CPR a Castel Volturno: la “reclusione”come alibi per il fallimento della politica
Un’analisi del progetto del CPR tra iter sul Demanio Militare, reazioni del territorio, costi, limiti normativi e responsabilità politiche
di Bruno Marfé
Superata l’ondata emotiva dello sconforto e le prime, necessarie, grida di protesta, è tempo di guardare in faccia la realtà con la freddezza dell’analisi politica. La vicenda del CPR di Castel Volturno non è un incidente di percorso, ma il terminale di una catena di responsabilità che chiama in causa tanto il Governo centrale quanto, con eguale gravità, le istituzioni locali. Una vicenda che nelle ultime ore ha travalicato i confini del dibattito territoriale, investendo il confronto nazionale tra esponenti politici e religiosi, mondo associativo e rappresentanti del Governo. Il TgR Campania, nei servizi del 24 aprile a cura della giornalista Lilly Viccaro Theo, ha documentato un fronte di opposizione che si estende dalla Chiesa alle associazioni laiche, dalle parrocchie ai movimenti antimafia.

La struttura: cosa prevede davvero il progetto
Vale la pena fissare i dati concreti prima di ogni valutazione. Il CPR sorgerà nell’area denominata Parco umido La Piana — 63 ettari di territorio a circa tre chilometri dalla Domitiana, al confine tra Castel Volturno e Cancello ed Arnone, su terreni di proprietà del Demanio Militare. La struttura è progettata con un modello modulare: capienza iniziale di 120 posti, con esplicita possibilità di ampliamento per gruppi più numerosi. Non è quindi un tetto fisso: è un punto di partenza. Il bando pubblicato da Invitalia prevede una spesa complessiva superiore ai 43 milioni di euro, comprensiva di progettazione, esecuzione e spese tecniche. I tempi stimati: 230 giorni per completare la fase progettuale e ottenere le autorizzazioni, 540 giorni per l’esecuzione dei lavori.
L’escamotage del Demanio Militare: il Comune escluso per legge
C’è un elemento tecnico-giuridico che riscrive parzialmente il quadro delle responsabilità e che non può essere ignorato. L’area de La Piana è diventata Demanio Militare attraverso un passaggio che merita attenzione. I terreni erano stati ceduti dai Coppola allo Stato nell’ambito di una nota transazione, e da questo attribuiti al Demanio Forestale — sotto la tutela del Ministero dell’Ambiente e del Corpo Forestale dello Stato. Al momento del passaggio della Forestale nell’Arma dei Carabinieri, la competenza demaniale è transitata automaticamente al Demanio Militare. E sul Demanio Militare non esistono autorizzazioni da richiedere, pareri da acquisire, veti da esercitare: nessun ente locale ha voce in capitolo.
Questo significa che le responsabilità delle amministrazioni locali vanno ricalibrate con precisione. La colpa non è di non aver bloccato ciò che non era bloccabile. La colpa — se colpa c’è stata — è di non aver denunciato pubblicamente e con tempestività un meccanismo che sottraeva il territorio alla loro stessa giurisdizione. Il silenzio, in questo contesto, non è giuridico: è politico.
Il Sindaco parla: una difesa che ammette l’esclusione
Il sindaco Pasquale Marrandino ha rotto il silenzio con una dichiarazione che vale la pena leggere con attenzione. Le parole chiave sono queste: il Comune è stato messo a conoscenza dei fatti solo alla pubblicazione del bando, ha potuto visionare esclusivamente gli atti pubblici su Invitalia, e ad oggi non gli sono stati illustrati dettagli tecnici, gestionali o operativi. In sostanza, il primo cittadino conferma di essere stato tenuto fuori dall’iter. Non è una confessione di complicità: è una difesa. Ma una difesa che, nel descrivere la propria esclusione, finisce per certificare esattamente ciò che contestavamo — che una struttura da oltre 41 milioni di euro è stata pianificata sul territorio senza che l’ente che lo rappresenta venisse coinvolto.
Marrandino annuncia un tavolo convocato dal Ministero dell’Interno e un consiglio comunale straordinario monotematico nelle prossime ore. Attendiamo entrambi. Nel frattempo, le sue parole più significative sono involontariamente le più oneste: se gli si chiedesse come investire quei 43 milioni su Castel Volturno, elenca erosione costiera, infrastrutture sportive, polizia locale, assistenti sociali, strade, illuminazione. Tutto tranne un CPR. È la migliore critica alla scelta del Governo, scritta dal sindaco stesso.
La voce del territorio: Chiesa, associazioni, comunità
Il fronte del no si è strutturato con una coerenza che va oltre la protesta emotiva. Il Cardinale Battaglia e il Vescovo di Caserta e Arcivescovo di Capua Monsignor Pietro Lagnese hanno espresso una ferma contrarietà, chiedendo perché sia stata scelta proprio Castel Volturno — una città che sta faticosamente cercando di riscattare la propria immagine da luogo di degrado attraverso decenni di lavoro sull’integrazione. Don Gianni Branco, parroco di Santa Maria del Mare, ha sottolineato la necessità di interventi strutturali, non di scelte spot calate dall’alto senza ascolto del territorio.
Antonio Casale, direttore del Centro Fernandes — istituzione che da trent’anni opera sul campo — ha ricordato che la realtà dei migranti a Castel Volturno è fatta soprattutto di giovani e famiglie che contribuiscono all’economia locale: una rappresentazione che contrasta nettamente con la narrazione del clandestino come figura criminale o anonima. Vincenzo Viglione di Libera ha definito il CPR un emblema della marginalizzazione e della criminalizzazione del diverso, ribadendo che il territorio ha bisogno di politiche di integrazione, non di strutture detentive. A queste voci si aggiungono il Comitato Don Diana e le altre realtà associative che da anni tengono in piedi il tessuto civile di questo litorale.
È un fronte ampio e autorevole. Ma sarebbe un errore leggerlo come espressione di unanimità: la posizione definitiva del sindaco resta sospesa, quella dei parlamentari casertani — come segnala chi conosce il territorio — continua a muoversi in ottiche di schieramento piuttosto che di interesse locale. Il consenso civile e religioso non si trasforma automaticamente in pressione politica efficace. Serve una classe dirigente capace di tradurlo.
Un bluff modulare in un territorio già al limite
La natura modulare della struttura merita una riflessione a sé. Il Governo presenta il CPR come un impianto da 120 posti, ma il progetto prevede esplicitamente la possibilità di ampliamento. Quello che oggi viene venduto come un intervento circoscritto è in realtà un’infrastruttura scalabile, la cui dimensione finale dipenderà da scelte politiche future. Su un territorio già gravato da un debito strutturale comunale di cinque milioni di euro annui, da carenza di personale e servizi al lumicino, questo dettaglio non è marginale.
La struttura, inoltre, coprirà un bacino vasto — quello che attualmente confluisce verso il CPR di Bari, servendo le regioni contigue alla Campania — senza che sia previsto alcun ristoro o potenziamento dei servizi civili locali. E a fronte di questo peso, quale sarà il risultato concreto? I dati parlano chiaro: nel 2025 i rimpatri effettivi dall’Italia sono stati 4.780 in tutto il Paese. Secondo Eurostat, l’Italia si colloca al decimo posto in Europa per rimpatri realizzati, dietro a Paesi come Croazia e Grecia. Un CPR da 120 posti — ampliabile — non è una soluzione: è uno specchio per le allodole.
Il vero nodo: non serve cemento, servono leggi
Il CPR è una risposta logistica a un problema che è esclusivamente legislativo. Il rischio concreto — e non teorico — è che vengano trattenuti per mesi, fino a diciotto ai sensi del d.l. 124/2023, anche persone radicate in questo territorio da dieci, quindici anni. Madri i cui figli frequentano le nostre scuole. Lavoratori che pagano affitti e riempiono i mercati. Non un fermo breve: quasi un anno e mezzo di detenzione amministrativa per chi ha violato una norma burocratica, non commesso un reato. Sono esattamente le famiglie di cui parla Antonio Casale: non fantasmi, non criminali, persone.
La politica ha fallito perché da vent’anni si rifiuta di varare norme serie sulla regolarizzazione di chi è già integrato nel tessuto sociale. Il CPR è il monumento all’impotenza di un legislatore che sa soltanto nascondere la polvere sotto il tappeto di cemento.
Le possibili soluzioni: uscire dall’impasse
Esiste una strada diversa, se la politica ritrova il coraggio della visione. Il primo passaggio è un principio di equità: se Castel Volturno deve farsi carico di una criticità regionale, lo Stato deve garantire investimenti speculari — scuole, strade, presidi sanitari — proporzionali al peso che le viene imposto. Non un’elemosina, un diritto. Peraltro è lo stesso sindaco Marrandino a invocarli: erosione costiera, infrastrutture sportive, sicurezza, servizi sociali, riqualificazione urbana. La politica locale ha il dovere di trasformare quell’elenco in una piattaforma negoziale da portare al tavolo ministeriale, non in un post sui social.
Il secondo passaggio è normativo: una legislazione capace di regolarizzare chi ha legami sociali stabili e documentabili trasformerebbe migliaia di invisibili in contribuenti, alleggerendo la pressione sul territorio invece di concentrarla in una struttura detentiva. Il terzo, più radicale, è politico: chiedere la conversione dell’intera dotazione finanziaria verso infrastrutture vitali. Il prolungamento della Cumana fino al litorale. Il ripristino del trasporto scolastico. Il potenziamento delle ASL locali. Proposte concrete, che richiedono però rappresentanti capaci di battersi — non di attendere tavoli ministeriali con il cappello in mano.
Conclusione
Non possiamo accettare che la nostra terra sia una zona franca per esperimenti fallimentari di ordine pubblico. Il meccanismo del Demanio Militare ha escluso le istituzioni locali dall’iter formale: questo è un fatto, e va denunciato come tale nelle sedi opportune. Ma l’esclusione giuridica non esime dalla responsabilità politica di alzare la voce, di portare il caso all’attenzione nazionale, di costruire un fronte che renda questo territorio non più espugnabile in silenzio.
Il consiglio comunale straordinario annunciato dal sindaco è un primo passo. Sarà il contenuto di quelle ore — e la fermezza con cui Castel Volturno siederà al tavolo ministeriale — a dire se questa città ha finalmente smesso di essere una passerella per promesse elettorali che non lasciano nulla. La comunità civile e religiosa ha già detto la sua con chiarezza. Ora tocca alla politica essere all’altezza di chi rappresenta.
La nostra reputazione non si svende, né a Roma né per un indotto di sbarre.
