Carceri ed emergenza Covid

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a cura dell’Avv. Paola Natale

I diversi casi di evasioni, aggressioni, decessi, danneggiamenti, emergenze sanitarie che si sono verificati durante l’anno appena trascorso, hanno dimostrato l’esistenza di una realtà, quale quella carceraria, frutto di decenni di storture. Ed ancor di più l’emergenza legata al “Covid-19” ha riportato al centro dell’agenda politica del Paese le tante difficoltà del nostro sistema penitenziario.

Il sovraffollamento carcerario è da tempo una piaga sociale che affligge l’Italia, una realtà determinata dall’assenza di investimenti nell’edilizia penitenziaria, dalla mancata implementazione e attuazione delle misure alternative alla detenzione, dalla progressiva carenza di personale e dalla mancata approvazione di riforma dell’ordinamento penitenziario.

L’Italia, infatti, è stata già condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo (Sent. Torreggiani) per le condizioni degradanti e inumane a cui sono stati sottoposti numerosi detenuti risarciti con ingenti somme di denaro pubblico.

La pandemia che ha colpito il nostro Paese ha riportato alla luce anche un’altra emergenza da sempre inevasa, quella dell’emergenza sanitaria all’interno degli istituti penitenziari.

Secondo la “Simpse” (Società italiana di medicina e sanità penitenziaria) “il carcere resta un territorio di scambio di patologie e infezioni. Oltre il 70 per cento dei detenuti ha disturbi psicologici o clinico-psichiatrici; ancora molti sono i casi di soggetti sieropositivi all’Hiv o colpiti da epatite C o tubercolosi”. Altresì, secondo la Federazione italiana medici di medicina generale (FIMMG), “il rapporto medico – detenuto è pari a 1 per ogni 315 detenuti. In questo contesto, un ipotetico contagio tra la popolazione penitenziaria, in presenza di numerose criticità organizzative strutturali come la mancanza di macchinari per la terapia intensiva, causerebbe migliaia di decessi”.

E’ il motivo per il quale, in un momento storico come quello attuale, la riduzione del numero di persone ristrette in carcere non dovrebbe essere letto come una debolezza dello Stato bensì come un atto di salvaguardia della salute di tutti. Anche perché a vivere gli istituti penitenziari sono non soltanto i detenuti ma anche gli agenti di polizia penitenziaria (31992 – dati Sappe), il personale amministrativo, gli operatori del diritto, il personale sanitario e i volontari, numeri che portano a più di 100mila unità.

A seguito dell’evidente emergenza, il Governo ha introdotto alcune disposizioni nel D.L. 17 marzo 2020, n. 18. Si tratta degli art.li 123 e 124.

L’art. 123, in particolare, ha disposto che “salvo eccezioni per alcune categorie di reati o di condannati, ai sensi della Legge n. 199/2010 e fino al 30 giugno 2020, la pena detentiva non superiore a 18 mesi, anche se parte residua di maggior pena, sia eseguita, su istanza, presso il domicilio”. L’art. 124 invece stabilisce che, “Licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà in deroga all’art. 52 ord. penit., possano durare fino al 30 giugno 2020”. Risposte apprezzabili da parte del Governo ma che al momento risultato ancora irrisorie.

Occorrerebbe riportare, quanto prima, il numero della popolazione detenuta nei limiti della capienza ordinaria e in tema di esecuzione riguardo alle misure alternative alla detenzione, essendo appunto misure a carattere temporaneo, modificare il succitato art. 123 alzando da 18 a 24 mesi il residuo di pena da scontare presso il proprio domicilio.

Occorrerebbe poi il differimento (fino a fine emergenza) dell’emissione dell’ordine di esecuzione delle condanne fino a quattro anni. In tal modo si limiterebbero, nell’attuale fase di emergenza, i nuovi ingressi in carcere.

Ampliare l’ambito di applicazione dell’art. 124, concederebbe, inoltre, la possibilità per tutti i semiliberi e gli ammessi al lavoro all’esterno, che abbiano già dato prova di buona condotta, di permanere presso il proprio domicilio o altro luogo di assistenza.

Infine, l’assunzione di nuovo personale medico socio-sanitario e penitenziario e il potenziamento di strumenti telematici per una maggiore comunicazione a distanza tra detenuti e familiari, potrebbero allentare le tensioni sociali che rischiano, come accaduto, di ampliarsi anche in questo nuovo 2021.

Info e contatti: paolanatale.pn@gmail.com

L’articolo è tratto dal numero di gennaio/febbraio della nostra rivista all’interno della rubrica “L’avvocato risponde”


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