14/04/2026
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Torino, tra prospettive sbilenche e il filo del ricordo

Giro di boa

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di Bruno Marfé con Stefano Galli

Esistono incontri che il tempo non riesce a sbiadire. Restano sospesi nella memoria perché cementati dall’arte e da quella nobiltà d’animo che appartiene agli uomini di altri tempi. Penso a Beppe Palomba, alla sua musica e a quella rassegna alla Casina Pompeiana che fu l’occasione per conoscere Stefano Galli.

Beppe ci ha lasciati a causa della malattia del secolo, ma il suo ricordo continua a vibrare nelle amicizie che ha saputo creare, quasi come una nota che resta nell’aria anche quando la musica sembra finita.

Pochi giorni fa ho inviato a Stefano un mio articolo, invitandolo a collaborare con il nostro giornale. Ingegnere di professione ma pittore nell’anima, mi ha risposto con qualcosa che somiglia più a un piccolo racconto che a una semplice lettera: un ritratto di Torino osservato con lo sguardo curioso e ironico di chi, pur abitando la città da anni, continua a guardarla con occhi da artista.

Nelle opere di Galli la realtà subisce sempre una lieve torsione poetica. Le sue prospettive sono grandangolari, quasi sferiche, talvolta volutamente sbilenche: gli edifici sembrano piegarsi e curvarsi come se volessero avvicinarsi all’osservatore. Il colore, piatto e deciso, nasconde una profondità ironica e leggermente surreale.

La Torino che emerge dalle sue parole non è dunque solo la città sabauda dei manuali di storia e di architettura, ma un luogo vissuto, osservato, attraversato quotidianamente: tra portici, mercati, musiche stonate e artisti di strada.

Vi lascio alla sua “lettera da Torino”, che sembra dipingere la città con la stessa fantasiosa disciplina degli artisti che lui stesso incontra nelle piazze.

Capriccio di Torino
Capriccio di Torino

La lettera di Stefano:

“Mi hai detto di scriverti? E io ti scrivo! Siccome è qualche anno che vivo a Torino, ti scriverò di Torino nel modo più riassunto possibile.

Sono certo che il modo migliore di arrivare a Torino sia per ferrovia, perché in tal modo si ha l’occasione di vedere la bella stazione di “Porta Nuova”, così aggraziata da farti pensare che, se si volesse adattarla ad altro scopo, ne verrebbe deturpata. Come ogni stazione ferroviaria italiana offre per la notte ampi spazi di accoglienza per il bivacco, ma Torino offre sicuramente una maggiore disponibilità di posti letto, grazie alla enorme quantità di porticati. I più bei portici sono quelli che dalla stazione portano a piazza Castello, il centro di Torino, dove sempre qualche artista di strada cerca di sbarcare il lunario esibendosi in una fantasiosa disciplina che, per adesso li sfama, un domani speriamo. La piazza è singolare perché presenta tre edifici che non sto a descrivere, ma hanno le caratteristiche di essere: un palazzo senza facciata, una facciata senza palazzo e una chiesa senza facciata.

Vado avanti con questa veloce descrizione: dalla citata piazza, attraverso un buio androne allietato da una continua, ripetuta “bella ciao” proveniente da una stonata fisarmonica, arriviamo al Duomo dove è conservata la Sacra Sindone. Anche qui, sarebbe tutto bello se non fosse per la tendenza umana di rifiutare la perfezione, per cui, proprio davanti al Duomo fu realizzato il più brutto edificio comunale della città… pazienza.

A pochi passi dal Duomo, troviamo il mercato alimentare che dicono sia il più grande d’Europa e non stento a crederci. In questo antico mercato è difficilissimo sentire parlare italiano perché prevalgono l’arabo e, di sabato, il francese. L’arabo, essendo ormai la maggior parte dei banchi di loro proprietà, il francese perché da località vicine a Torino vengono a fare la spesa. A nord, nella parte estrema del mercato, è stato realizzato un edificio che, a mio parere, tradisce lo straordinario passato architettonico della città, mostrando quanto può esser brutta una cosa tanto costosa. Finisco citando il “baloon”, il quartiere dei rigattieri che è vicinissimo al mercato alimentare. Io abito al baloon perché è un quartiere molto vivace, con qualcosa sempre di nuovo e con tanti artisti, oggi, anche io sono semplicemente un pittore e con altri si ragiona della crisi dellarte; io ho le mie teorie e gli altri, altre e così si va avanti.

Nonostante la mia incapacità a descriverla, Torino è molto bella e ci si vive bene.

Ti saluto, abbracciando te e Napoli.”

Leggendo Stefano sembra quasi di vederlo nel cuore del suo quartiere, mentre osserva la città con lo sguardo di chi sa calcolare strutture e proporzioni ma preferisce immaginarne le forme.

Una piccola curiosità linguistica: Stefano scrive “Baloon”, quasi a suggerire la leggerezza di un palloncino che fluttua sopra i tetti della città. In realtà la grafia corretta è Balon, il celebre mercato delle pulci di Borgo Dora. In piemontese, però, quella o si pronuncia proprio con una “u” stretta e profonda: una sonorità che ha guidato istintivamente la penna del pittore.

È un luogo singolare, il Balon: tra banchi di rigattieri, oggetti dimenticati e memorie ritrovate, il tempo sembra rallentare, come se ogni cosa custodisse una piccola storia da raccontare.

L’“abbraccio a Napoli” con cui Stefano chiude la sua lettera diventa così qualcosa di più di un semplice saluto. È il segno di un filo invisibile che unisce città lontane e amicizie nate attraverso l’arte. Un filo che, nonostante le assenze e il passare del tempo, continua ostinatamente a rigenerarsi.

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