Mondiali 2026, tempo scaduto?
Mohamad Safa
Perché il “caso Safa” trasforma la festa del calcio in un rischio per la libertà personale.
di Bruno Marfé
Mancano pochi mesi al calcio d’inizio della Coppa del Mondo 2026 e, mentre la macchina organizzativa entra nella sua fase conclusiva, la partita più delicata si gioca lontano dagli stadi. Non riguarda più infrastrutture, logistica o vendita dei biglietti, ma lo stato di diritto e la sicurezza personale di milioni di visitatori internazionali.
Quello che fino a poco tempo fa poteva sembrare un dibattito politico astratto, all’inizio del 2026 assume i contorni di un problema concreto. Gli Stati Uniti si apprestano a ospitare l’evento sportivo più seguito al mondo, ma il torneo rischia di essere accompagnato da una mobilitazione per il boicottaggio senza precedenti, alimentata dal timore che il Paese ospitante non garantisca condizioni minime di tutela per cittadini stranieri[https://sport.virgilio.it/fifa-scandalo-russia-atalanta-udinese-mondiali-boicottaggio-938281].
Il “caso Safa”: quando l’allarme arriva dalle istituzioni
A rendere tangibile questa preoccupazione è stato il messaggio, divenuto rapidamente virale, di Mohamad Safa, diplomatico di fama internazionale e Direttore Esecutivo nonché Rappresentante Permanente del PVA (Permanent Voice Association) presso le Nazioni Unite. Proprio mentre la vendita dei biglietti entrava nel vivo, Safa ha annunciato pubblicamente la decisione di annullare il proprio viaggio per i Mondiali [https://www.trtworldforum.com/speaker/mohamad-safa/].
Safa non è una figura marginale né un commentatore occasionale. Con oltre quindici anni di esperienza diplomatica, umanitaria e socio-economica, ha operato all’interno delle Nazioni Unite e sul campo, promuovendo diritti umani, giustizia sociale, cooperazione multilaterale e prevenzione dei conflitti. Le iniziative da lui ideate e finanziate hanno beneficiato direttamente quasi due milioni di persone. Il PVA, che rappresenta presso l’ONU, gode di status consultivo speciale presso l’ECOSOC ed è accreditato anche a Ginevra e Vienna.
È proprio questo profilo a rendere la sua scelta particolarmente significativa. Non una reazione emotiva, ma una valutazione ponderata di un rappresentante istituzionale abituato a muoversi entro i confini del diritto internazionale.
Le parole con cui Safa ha motivato la decisione hanno avuto un impatto dirompente:
«L’ICE potrebbe decidere che sono un membro di una gang e sbattermi in prigione per un anno senza un’accusa formale, senza udienza e senza la possibilità di contattare un avvocato. Gli Stati Uniti non sono un posto sicuro da visitare».
Il riferimento è ai poteri straordinari attribuiti all’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e all’applicazione di normative emergenziali che consentono la detenzione o l’espulsione di cittadini stranieri sulla base di semplici sospetti o profili di rischio, aggirando le garanzie ordinarie del giusto processo. Se un diplomatico teme di poter essere arbitrariamente detenuto, il messaggio che arriva ai tifosi è chiaro: nessuno può dirsi davvero al sicuro.
Un clima documentato, non episodico
L’episodio Safa non rappresenta un caso isolato. Si inserisce in un contesto più ampio di crescente allarme, documentato da attivisti, giuristi e organizzazioni per i diritti civili. In rete circola ormai un vero e proprio dossier digitale che raccoglie decisioni e dichiarazioni dell’amministrazione Trump ritenute incompatibili con i valori di inclusione, neutralità e accoglienza che lo sport internazionale dichiara di incarnare.
Tra i punti più critici figurano l’inasprimento dei controlli alle frontiere basati su criteri di profilazione, una retorica ostile verso alcune nazioni partecipanti e il monitoraggio esteso del dissenso. Da qui una domanda che molti osservatori pongono apertamente: come può la FIFA garantire l’accoglienza indiscriminata prevista dal proprio statuto se la principale fonte di rischio proviene dalle stesse istituzioni dello Stato ospitante?
Il fattore tempo e l’assenza di garanzie
A rendere la situazione particolarmente delicata non è solo la natura delle misure in vigore, ma il fattore temporale. A meno di sei mesi dal fischio d’inizio, non esiste più uno spazio realistico per interventi diplomatici, deroghe legislative o protocolli speciali di tutela per tifosi e delegazioni straniere.
Le norme richiamate da Safa non sono ipotesi future: costituiscono il quadro giuridico attuale in cui il torneo si svolgerà. L’apparato di sicurezza statunitense opera già secondo criteri di “tolleranza zero” che, in nome della sicurezza nazionale, sospendono garanzie considerate fondamentali in altri contesti democratici. In questo scenario, la FIFA appare priva di strumenti concreti: il tempo delle rassicurazioni formali è ormai scaduto.
Dal boicottaggio politico all’autotutela
Alla luce di questi elementi, il boicottaggio smette di essere una forma di pressione ideologica e assume i contorni di una scelta di autodifesa. La decisione di rinunciare ai biglietti, inaugurata simbolicamente da Safa e seguita da un numero crescente di appassionati, non rappresenta un attacco al calcio, ma la presa d’atto di un rischio ritenuto sproporzionato.
Per la prima volta nella storia recente dei Mondiali, il timore di finire in un limbo giudiziario supera, per molti, la gioia di assistere dal vivo a una partita.
Il fischio d’inizio si avvicina, ma la partita per i diritti civili sembra già persa a tavolino. E come suggerisce la scelta di un diplomatico esperto di equilibri internazionali, la passione sportiva può attendere: la libertà personale, no.
