Castel Volturno accoglie 42 ragazzi ucraini: un’estate di speranza e rinascita
ucraini a Castel Volturno
Il dramma della guerra nelle voci dei ragazzi ospiti della Caritas e del progetto “Kids at Home”.
di Bruno Marfé
In un’estate ancora attraversata da conflitti, Castel Volturno e l’Arcidiocesi di Capua hanno aperto le porte del Centro Fernandes per accogliere 42 ragazzi ucraini tra i 14 e i 16 anni. Non sono turisti, ma vittime innocenti di una guerra che ha devastato il loro presente. Dal 1° al 15 agosto, grazie al progetto nazionale “È più bello insieme” di Caritas Italiana, con il supporto della Conferenza Episcopale Italiana e dell’organizzazione no profit Guru Fund, questi giovani hanno trovato un rifugio, un angolo di normalità dove il dolore ha potuto lasciare spazio – almeno per qualche giorno – alla speranza.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio progetto “Kids at Home”, nato nel 2022 e arrivato per la prima volta quest’anno nella Diocesi di Capua e Caserta. La scelta di Castel Volturno non è casuale: la città ospita una significativa comunità ucraina ed è da sempre simbolo di accoglienza e integrazione.
Come ha sottolineato Viktoriia Tsymbaliuk, Project Manager del progetto, “questa esperienza offre ai ragazzi un’opportunità di pace e ristoro. Ringraziamo gli italiani per la possibilità che avete dato ai nostri giovani.”
Un’accoglienza che cura le ferite invisibili
L’arrivo dei ragazzi è stato salutato con entusiasmo e calore. Monsignor Pietro Lagnese, vescovo di Caserta, ha parlato di “un incontro profondo di ascolto e condivisione”, mentre il direttore del Centro Fernandes, Antonio Casale, ha ribadito l’importanza di Castel Volturno come “luogo simbolico dell’accoglienza”.
Fin dalla prima serata, tra sorrisi, musica e abbracci, si è respirata un’atmosfera di umanità autentica. Momento emblematico è stato il festeggiamento di un compleanno, con un coro spontaneo di “Happy Birthday” che ha superato ogni barriera linguistica. Per questi ragazzi, ogni gesto è carico di significato: la consegna delle chiavi delle loro stanze, ad esempio, ha aiutato molti a superare la paura del “chiuso”, lasciando emergere il desiderio profondo di autonomia e sicurezza.

Il mare come simbolo di libertà
Per molti di loro è la prima volta lontano dalla guerra, e soprattutto il primo incontro con il mare. L’azzurro del Tirreno è diventato uno specchio di libertà. Tuffarsi tra le onde ha significato superare la paura, affrontare l’ignoto e riscoprire il piacere della leggerezza.
Il TGR Campania, nelle edizioni del 4 agosto, ha dedicato un servizio toccante all’iniziativa. Il giornalista Geo Nocchetti ha saputo restituire con delicatezza le emozioni e la forza di questi giovani.
Anastasia, una delle ragazze intervistate, ha detto semplicemente: “La guerra è dolore.” Ma per un giorno, almeno, quel dolore è sembrato lontano, sciolto tra sole e risate.
Francesco Savino, l’assistente bagnanti che li ha accompagnati, ha parlato di “emozioni forti e vere”, mentre l’imprenditore balneare Raffaele Ferrillo ha ricordato che “questi ragazzi vogliono vivere, sognano una vita normale come i nostri figli, ma devono fuggire dalle follie umane.”

Sport, cultura e cucina: strumenti di rinascita
Anche lo sport ha svolto un ruolo fondamentale. Grazie all’ex campione Massimo Antonelli e al Tam Tam Basket, i ragazzi si sono cimentati con il basket, linguaggio universale che ha permesso loro di esprimersi senza bisogno di parole. Giocare insieme ha significato costruire legami, ridere, sentirsi semplicemente giovani.
Numerosi anche gli eventi culturali e ricreativi:
– una serata con l’Unione Astrofili Napoletani, dove gli occhi si sono riempiti di stelle anziché di paura;
– un incontro musicale afro-ucraino che ha fatto danzare culture e cuori;
– cene multietniche dove la pizza napoletana, il cuscus africano, gli yakisoba filippini e le bruschette ucraine hanno raccontato il mondo in un piatto.
Le testimonianze che lacerano
Nella seconda parte del servizio del TGR Campania, trasmesso in serata, emergono con forza le testimonianze più crude.
Ludmilla, per esempio, ha raccontato di aver trascorso tre anni e tredici giorni in prigione per aver distribuito libri per bambini in lingua ucraina. Un calvario fatto di violenze e torture.
Un altro ragazzo ha narrato la sua deportazione in Russia, dove, al compimento dei 18 anni, sarà obbligato a combattere contro i propri connazionali.
Una giovane di Mariupol, colpita da una scheggia alla testa, ha ricordato la marcia disperata della sua famiglia con una bandiera bianca tra le macerie.
Un altro ancora vive ogni giorno il terrore delle mine, in una città che potrebbe esplodere sotto i suoi passi.
A dare voce al dolore collettivo è Mariangela, giovane ucraina residente in Italia, che ha detto: “Per molti, la nostra guerra sembra un film. Ma per noi è reale.”
Il progetto “Kids at Home”, insieme al lavoro incessante del Centro Fernandes, della Caritas Diocesi di Capua, del Guru Fund e dei tanti volontari, rappresenta una risposta concreta a questo dolore.
Un messaggio potente (che forse non ascoltiamo abbastanza)
Questi ragazzi, come il milione di giovani radunati a Tor Vergata per il Giubileo, sono un grido silenzioso in un mondo adulto che ha smesso di ascoltare. Non fanno rumore, non spaccano vetrine.Cantano, fanno sport, si innamorano, raccontano. E così si fanno sentire.
Il rischio è che il loro messaggio venga archiviato come un bel momento organizzativo, senza coglierne la forza. Mentre gli adulti continuano a dire che “i giovani sono distratti dagli smartphone”, forse dovremmo chiederci chi siano davvero i distratti.
Noi, che non sappiamo più affrontare i grandi temi della vita.
Una tela di pace da continuare a dipingere
Ogni gesto di accoglienza, ogni sorriso, ogni tiro a canestro, è un colpo di pennello su una tela nuova.
Una tela che raffigura empatia, solidarietà, coraggio, e che mostra che un altro mondo è possibile.
Parole che ci riportano al dopoguerra, a Napoli, quando lo scrittore Morris West scriveva:
“Un bambino non ha ideologia politica, non ha nazionalità. Ha solo il diritto di vivere, il diritto di sperare. Se questi diritti gli vengono negati, si compie un crimine contro l’umanità, e ogni uomo onesto deve alzare la voce contro di esso.”
Ecco, Castel Volturno oggi ha alzato la voce. E ci ha ricordato che l’umanità non è un’utopia.
