COP30 a Belém: Lula trasforma l’Amazzonia in potenza diplomatica del clima
L'ingresso della COP30 a Belém. Sérgio Lima/Poder360
di Bruno Marfé
Dal rilancio della Dichiarazione di Belém contro la fame al vertice mondiale sul clima: il Brasile si propone come potenza morale del Sud Globale, mentre le critiche all’isolazionismo USA e l’urgenza sugli obiettivi climatici dominano l’apertura.
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva continua a costruire, passo dopo passo, una visione globale in cui giustizia climatica e giustizia sociale si intrecciano in un’unica agenda politica.
Dopo il suo recente viaggio a Roma – raccontato su Il Confronto nell’articolo “Lula a Roma, oggi l’incontro con Papa Leone XIV e il rilancio della Dichiarazione di Belém” – il leader brasiliano ha portato la stessa energia a Belém, capitale dello Stato del Pará, nel cuore dell’Amazzonia, dove si è aperta la COP30, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
Una scelta simbolica e politica
La decisione di tenere la COP30 nel cuore della foresta pluviale non è casuale. Come ha spiegato Lula, “non volevamo comodità, ma sfide”: un messaggio che trasforma l’Amazzonia nel simbolo di una nuova geopolitica del clima, capace di ridefinire il rapporto tra Nord e Sud del mondo.
Critiche all’isolazionismo e urgenza climatica
L’apertura della COP30 è stata segnata da forti tensioni diplomatiche e da un appello pressante all’azione, con il Brasile che si è posto in netta contrapposizione alle politiche isolazioniste.
L’allontanamento degli Stati Uniti.
Senza mai nominarlo, Lula ha rivolto una critica diretta al presidente statunitense Donald Trump, paragonando le spese militari globali (dominate dagli USA) ai fondi insufficienti destinati alla lotta climatica. L’assenza di Washington è stata notata: gli Stati Uniti non hanno inviato né una delegazione né osservatori alla conferenza, dopo il ritiro dall’Accordo di Parigi voluto proprio da Trump.
A rincarare le critiche, il governatore del Pará Helder Barbalho e il governatore della California Gavin Newsom. Quest’ultimo ha definito “un gesto di disprezzo” la politica dei dazi di Trump, mentre Barbalho ha risposto alle polemiche social dell’ex presidente sull’abbattimento di alcuni alberi a Belém: “È meglio agire che postare.”
Il “passo sbagliato” e gli obiettivi mancanti.
Nel decimo anniversario dell’Accordo di Parigi, Lula ha riconosciuto che il mondo “è sulla strada giusta, ma alla velocità sbagliata”. Secondo i dati diffusi da Poder360, all’inizio della COP30 84 Paesi non avevano ancora presentato i propri NDC, i piani nazionali per ridurre le emissioni. Solo 110 lo avevano fatto, e molti restano insufficienti.
Il presidente della COP30, André Corrêa do Lago, ha ammesso che la conferenza dovrà “offrire soluzioni concrete” per colmare questo ritardo.
Belém, la vetrina del cambiamento e la “Call to Action”
“Chi parla di ambiente deve guardare negli occhi la foresta, non i muri dei palazzi del potere.”
Con queste parole, Lula ha aperto ufficialmente la COP30 accanto al Segretario Generale dell’ONU António Guterres, presentando una Call to Action articolata in tre punti:
- Rispetto degli impegni: chiedere ai Paesi di formulare e rispettare i propri NDC.
- Tabella di marcia: creare una strategia per abbandonare i combustibili fossili e fermare la deforestazione, con un Consiglio per il Clima collegato all’Assemblea Generale ONU.
- Agenda umana: mettere le persone al centro delle politiche climatiche, riconoscendo il ruolo delle comunità indigene e tradizionali.
Accanto a questo, Lula ha rilanciato il Tropical Forest Forever Facility (TFFF), un fondo internazionale destinato a garantire finanziamenti stabili ai Paesi che proteggono le foreste tropicali — superando l’attuale frammentazione dei meccanismi di aiuto.
Dalla fame al clima: un’unica battaglia
La Dichiarazione di Belém contro la fame e la strategia climatica di Lula sono due facce della stessa visione. “Non ci sarà giustizia ambientale senza giustizia sociale”, ha ribadito.
Lula ha denunciato un ordine mondiale “che lascia morire di fame milioni di persone mentre spende trilioni in armi”, ma ha anche accusato le grandi piattaforme digitali di alimentare odio e negazionismo, sostenendo che “i negazionisti controllano gli algoritmi”.
A Belém, ha proposto una vera e propria piattaforma globale che unisca sviluppo sostenibile e tassazione dei super-ricchi, al posto delle spese militari.
Diplomazia climatica e nuovi equilibri globali
Le assenze di Trump e Xi Jinping hanno paradossalmente rafforzato la posizione del Brasile, consentendo a Lula di emergere come voce del Sud Globale.
Secondo quanto riportato da Poder360, Lula ha intensificato i contatti con leader come Emmanuel Macron, Keir Starmer, Ursula von der Leyen e António Guterres, costruendo un asse multilaterale volto a un rifinanziamento climatico e a nuovi impegni concreti per il 2035.
Conclusione: la potenza morale dell’Amazzonia
Dal rilancio della Dichiarazione di Belém contro la fame al vertice di Belém sul clima, Lula sta delineando una dottrina di politica estera fondata su tre pilastri: solidarietà, sostenibilità e giustizia.
Il Brasile di oggi non mira al dominio, ma all’influenza morale.
La COP30 non è solo un vertice ambientale, ma una tappa storica della geopolitica del clima, in cui l’Amazzonia diventa strumento di diplomazia globale.
E mentre Lula conquista la scena internazionale, il Paese affronta sfide interne non meno complesse, come la nuova offensiva contro il narcotraffico a Rio de Janeiro, segno che la lotta per la giustizia – sociale, climatica e civile – è tutt’altro che conclusa.
Fonti: Il Confronto, Poder360, La Repubblica, ONU Climate Portal (COP30, Belém 2025)
