16/07/2026
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Castel Volturno e la necessità di abitare i territori: se la resistenza al CPR incontra la realtà della storia

cpr castel volturno
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di Bruno Marfé

a partire da un’analisi di Bruno Discepolo

La cronaca di una serata di “ostinata resistenza” a Castel Volturno non è soltanto il racconto dell’ennesimo scontro locale sulla gestione dei flussi migratori. L’assemblea pubblica di ieri, spostatasi dal piazzale dei Gabbiani all’auditorium della Chiesa di Santa Maria del Mare a causa del mancato via libera dell’amministrazione comunale, si configura come la reazione plastica a una miopia politica che attraversa l’Europa intera. Di fronte alla proposta istituzionale di costruire un nuovo Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) in località La Piana, la comunità locale — guidata da associazioni, movimenti e parrocchie — ha risposto rivendicando diritti civili, investimenti e, soprattutto, inclusione.

Una protesta che trova una sponda teorica illuminante nell’analisi dell’architetto e urbanista Bruno Discepolo, dal titolo “Le migrazioni e la necessità di abitare i territori”. Discepolo prende le mosse da un caso concreto — l’ennesimo referendum svizzero in tema di limitazione dell’accesso agli stranieri, respinto pochi giorni fa dal 54,8% dei votanti, che avrebbe voluto contingentare a 10 milioni la popolazione dei cantoni entro il 2050 — per allargare lo sguardo a un tema più ampio: la necessità storica di abitare i territori in un mondo che si muove.

Le ragioni di chi lo propone

Va detto, per completezza, che chi sostiene la realizzazione del CPR — a livello di prefettura e di governo — lo inquadra diversamente: come tassello di un sistema nazionale di rimpatri ritenuto necessario per gestire l’irregolarità migratoria e rispondere agli impegni assunti in sede europea sul controllo dei flussi. Un argomento di ordine pubblico e di gestione amministrativa che la comunità di Castel Volturno contesta nel merito, giudicandolo smentito dai risultati di trent’anni di CPR in Italia.

L’illusione dei cluster e l’inutilità della detenzione

Il comitato di Castel Volturno (che unisce il Centro Sociale Ex Canapificio, il Movimento Migranti e Precari di Caserta e altre realtà) ha ribadito ieri l’assoluta inutilità dei CPR in trent’anni di storia italiana, definendoli privi di efficacia sia per la sicurezza sia per il contrasto all’irregolarità. Questa denuncia locale si sposa con il monito di Discepolo, che mette in guardia da chi immagina l’Europa come una sorta di enclave protetta dalle Alpi, chiusa in se stessa per difendersi dagli effetti dell’immigrazione — una pulsione, nota l’autore, che in diversi paesi europei si traduce nella richiesta di “rimigrazione”, ovvero nell’espulsione forzata di quote consistenti di stranieri non ancora regolarizzati.
Discepolo osserva inoltre come questo tipo di proposte funzioni anche elettoralmente proprio perché non si rivolge alla ragione, ma preferisce far leva sulla pancia e sugli istinti peggiori. Ciò che sfugge a chi propugna slogan del tipo “ognuno cittadino a casa propria”, aggiunge, è che il pianeta ha ormai soppresso molte delle sue divisioni storiche: le ultime stime parlano di 400 milioni di persone tra migranti e rifugiati nel mondo, un dato — ricorda citando le tesi di Jacques Attali sull’uomo nomade — che sta sconvolgendo i modelli insediativi tradizionali, con una crescente concentrazione di abitanti nelle città metropolitane e una contestuale desertificazione dei piccoli centri e delle aree periferiche.

Il paradosso economico: “Nessuno si salva da solo”

Un altro punto di contatto fondamentale emerso durante la serata riguarda il ruolo dei migranti nel tessuto economico e demografico. Dal palco dell’auditorium, Diop (presidente della comunità senegalese di Caserta) ha ricordato come gran parte dell’economia agricola locale si regga sul contributo prezioso dei lavoratori immigrati. Un concetto che Discepolo declina su scala nazionale: nazioni come l’Italia, alle prese con l’inverno demografico e l’incapacità di assicurare il ricambio generazionale, affidano ormai alla popolazione immigrata i servizi, la manodopera per i settori produttivi e le prestazioni previdenziali necessarie a garantire la qualità della vita di tutti.
Discepolo cita il settore delle costruzioni, dove il 40% dei lavoratori non è italiano, ricordando che è anche grazie al loro apporto che si modernizzano le infrastrutture e si costruiscono ospedali — e non solo, aggiunge con una punta di ironia, le seconde case al mare. Il paradosso di Castel Volturno balza subito agli occhi: si progetta un centro di detenzione per escludere e rimpatriare quella stessa forza lavoro che tiene in piedi l’economia del territorio.

Dalla detenzione alla rigenerazione: il futuro dei territori

La piazza di ieri (incarnata dalle voci del Coro Millecolori) ha chiesto piazze pulite, scuole per i bambini, lavoro, sanità, trasporti. In sintesi: rigenerazione, non detenzione.
È qui che l’analisi di Discepolo offre la chiave di lettura definitiva. Il futuro, scrive, riserverà una condizione di mobilità e appartenenza ai luoghi sempre più svincolata dal certificato di nascita o dalla residenza fisica. La storia, del resto, insegna che le civiltà nomadi hanno prodotto innovazione e progresso, mentre quelle che si sono rinchiuse in sé stesse o chiuse agli stranieri sono prima decadute, poi scomparse.
La “ostinata resistenza” della comunità di Castel Volturno non è stata solo un no a un’infrastruttura detentiva, ma il tentativo consapevole di sottrarre il territorio a questo declino, dimostrando che l’inclusione è l’unico modo per abitare, davvero, il futuro.

(Bruno Discepolo, “Le migrazioni e la necessità di abitare i territori”, Il Mattino, 3 luglio 2026 — © riproduzione riservata)

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