Comprendere il sionismo: oltre le semplificazioni del presente
Una guida semplice per orientarsi tra storia, correnti ideologiche e distinzioni fondamentali.
d Bruno Marfé
C’è un video, pubblicato all’inizio di luglio dal filosofo Vittorio V. Alberti sul suo canale Sintesi Dialettica, che in meno di tre minuti prova a fare quello che i talk show non fanno quasi mai: distinguere. Alberti parte da una domanda semplice — che cos’è il sionismo? — e la usa per smontare un equivoco che nel dibattito pubblico italiano continua a produrre confusione: l’idea che il sionismo sia un blocco unico, coincidente con i nomi che oggi occupano le cronache. Quel video, e la nettezza con cui pone la questione, è il punto di partenza di queste righe: non per riassumerlo, ma per provare a portare quella distinzione un passo più in là, dentro la storia che l’ha generata.
Il sionismo è uno dei temi più centrali, complessi e dibattuti del nostro tempo. Spesso evocato nei notiziari, nei dibattiti politici e sulle piattaforme social, viene ridotto a uno slogan, interpretato ora in chiave esclusivamente positiva, ora in chiave del tutto negativa. Per comprenderne davvero la natura, però, è necessario superare la cronaca quotidiana e analizzarne le radici storiche, filosofiche e politiche.
Che cos’è il sionismo?
Nato alla fine del XIX secolo, il sionismo è un movimento nazionalista ebraico che sostiene il diritto degli ebrei a costituire o ricostituire una patria nazionale nella Terra d’Israele. L’antisemitismo europeo fu uno dei fattori che ne favorirono la diffusione, insieme ad altre correnti politiche e culturali dell’epoca, alimentando l’idea che gli ebrei dovessero poter disporre di uno spazio politico capace di garantire sicurezza, autodeterminazione e continuità nazionale.
Una distinzione fondamentale: ebraismo e sionismo
È fondamentale chiarire un punto cardine: criticare o opporsi al sionismo non significa, di per sé, essere antisemiti. L’ebraismo è una religione, una cultura e una storia millenaria; il sionismo è un movimento politico e nazionale nato all’interno del mondo ebraico, ma distinto da esso. Si tratta di due dimensioni collegate, ma profondamente diverse. Allo stesso tempo, non ogni forma di antisionismo è automaticamente esente da antisemitismo: tutto dipende dalle argomentazioni utilizzate e dal modo in cui viene formulata la critica.
La figura chiave: Theodor Herzl
Il personaggio cruciale nella nascita del sionismo moderno fu il giornalista e scrittore ebreo austriaco Theodor Herzl. Colpito dal caso Dreyfus in Francia, Herzl maturò la convinzione che l’assimilazione degli ebrei nelle società europee fosse fragile e che fosse necessario costruire una patria nazionale in cui il popolo ebraico potesse esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione.
Nel 1897 organizzò a Basilea il primo Congresso Sionista, durante il quale il movimento si diede un’organizzazione politica. Il cosiddetto Programma di Basilea fissò un obiettivo preciso: creare per il popolo ebraico una sede nazionale in Palestina garantita dal diritto pubblico, attraverso l’insediamento, l’organizzazione del movimento, il rafforzamento della coscienza nazionale e l’azione diplomatica.[5][1]
Un movimento non monolitico: le correnti interne
Contrariamente a quanto spesso si pensa, il sionismo non è mai stato un blocco unico. Nel corso della sua evoluzione storica ha sviluppato anime diverse, spesso animate da visioni ideologiche profondamente differenti.
Accanto al sionismo politico di Herzl si sviluppò il sionismo culturale teorizzato da Ahad Ha’am, che riteneva indispensabile una rinascita spirituale e culturale del popolo ebraico prima ancora della piena realizzazione politica dello Stato. In seguito prese forma il sionismo revisionista di Ze’ev Jabotinsky, di impronta nazionalista e militante, da cui discende la tradizione politica che oggi confluisce nel Likud. A esso si affiancò il sionismo religioso ispirato dal rabbino Abraham Isaac Kook, che interpretò il ritorno nella Terra d’Israele come parte di un processo di redenzione messianica, una matrice teologica ancora oggi importante per comprendere una parte significativa della destra religiosa israeliana.
È dentro questa pluralità che si collocano, oggi, orientamenti molto diversi. Benjamin Netanyahu appartiene alla tradizione revisionista del Likud, mentre figure come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir rappresentano l’area del sionismo religioso nazionalista, caratterizzata da posizioni fortemente identitarie. Accanto a queste correnti continua a esistere una tradizione di sionismo democratico, liberale e laburista, che ha avuto tra i suoi protagonisti i fondatori dello Stato d’Israele come David Ben Gurion e Golda Meir, oltre a intellettuali come Amos Oz e David Grossman. Una figura a sé è Hannah Arendt: inizialmente vicina ad ambienti sionisti, sviluppò successivamente una critica del nazionalismo ebraico e sostenne modelli alternativi di convivenza tra ebrei e arabi. Questa componente liberale e critica attraversa oggi una fase di forte difficoltà nel confronto con le correnti ultranazionaliste.
Dal Mandato britannico alla nascita dello Stato
Tra il Congresso di Basilea e la proclamazione dello Stato d’Israele nel 1948 corrono cinquant’anni decisivi, impossibili da ignorare se si vuole comprendere il presente. Nel 1917 la Dichiarazione Balfour espresse il favore britannico per la creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, precisando al tempo stesso che nulla dovesse pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche già presenti sul territorio. Una formulazione considerata ambigua avrebbe alimentato controversie per decenni.[2]
Con il Mandato britannico sulla Palestina, avviato nel 1922, l’immigrazione ebraica aumentò progressivamente, soprattutto negli anni Trenta, sotto la spinta delle persecuzioni naziste, alimentando tensioni crescenti con la popolazione araba locale. Dopo il piano di spartizione approvato dall’ONU nel 1947 con la Risoluzione 181, che prevedeva la nascita di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo con Gerusalemme sottoposta a un regime internazionale, esplose una guerra civile tra le comunità ebraica e araba della Palestina mandataria. Il piano fu accettato dalla leadership ebraica e respinto da quella araba. Alla proclamazione dello Stato d’Israele, il 14 maggio 1948, seguì l’intervento militare degli eserciti dei Paesi arabi confinanti, dando avvio alla prima guerra arabo-israeliana.[3]
È nello stesso 1948 che si colloca la Nakba — la “catastrofe”, nella memoria collettiva palestinese — con l’esodo di centinaia di migliaia di arabi palestinesi dalle loro terre. Le interpretazioni storiche sulle cause, sulle responsabilità e sull’intenzionalità di quell’esodo restano oggetto di dibattito, ma nessuna ricostruzione seria può prescindere da questo evento. Fu l’inizio di una lunga stagione di conflitti, ulteriormente aggravata dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, con l’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di altri territori conquistati nel conflitto.
Il ruolo dei Paesi arabi e dell’Iran
Il quadro è reso ancora più complesso dall’atteggiamento dei Paesi arabi e, successivamente, dell’Iran, il cui coinvolgimento nella causa palestinese divenne più centrale soprattutto dopo la rivoluzione islamica del 1979. Nel corso dei decenni, molti governi arabi hanno spesso usato la questione palestinese come strumento di politica interna o regionale, senza tradurre sempre la solidarietà proclamata in un sostegno politico e sociale coerente e duraturo. Anche la condizione dei profughi palestinesi è stata molto diversa da Paese a Paese: mentre la Giordania ha concesso la cittadinanza a molti rifugiati, altri Stati, come il Libano, hanno mantenuto per decenni forti restrizioni ai loro diritti civili, lavorativi e patrimoniali. È una pagina meno raccontata del conflitto, ma importante per comprenderne la complessità.
Voci critiche e presente
All’interno dello stesso mondo ebraico e israeliano non sono mai mancate voci critiche. Storici contemporanei come Omer Bartov sono entrati nel dibattito pubblico con analisi molto discusse sulla situazione attuale, segno della profonda frattura che attraversa oggi la società israeliana e il dibattito sul sionismo.
Una prospettiva per il futuro
Per superare l’attuale fase di conflitto appare necessario guardare anche a quella parte dell’ebraismo israeliano e della diaspora che continua a difendere i principi dello Stato di diritto, del pluralismo e della convivenza. Solo il rafforzamento di una cultura democratica, capace di riconoscere la pari dignità e i diritti di entrambi i popoli, potrà contribuire a riaprire prospettive credibili di pace. È, naturalmente, un auspicio e non una previsione: la crisi delle correnti liberali e democratiche del sionismo è reale, e nulla garantisce che esse riescano a prevalere nel prossimo futuro.
Fonti
[1] Basel Program | Zionism | Britannica https://www.britannica.com/topic/Basel-Program
[2] Balfour Declaration | Palestine, Rothschild, History, Significance … https://www.britannica.com/event/Balfour-Declaration
[3] United Nations Resolution 181 | Palestine, History … https://www.britannica.com/topic/United-Nations-Resolution-181
[4] Zionism | Definition, History, Movement, & Ideology – Britannica https://www.britannica.com/topic/Zionism
[5] Theodor Herzl | Austrian Zionist, Political Activist & Journalist https://www.britannica.com/biography/Theodor-Herzl
[6] Balfour Declaration November 2, 1917 https://cdn.britannica.com/primary_source/avalon/20th_century/balfour.asp
[7] First Zionist Congress – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/First_Zionist_Congress
[8] Balfour Declaration – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Balfour_Declaration
[9] Arthur James Balfour, 1st earl of Balfour – Britannica https://www.britannica.com/biography/Arthur-James-Balfour-1st-earl-of-Balfour
[10] UN General Assembly Resolution 181 https://avalon.law.yale.edu/20th_century/res181.asp
