22 Novembre: il giorno dopo Belém, dalla COP30 alla svolta interiore
La ministra scozzese Gillian Martin e Alistair Dutton, segretario generale di Caritas Internationalis, al centro con tutti i relatori. ©Marcus Tulio / Cáritas América Latina y Caribe
Tra proteste indigene, testimonianze di Caritas e l’evento “21 Minuti – Nuovo Paradigma”, il 22 novembre segna il passaggio dalla diplomazia climatica alla responsabilità personale. Perché la sostenibilità globale comincia dentro ciascuno di noi.
di Bruno Marfé
La COP30, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2025, è ancora nel vivo del suo momento decisivo: negoziatori, leader e società civile si confrontano a Belém per definire gli impegni concreti dell’azione climatica globale. Un contesto complesso che ho già approfondito nel mio precedente articolo sempre pubblicato su Il Confronto [https://ilconfronto.eu/attualita/cop30-a-belem-lula-trasforma-lamazzonia-in-potenza-diplomatica-del-clima/].
Ma mentre l’Amazzonia continua a essere il cuore simbolico e geopolitico del negoziato, negli ultimi giorni è emersa con forza una domanda: su quali basi morali e politiche reggerà il “dopo COP”?
La risposta, quest’anno, arriva da due fronti diversi ma complementari:
– le piazze e i panel dei movimenti indigeni, che l’11 novembre hanno portato la loro protesta dentro e fuori la COP;
– le testimonianze di Caritas Internationalis, che hanno dato voce ai sopravvissuti ai cicloni, ai tifoni e alle comunità indebitate, chiedendo una finanza climatica fondata sulla giustizia.
A tutto questo farà eco, il 22 novembre, l’evento 21 Minuti – Nuovo Paradigma, che in diretta streaming sposterà lo sguardo dalla geopolitica del clima alla trasformazione interiore, culturale e umana necessaria per rendere possibile ogni reale cambiamento.
( https://www.21min.org/evento-2025?utm_medium=paid&utm_ )
La protesta indigena dell’11 novembre: “La COP non ci ascolta”
Il primo segnale forte è arrivato l’11 novembre, quando centinaia di rappresentanti dei popoli indigeni amazzonici hanno manifestato a Belém e in alcune aree limitrofe della COP30.
I motivi della protesta sono stati chiari e condivisi da diverse organizzazioni… innanzitutto le Accuse di marginalizzazione nei negoziati. Malgrado il linguaggio ufficiale parli di inclusione, molte delegazioni indigene hanno denunciato di essere coinvolte solo in eventi paralleli, non nei tavoli decisionali che contano: deforestazione, protezioni territoriali, finanziamenti per perdite e danni. Poi, la Richiesta del riconoscimento dei territori come “soluzioni climatiche”. Le popolazioni indigene gestiscono oltre il 20% delle foreste primarie del pianeta. Nonostante ciò, i loro territori non vengono ancora riconosciuti nei meccanismi finanziari della COP come veri e propri “carbon keeper”. Ancora la Denuncia dell’aumento delle violenze. Diversi leader hanno denunciato la crescita delle minacce, soprattutto nelle aree contese da agribusiness e lobby minerarie. Infine l’Appello contro il nuovo impulso al gas e al petrolio amazzonico. Molte comunità infatti considerano un tradimento la discussione su nuovi progetti estrattivi, anche in aree sensibili come il bacino del fiume Tapajós e la regione del Solimões.
Questa mobilitazione ha reso ancora più evidente ciò che la COP30 sta faticando a risolvere: la frattura tra chi prende le decisioni e chi subisce per primo gli effetti del cambiamento climatico.
La voce dei sopravvissuti: il panel Caritas e la richiesta di giustizia climatica
L’altro momento di rottura morale è arrivato sempre l’11 novembre con l’evento organizzato da Caritas Internationalis: “L’imperativo morale della finanza climatica: affrontare il debito ecologico in un anno giubilare”. In quella sala, le testimonianze hanno dato un volto alle statistiche.
“Adoravo il suono della pioggia. Ora ogni goccia mi fa paura.”
— Joy Reyes, sopravvissuta al super tifone Ulysses (Filippine)
Reyes ha parlato del terrore di una notte in cui i venti hanno spazzato via la sua città. La sua frase centrale è diventata simbolo dell’evento:
“La resilienza non è giustizia. Non vogliamo essere resilienti. Vogliamo che il mondo si assuma la responsabilità.”
Le sue parole sono state seguite da interventi altrettanto forti. Il vescovo Pablo Virgilio David, che ha definito i tifoni “motori di calore oceanico che cancellano intere coste in un giorno” e ha chiesto il passaggio dai prestiti alle restituzioni. L’economista Carola Micaela Mejía, che ha denunciato il debito come “strumento neocoloniale” che soffoca l’America Latina. Lucas D’Ávila, Caritas Brasile, che ha mostrato come “povertà e vulnerabilità climatica siano due facce della stessa medaglia”. Gillian Martin, ministra scozzese per il Clima, che ha ribadito l’impegno della Scozia a considerare il finanziamento climatico come “investimento in vite umane, non carità”.
Il filo rosso della sessione è stato inequivocabile: il clima non ha bisogno di filantropia, ma di giustizia.
Dal dramma umano alla trasformazione culturale: il passaggio verso 21 Minuti
Mentre i negoziati della COP30 si avviano verso la loro fase conclusiva (21 novembre), emerge un punto cruciale: tutto ciò che è stato discusso a Belém rischia di restare lettera morta senza una trasformazione del paradigma umano. E qui si colloca l’appuntamento del 22 novembre, con 21 Minuti – Nuovo Paradigma, ideato da Patrizio Paoletti.
Il focus dell’edizione 2025 – Economia Sferica e responsabilità condivisa – intercetta il vuoto lasciato da ogni COP… la tecnologia c’è… gli accordi (forse) si firmano… ma la volontà umana di cambiare resta fragile.
21 Minuti risponde proprio a questo con una prospettiva radicale:
Non si può salvare il pianeta senza prima trasformare se stessi.
Dai leader politici si passa ai costruttori di quotidianità: studenti, insegnanti, manager, cittadini attivi.
Le 5P dello sviluppo sostenibile (Persone, Pianeta, Prosperità, Pace, Partnership) diventano esiti della trasformazione interiore, non semplici obiettivi diplomatici.
La sintesi di fine novembre
La vicinanza temporale tra la chiusura della COP30 e l’apertura di 21 Minuti crea una narrazione potente:
mentre il vertice globale analizza la crisi, l’evento culturale invita a trasformarla a partire da sé.
E con l’urgenza delle proteste indigene e la forza delle testimonianze di Caritas, questa connessione appare ancora più chiara:
– la politica climatica ha bisogno di giustizia
– la giustizia ha bisogno di responsabilità
– la responsabilità ha bisogno di una trasformazione del modo di pensare e di agire
Una sostenibilità globale senza una sostenibilità interiore non è possibile.
Belém 2025 ce lo ricorda con una lucidità che non potremo più ignorare.
Relatori:
Maria Chiara Carrozza – scienziata e ex presidente del CNR; Julián Carrón – Professore di Teologia, Università Cattolica del Sacro Cuore; Giulia Silvia Ghia – Storica dell’arte e restauratrice, Assessora alla Cultura, Scuola, Sport e Politiche Giovanili del Municipio I di Roma; Alex Armillotta – Co-founder e CEO di AWorld, App a sostegno della campagna ActNow dell’ONU sui cambiamenti climatici e la sostenibilità; Aldo Soldi – Economista e Presidente Banca Etica, esperto di sostenibilità e modelli di sviluppo condiviso; Barbara Carfagna – Giornalista, autrice e conduttrice RAI, esperta di innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e trasformazioni sociali del digitale; Vanessa Gapriotti Nadalin – Ricercatrice presso l’Istituto di Ricerca Economica Applicata (IPEA) del Brasile; Letizia Magaldi – Promotrice culturale e sostenitrice della transizione sostenibile; Patrizio Paoletti – ideatore del Nuovo Paradigma.
