30/04/2026
Il Confronto Home » Sport » Se l’Arbitro diventa un Vigile Urbano: la “frittata” del calcio moderno è ormai servita

Se l’Arbitro diventa un Vigile Urbano: la “frittata” del calcio moderno è ormai servita

arbitro

immagine da web

Condividi l'articolo

Dal VAR all’ipertrofia regolamentare: come il calcio moderno ha trasformato l’arbitro da interprete del gioco a burocrate della norma.

di Bruno Marfé

Avevamo presentato su queste colonne l’importante appuntamento accademico alla Federico II, con la speranza che dal confronto tra giuristi e uomini di sport potesse emergere una via d’uscita, una luce in fondo al tunnel delle polemiche che, ormai con inquietante regolarità, avvelenano il nostro campionato.

Rileggendo oggi le cronache di quella giornata – dal ricordo del vulnus del 2018 fino alle criticità più recenti che continuano a minare la credibilità del sistema – la sensazione è che la frittata sia stata fatta.

Il calcio sembra aver subito una mutazione genetica irreversibile. Nato su pochi principi essenziali e su un fair play sostanziale, non era stato concepito per essere una scienza esatta. La sua bellezza risiedeva nell’imprevedibilità, nella fluidità, nell’accettazione che non tutto il comportamento umano potesse essere ingabbiato in una norma.

Quel mondo è stato progressivamente eroso dall’ipertrofia regolamentare.

Il nodo è filosofico prima ancora che tecnico. Abbiamo trasformato l’arbitro – figura un tempo assimilabile a un Giudice, chiamato a interpretare la regola nel contesto dell’azione – in un Vigile Urbano.

Il Giudice valuta intenzione, intensità, dinamica complessiva; cerca lo spirito della norma. Il Vigile, invece, applica il regolamento in modo meccanico, come una multa per divieto di sosta fuori di pochi centimetri.

Il VAR, in questo scenario, rischia di diventare un autovelox: non aiuta a comprendere il gioco, ma cristallizza un dettaglio millimetrico – un contatto impercettibile, una postura innaturale congelata nel frame “giusto” – trasformandolo in colpa capitale. Episodi recentissimi, discussi per giorni più per l’interpretazione che per l’azione in sé, lo dimostrano con fin troppa evidenza.

Come emerso anche nel dibattito universitario, il sistema ha iniziato a perdere credibilità proprio nel momento in cui ha preteso di essere infallibile. Nel tentativo di normare l’imponderabile, abbiamo costruito un codice rigido, fatto di protocolli e cavilli, che non elimina l’errore ma lo rende paradossale, perché certificato da uno schermo.

Così l’arbitro smette di essere garante del gioco e diventa burocrate della norma. E il calcio, da conflitto regolato e vitale, rischia di ridursi a un freddo disbrigo di pratiche amministrative, dove la decisione è formalmente corretta ma sostanzialmente ingiusta.

La frittata è fatta. Ma la vera domanda, oggi, non è più se sia possibile tornare indietro. È se il calcio avrà il coraggio di scegliere: continuare a fingere che la giustizia meccanica coincida con quella sportiva, oppure restituire all’arbitro la responsabilità – e il rischio – del giudizio umano.

Perché un gioco che rinuncia all’interpretazione, in nome di una presunta infallibilità, smette di essere ingiusto solo in apparenza. E smette, soprattutto, di essere vivo.

Notizie sull'Autore


Condividi l'articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *