo spunto per riflettere sui meccanismi del consenso populista, sulla crisi delle istituzioni e sul rischio di un mondo governato non da regole, ma da oligarchie.
di Bruno Marfé
Dal Brasile, uno specchio inquietante
Sono giorni che mi trovo in Brasile. Tra i colori saturi e le contraddizioni laceranti di questo Paese, mi sono imbattuto in un post del giornalista Gilberto Dimenstein che circolava viralmente sui social. Cercava l’autore di un’analisi su Jair Bolsonaro definita un raro esercizio di lucidità.
Quell’autore è André Nascimento Pontes, professore di Logica all’Università dell’Amazzonia.
Il testo nasceva per decifrare il Brasile, ma leggendolo ho avuto la sensazione di guardare un riflesso familiare. Le dinamiche descritte apparivano sorprendentemente sovrapponibili al contesto italiano. Tuttavia, per comprendere davvero questo fenomeno, la logica di Pontes va incrociata con una pagina scritta quasi un secolo fa in un carcere fascista, e con una presa d’atto necessaria: la profonda mutazione delle classi sociali e dello Stato-nazione nel XXI secolo.
La teoria dello specchio: il leader come selfie collettivo
Pontes scardina l’idea del leader populista come un pifferaio magico che inganna masse passive. Secondo la sua analisi, il rapporto è speculare: Bolsonaro (come Salvini, Trump o altri leader analoghi) non plasma l’elettorato, lo riflette.
Il leader populista funziona come un amplificatore di convinzioni già presenti nella società. Non propone un orizzonte culturale nuovo, ma legittima sentimenti, paure e rabbie che esistono da tempo, spesso sommerse o socialmente inconfessabili.
È una dinamica di puro riflesso: l’elettore guarda il leader e dice “quello sono io”. O, più onestamente: “quello è ciò che temo di essere, ma che ora posso mostrare”.
Questo meccanismo aiuta a spiegare anche apparenti paradossi italiani, come l’ascesa della Lega in aree storicamente lontane dalla sua origine politica. Non si tratta di amnesie collettive o di improvvise conversioni ideologiche, ma di un cambio di frame: lo specchio non riflette più la frattura Nord-Sud, bensì paure globali… immigrazione, sicurezza, perdita di status.
Il consenso nasce così non da una coerenza dottrinaria, ma da una identificazione emotiva.
Gramsci e l’interregno: quando lo specchio istituzionale si rompe
Ma perché oggi abbiamo bisogno di questi specchi deformanti? Qui entra in gioco Antonio Gramsci. Nei Quaderni dal carcere (Q3, §34), descriveva una fase storica in cui “i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali”, non riconoscendoli più come propria espressione.
Quando una classe dirigente perde il consenso e rimane soltanto “dominante”, ma non più “dirigente”, si apre una frattura profonda. È in questo vuoto che Gramsci colloca una delle sue intuizioni più celebri:
“Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
I leader carismatici contemporanei possono essere letti come questi “fenomeni morbosi”. Non cause prime, ma sintomi. Emergono perché lo specchio istituzionale della rappresentanza si è rotto: partiti, sindacati e corpi intermedi non riflettono più la realtà sociale.
Nel vuoto che si crea, la società si affida all’uomo forte, alla scorciatoia decisionista, sperando che un singolo possa ricomporre un’immagine collettiva ormai frantumata.
Oltre il Novecento: classi liquide e Stati in declino
Applicare Gramsci all’oggi, tuttavia, richiede cautela. Il mondo non è più quello degli anni Trenta. Le classi sociali che Gramsci osservava come blocchi relativamente compatti si sono trasformate radicalmente.
La classe media si è assottigliata, il proletariato si è frammentato in una galassia di precari, autonomi, partite IVA, lavoratori intermittenti. Il soggetto collettivo che dovrebbe riconoscersi nello specchio politico è diventato liquido, instabile, privo di orizzonte.
Parallelamente, è mutata la percezione dello Stato. In un contesto post-coloniale e neo-imperiale, lo Stato-nazione appare sempre più scollegato dalla propria dimensione demografica, economica e tecnologica. Promette protezione, ma dispone di strumenti sempre più limitati.
La crisi è dunque doppia… da un lato si rompe lo specchio della rappresentanza; dall’altro, il soggetto che dovrebbe riflettersi in esso non ha più contorni definiti.
Il leader populista non riempie solo un vuoto politico, ma un vuoto esistenziale.
Dal multilateralismo al consiglio di amministrazione del mondo
In questo scenario si colloca anche una delle proposte più rivelatrici emerse nell’area trumpiana: l’idea di un cosiddetto “Consiglio di Pace”. A prima vista, potrebbe sembrare un’alternativa all’ONU; in realtà, ne rappresenta la liquidazione concettuale.
Non è una riforma del multilateralismo, ma la sua sostituzione.
Non istituzioni rappresentative, ma un ristretto tavolo di potere.
Non diritto internazionale, ma negoziazione diretta tra soggetti forti.
Non regole condivise, ma rapporti di forza.
È il passaggio dalla politica alla gestione aziendale del mondo: efficienza al posto della legittimità, decisione rapida al posto della mediazione, forza contrattuale al posto del diritto. Le istituzioni nate nel secondo dopoguerra non vengono superate: vengono rese irrilevanti.
La scelta europea: autonomia o marginalità
Di fronte a questa deriva, Canada e Unione Europea si trovano davanti a una scelta strategica non più rinviabile. Restare agganciati in modo passivo all’asse americano significa accettare una progressiva marginalizzazione politica.
L’alternativa non è l’isolamento, ma la costruzione di un reale riequilibrio multipolare: canali autonomi di dialogo con i Paesi BRICS e con la Cina su commercio regolato, pluralità monetaria, riduzione delle dipendenze strategiche in settori chiave come energia, tecnologia e finanza.
Non per sostituire un’egemonia con un’altra, ma per evitare che il vuoto lasciato dal multilateralismo venga occupato da un sistema oligarchico globale.
Altrimenti, più che un nuovo ordine mondiale, ciò che si profila è un impero aziendale.
Conclusione: ricostruire lo specchio
L’analisi di Pontes e la lezione di Gramsci convergono su un punto essenziale: il problema non sono i leader populisti in sé. Essi sono l’effetto, non la causa.
Sono il sintomo di un interregno prolungato, in cui le vecchie categorie sono morte e le nuove, capaci di interpretare un mondo globalizzato e tecnologicamente stravolto, non sono ancora nate.
Finché non verrà ricostruito un nuovo “specchio”, cioè una forma di organizzazione politica e sociale capace di rappresentare la complessità senza banalizzarla, continueremo a vedere riflessi nel potere i nostri fantasmi peggiori.
E come suggerisce Pontes, questa consapevolezza non si risolve con una elezione. Richiede una maturità civica che, oggi, sembra la vera grande assente del nostro tempo.
