“O STRUSCIO”
di Silvana D’Andrea
Non era solo la primavera che spruzzava nell’aria misti odori: era il profumo della Pasqua.
Un conturbante ostensorio di profumi vagheggiava nell’aria con la leggerezza dell’emozione, era l’odore del Signore con un effluvio di odori di incenso , di legno dei banchi delle chiese, di cera delle candele, delle piantine di fiori bianchi intrisi di fior d’arancio delle pastiere.
Era l’odore di un‘aria filtrata, spensierata, con una primavera che faceva capolino con lo stridio delle rondini nel cielo azzurro o nuvoloso .
Le camelie rosse, pesanti sui deboli rami, tappezzavano con boccioli e petali, cerchi concentrici i marciapiedi delle strade cittadine, illuminate . ogni tanto, dalle mimose grondanti di giallo.
Una intima felicità albergava in tutti noi, era giunto il momento di poter indossare il vestito e le scarpe ballerine lucide, con un piccolo tacco, per andare a fare lo struscio , il Giovedì Santo.
Eravamo pronte per uscire con il nostro tajerino dalle tenui tinte, profumate di cipria e di vainiglia dei pallidi rossetti sfioranti le nostre labbra, con una sensazione di avere una pelle nuova e lucente di pulito.
La visita ai sepolcri nelle chiese dovevano essere di numero dispari o seguire l’antico rituale della visita alle sette chiesielle :_lo Spirito Santo, San Nicola alla Carità, San Liborio alla Pignasecca, Madonna delle Grazie, Santa Brigida, San Ferdinando di Palazzo e San Francesco di Paola.
Le bancarelle con i pulcini, poi comprati da bimbi vocianti, chiusi in scatole di cartone, con i supplichevoli, indefiniti pigolii coloravano la scena delle strade in festa.
Le luccicanti vetrine di Gay Odin, addobbate con le uova di zucchero dipinte in svariati colori, con i nastri colorati e i pulcini gialli completavano la scena della strada di Via Toledo.
Si, perchè era a Toledo, principalmente che si svolgeva il rito dello “struscio”.
E’ rimasta una gaiezza tutta napoletana lo struscio : iniziò nell’Ottocento con signore aristocratiche ingioiellate che passeggiavano lentamente strisciando le gonne e i lunghi vestiti, provocando un classico rumore, morbido e vellutato, quello dello struscio.
E la folla festante che esce dalle chiese è la stessa che è investita dal rumore indistinto e caratteristico di mille voci che si incontrano, di mille risate, in un’aria regnante di contenuta allegria.
Era bello fermarsi a parlare con gli amici, i conoscenti, con lo scambievole sguardo ai nostri vestiti e con noi regnava la gioia di sentirsi appagati e di sapersi contentare di poco.
Nel periodo che precedeva la Pasqua, non si poteva mangiare né carne, né dolci, ma per noi ragazzine l’assaggio furtivo e peccaminoso della fragrante pastiera, chiusa nella credenza della cucina, era un atto di segreta gioia e golosità imperante.
